Ugo Dotti.
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Gli scrittori e la storia.
La narrativa dell'Italia unita e le trasformazioni del romanzo da Verga ad oggi.
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Parte 1.
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2012. Nino Aragno Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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L'Italia nel 2011 ha celebrato i 150 anni della sua unit, un traguardo sicuramente apprezzabile ma raggiunto in via piuttosto formale che sostanziale e che lascia ancor oggi scoperti nodi e problemi gravemente irrisolti, la questione meridionale in primo luogo. La scarsa partecipazione popolare al raggiungimento di detta unit; la poca lungimiranza dei ceti dirigenti; il fascismo come reazione a quella rivoluzione bolscevica che tante speranze aveva generato in tutta Europa; la brevissima primavera della Resistenza e della nascita dell'Italia repubblicana; il progressivo ritorno, grazie al cosiddetto miracolo economico, a una situazione di stasi e di corruzione non priva di rischi: come reagirono a questo stato di cose i nostri maggiori scrittori? Come si venne trasformando il romanzo a contatto con vicende storiche cos problematiche? Questo libro ne vuole in certo modo essere la radiografia.
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L'Autore.
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Ugo Dotti, professore emerito di letteratura italiana, ha particolarmente dedicato i suoi studi a Petrarca e a Machiavelli. Di quest'ultimo ha scritto una biografia critica (Machiavelli rivoluzionario) presto tradotta in francese e ha curato un'importante edizione del Principe. Per le nostre edizioni ha curato e annotato la traduzione italiana dell'immenso epistolario petrarchesco (i cinque volumi delle Familiari e i tre delle Senili), del Policraticus di Giovanni di Salisbury e ha edito La rivoluzione incompiuta. Societ politica e cultura da Dante a Machiavelli.
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Indice di questa parte.
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Premessa
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Parte prima.
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La storia della societ italiana nella narrativa tra fine Ottocento e fine Novecento.
Capo 1. Il Mezzogiorno e la crisi del realismo nella narrativa tra Otto e Novecento.
Capo 2. L'affermazione della borghesia e le trasformazioni del romanzo. La Grande Guerra.
Capo 3. Borghesia e realismo nell'opera di Alberto Moravia e di Carlo Emilio Gadda.
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FINE Indice.
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Dedica: A mio nipote Roberto.
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Premessa.
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Note dell'autore.
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I primi quattro capitoli della prima parte di questo libro sono la meditata rielaborazione di quattro studi apparsi, in anni diversi, sul Giornale storico della letteratura italiana (2001, 2002 e 2003) e su Belfagor (2003). La prima parte del libro, qui riveduta,  gi stata pubblicata, nel 2004, dalla Citt del Sole di Napoli; il capitolo su Leonardo Sciascia della seconda, sul Giornale storico della letteratura italiana (2000).
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I poeti debbono,
anche gli spirituali,
essere del secolo.
Hlderlin.
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1. Il socialismo? - ebbe a scrivere Fdor Dostoevskij ne I fratelli Karamazov - non  soltanto la questione del lavoro o del cosiddetto quarto stato, ma  eminentemente la questione dell'ateismo, la questione della torre di Babele da edificare senza Dio, e non per raggiungere dalla terra il cielo, ma per portar gi il cielo sulla terra. Nonostante l'evidente deformazione che la dottrina del marxismo  qui costretta a subire, non c' dubbio che la definizione dostoevskijana, cos suggestivamente e icasticamente compendiosa, riassuma quasi nel modo pi perfetto mentalit e convinzioni della cultura borghese, ad essa fornendo oltretutto l'alibi pi efficace?-?per la sua spiritualit, il suo apparente disinteresse e la nobilt delle sue intenzioni?-?onde continuare a condurre, anche attraverso i mezzi letterari ed artistici, la sua lotta contro ogni insorgenza delle forze ad essa opposte. Se questa lotta, anche in Italia, ebbe a verificarsi sul piano politico e sociale, quale fu l'atteggiamento dell'artista? Fu esso positivo o negativo? Fu di denuncia delle gravi responsabilit che pesarono sulle classi dirigenti o non fu piuttosto, ancorch obliquamente, di confusa ma non innocente complicit? Hanno avuto insomma, romanzieri e scrittori, un atteggiamento di fattiva e verace critica alla storia o non si sono avvalsi piuttosto della drammatica materia che essa veniva loro fornendo per edificare s le loro pur notevoli costruzioni artistiche, ma rimanendo costantemente ancorati ad un punto di vista soggettivamente borghese, cos contribuendo anch'essi a soffocare le stesse pi nascoste o incondite energie rivoluzionarie che cominciavano a premere per il cambiamento? In altre parole: come intellettuali se non come scrittori, su quale versante si sono in genere schierati? Su quello del mantenimento della situazione esistente pur tanto aspramente e talora persino ferocemente criticata, o su quello, certo ben pi difficile e impegnativo, di colui che sa cogliere, nell'apparente e drammatica immobilit del presente, le innovative forze del futuro?

2  ben vero che si potrebbe qui aprire (cosa che non intendiamo minimamente sollevare) la questione?-?o presunta questione?-?dell'autonomia dell'arte e della sua pi completa indipendenza da ogni precostituita formazione ideologica; diremo soltanto che?-?pur ammettendo che cos sia?-? comunque un dovere dello scrittore realista quello di rinvenire e di porre in luce adeguata anche quelle correnti sotterranee che, se nel gran mare delle vicende storiche sempre in dialettico movimento sembrano a prima vista sfuggire, pure esistono e pure debbono essere descritte nella loro storica tipicit al curioso e non ingenuo lettore. Cos si comport Balzac, cos Stendhal; cos anche, come s' cercato di dimostrare in qualche capitolo di questo libro, il nostro Alessandro Manzoni.

3 Ma ci che in questo complesso processo artistico-ideologico entra pure in gioco?-?ed  questa la seconda questione affrontata in queste pagine?-? il senso e il destino di un genere letterario importante quale  quello costituito dal romanzo. Se lo si intende, hegelianamente, come la nuova forma assunta dall'epica nell'et moderna, vale a dire come epopea borghese, non c' dubbio che esso si fondi precipuamente sulla storia, sulla sua interpretazione critica e sul rinvenimento in essa proprio di quelle forze positive che tendono ad emergere e a liberarsi dal peso della servit sino ad allora sopportata. In questa prospettiva i Manzoni come i Tolstoj hanno saputo offrirci uno spaccato storico e sociale nel quale non solo prendono altissimo rilievo i comportamenti collettivi delle masse o gli atteggiamenti peculiarmente tipici dei diversi protagonisti individuali, ma nel quale tanto le masse quanto gli individui sanno rivestirsi del valore dell'universalit onde lo scrittore, scavando senza sosta nella stessa interiorit umana, riesce a coglierne e a metterne in luce quei tratti perenni che rendono possibile lo studio del cuore umano proprio nel corso delle pur mutevoli vicende storiche. Il romanzo come storia dello spirito dell'uomo.

4 Ma sino a quando  durata un'esperienza consimile? Non si  forse cominciato, gi con i canoni ostili e polemici del naturalismo, a ripiegare verso la descrizione di una societ molto pi circoscritta e di conseguenza, anche per la pretesa di darne una rappresentazione scientifica, a distruggere proprio quel pathos critico che sempre sorregge la fantasia creatrice dell'artista? E non si  quindi addirittura assistito, nell'et delle cosiddette avanguardie, al totale abbandono delle grandi problematiche storico-sociali per inseguire e scandagliare fino al parossismo la disperazione dell'uomo gettato nel caos di un mondo sempre pi insensato? Tale disperazione naturalmente esisteva ed esiste. Sennonch essa non era?-?e non ?-?il risultato di una condizione metafisica dell'esistere; era ed  il prodotto, prodotto reale e concreto, delle forze che lo stesso uomo ha messo in movimento con il suo preciso agire storico: il prodotto, vale a dire, di un mondo sempre pi dominato dalla logica beffarda e spietata dello sfruttamento capitalistico tenacemente voluto dalla borghesia nella sua fase di decadenza.

5  pertanto evidente che anche il romanzo, quando lo si voglia intendere come l'ultima forma dell'epos antico, ha cessato di esistere trasformandosi in una narrativa nella quale ad emergere e a porsi in primo piano non sono pi i conflitti della Storia quali si riflettono nei protagonisti della narrazione, s piuttosto il vissuto dello scrittore, il suo singolare modo di porsi di fronte agli eventi, le sue peculiari emozioni e considerazioni. In termini di antica retorica si  passati?-?si direbbe?-?dallo stile alto e sublime a quello medio e colloquiale. Ed  appunto a questa questione?-?la progressiva liquidazione del grande realismo narrativo nonostante l'effimera stagione del cosiddetto neorealismo e al di l di notevolissime eccezioni quali Gadda o Fenoglio?-?che  dedicata la prima parte del presente scritto.

6 Con la seconda invece, pur senza dimenticare le due grandi questioni che sorreggono il nostro discorso (offre il romanziere, comunque mascherata o celata, un'efficace critica alla societ in cui vive?; sa rappresentare, quali che siano gli eventi che affronta, un aspetto significativo dell'evolversi dello spirito umano?), il libro si volge a una breve rassegna, insieme critica ed espositiva, di alcuni dei nostri narratori contemporanei pi significativi: da Calvino a Satta attraverso Pasolini, Sciascia, Bufalino e Consolo in una prima sezione dedicata a scrittori che, con maggior consapevolezza, si sono posti il serio problema di cosa significhi oggi lo scrivere, di come affrontare le storture dell'attuale societ e di come dare adeguate risposte alle tendenze che tale societ effettivamente incoraggia (assurdit del mondo, negazione dei valori della Storia, seduzione dell'infinito possibile); tratteggiando invece le figure di Camon, di Volponi e di Meneghello in una seconda, dedicata a quegli scrittori che, in una parte cospicua dell'opera loro, hanno voluto consapevolmente dedicarsi, naturalmente sotto punti di vista del tutto diversi e con esiti altrettanto diversi, alla rappresentazione del gran quadro, tanto spesso dimenticato, della societ contadina e operaia italiana.

7 Il secolo appena trascorso?-?sarebbe inutile negarlo?-? stato il secolo che ha veduto, a parte il breve periodo della comune alleanza contro il nazifascismo, lo scontro tra due forze opposte della Storia: l'utopia socialista e la concreta, e vincente, energia del capitalismo borghese. Un romanziere che avesse affrontato di petto questa Iliade del Novecento ci avrebbe dato il moderno epos e questo forse vagheggiava Pasolini con i frammenti del suo mancato Petrolio. Negli scrittori che abbiamo sopra elencato, quantomeno in alcuni di essi, se ne avverte l'aspirazione.
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Parte prima. La storia della societ italiana nella narrativa tra fine Ottocento e fine Novecento.
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Problemi storici e letterari.
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I. Il Mezzogiorno e la crisi del realismo nella narrativa tra Otto e Novecento.
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De Roberto - Verga - Pirandello.

Nobilt e borghesia nell'Italia unita.
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1 Il raggiungimento dell'unit e indipendenza nazionale port l'Italia a un governo maggiormente orientato verso il liberalismo e, pertanto, al progressivo emergere, anche a funzioni dirigenti, di quella che si pu chiamare la prima borghesia italiana. Il crollo del sistema politico e sociale legato all'et della Restaurazione?-?pensiamo all'Italia in cui dovette vivere e operare Giacomo Leopardi?-?favor naturalmente questo importante fenomeno. Prima del Risorgimento la classe dirigente italiana (o meglio: quella dei diversi Stati della penisola) era essenzialmente rappresentata dall'aristocrazia terriera alleata con la Chiesa. Intorno al 1861, al contrario, l'elemento professionale e mercantile, in unione con una nuova classe media formata da piccoli proprietari terrieri, aveva acquistato un rilievo molto maggiore e si pu dire, in via almeno generale, che questo comparire della borghesia sulla scena politica del paese, in lotta ma anche in collusione con la vecchia aristocrazia, costitu un fenomeno al quale ebbero particolarmente a interessarsi i due fra i maggiori scrittori del nostro Ottocento: Federico De Roberto e Giovanni Verga.
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2 Come sempre in passato, e come a dir vero ancor oggi, la situazione politico-sociale della penisola mostrava, all'indomani dell'unit nazionale, una profonda divaricazione tra la sua parte settentrionale o centro-settentrionale e la sua parte meridionale o centro-meridionale. Il momento in cui i due grandi centri dell'illuminismo settecentesco di Napoli e Milano parvero spingere unitariamente verso un autentico rinnovamento ebbe una durata relativamente breve. La sconfitta del giacobinismo meridionale e l'emigrazione dei suoi esponenti a Milano impoverirono il Mezzogiorno anche sotto questo aspetto, sicch la borghesia di questa parte d'Italia fece la sua comparsa proprio nel periodo post-unitario. La formazione di una nuova classe di proprietari terrieri deriv qui (ma siamo ormai al periodo posteriore al 1861) dalle direttive dell'Italia unita di espropriare le vaste propriet della Chiesa per rivenderle sul libero mercato, il che significava, da parte dei nuovi ricchi, l'acquistarle a basso prezzo. Ci fu particolarmente caratteristico della realt siciliana (si pensi al don Blasco dei Vicer di De Roberto o al Gesualdo del Don Gesualdo di Verga) in quanto, nell'isola, n Napoleone n i princpi del 1789 avevano fatto breccia o sovvertito le istituzioni tradizionali (la manomorta ecclesiastica ammontava a un decimo di tutta la superficie coltivabile). Lo stesso pu dirsi per ci che riguardava le terre comuni dei villaggi, onde le persone pi intraprendenti non potevano certo vedere di malocchio (almeno sotto questo aspetto) una rivoluzione che aveva fornito loro un'eccellente occasione di arricchirsi e di elevarsi in prestigio sociale. Per quanto il noto ciclo dei vinti di Verga si iscriva nel principio positivistico della lotta per la sopravvivenza e intenda tradurre in forme letterarie i motivi di fondo delle teorie di Darwin, bisogner anche ammettere che, nel profondo, i romanzi dello scrittore, come del resto certe sue novelle, riflettono con molta nitidezza una realt storica tutt'altro che fantasiosa o meramente ispirata allo studio psicologico del cuore umano. Il celebre ideale dell'ostrica al quale I Malavoglia sarebbero informati, apparirebbe anche come una formula notevolmente riduttiva rispetto alla concreta sostanza di un libro che porta in s, financo nel gestire e nel parlare dei suoi protagonisti, il sigillo sconfortante di una verit storica quanto mai amara e dolorosa (e naturalmente molto significativa da un punto di vista politico ed economico). I vinti, voglio dire, furono anche i vinti delle ferree leggi del libero mercato instaurato dopo il 1861. Mentre la politica dei Borboni, per quanto retriva e paternalistica, aveva sempre mirato, per inettitudine o immobilismo, a favorire i poveri rispetto alle classi medie, la nuova legislazione piemontese non solo consent ma favor l'ascesa dei prezzi agricoli. Le trasformazioni economiche, naturalmente, spazzarono via il vecchio paternalismo e ci costitu senza dubbio un passo in avanti, ma la sua sostituzione con una libert di commercio promossa e condotta senza direttive lungimiranti e soprattutto in opposizione e dispregio delle emergenti istanze del socialismo, fin per allargare il divario tra i ceti privilegiati e le plebi sempre pi affamate e miserande. L'atto di nascita della borghesia meridionale e il suo apparente messaggio di libert, democrazia e progresso passarono inevitabilmente (in collusione con la vecchia aristocrazia) attraverso una nuova forma di oppressione: l'oppressione, intendo dire, dello sfruttamento economico. E gli scrittori di maggior peso non poterono non avvertire, sia pure dai loro diversi punti di vista, questa tragica e incombente novit.
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3 Non si pu dire che l'aristocrazia italiana avesse, come classe sociale, l'importanza politica che ebbe quella della Germania o che godesse dell'esperienza di governo che possedette quella inglese. Il quadro che ne diede a met del Settecento Giuseppe Parini  quanto mai eloquente: una classe frivola, parassitaria, assolutamente disimpegnata, indegna delle proprie origini e dei suoi stessi antenati. N si pu dire che Parini fosse contro l'aristocrazia in quanto aristocrazia; l'avvers e la satireggi come classe d'uomini inconcludenti e in quanto moralmente pericolosa per il cattivo esempio che offriva. Si potrebbe persino sostenere che la nascente borghesia lombarda operasse da stimolo nei confronti di una nobilt che aveva tradito il proprio ruolo.
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4 Essere nobili, inoltre, non comportava essere necessariamente ricchi e potenti. Il conte di Cavour, nella sua qualit di cadetto, dovette crearsi un proprio patrimonio dedicandosi all'attivit agricola e finanziaria, mentre il suo predecessore alla presidenza del Consiglio, il marchese Massimo D'Azeglio, fu pittore e romanziere di successo. Quanto alla Sicilia, si  calcolato che esistessero una sessantina di duchi, un centinaio di prncipi e un'infinit di baroni e marchesi, molti dei quali altrettanto rozzi e ignoranti quanto i loro staffieri; e per una certificazione, del resto, basta soltanto sfogliare I Vicer di De Roberto. Se poi si pensa che dopo l'unit e per ragioni meramente speculative, i titoli nobiliari vennero moltiplicandosi, si pu perfettamente capire perch Cavour escludesse che si potesse istituire in Italia una Camera dei Pari.
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5 A tale aristocrazia in sostanza, che certo non aveva mai brillato nei secoli precedenti, non rimaneva che il prestigio del rango sociale, anch'esso naturalmente, per via dei tempi, in costante declino. Diceva Carlo Cattaneo che essa affondava le proprie radici nella terra come una vecchia pianta alla quale non stia a cuore se non la propria comoda immobilit, ond' che, sul piano politico, fu a poco a poco sostituita da quegli homines novi (i Pirelli, i Breda, gli Orlando) che giunsero a guadagnarsi un seggio in Senato attraverso la loro operosit e imprenditorialit industriale. E se comunque al Nord essa si veniva via via fondendo con il resto della societ, nel Mezzogiorno d'Italia questi aristocratici persistevano nel rimanere dei buoni a nulla orgogliosamente e scioccamente legati a un passato di anacronistico prepotere.

6 Il profilo che attorno al 1860 ne tracciava un console inglese era pi o meno il seguente. Il nobile siciliano viene educato privatamente da un ecclesiastico,  abituato a vivere a stretto contatto con i domestici e non ha, di solito, alcun compagno di giochi. Dopo che un pedagogo gli ha insegnato a mala pena a leggere e a scrivere, finisce nelle mani di un frate che lo educa al catechismo e ai primi rudimenti del latino; di qui passa in una scuola per nobili dove gli viene data un'infarinatura di belle lettere e tutta la sua educazione  conclusa. Tornato a casa a sedici o diciassette anni, getta in un angolo i suoi pochi libri e si mette a scorazzare per la citt. Il pregiudizio di classe gli vieta di entrare nell'esercito o nella marina; la sua ignoranza nella magistratura. Vive cos sulle proprie terre tanto che la maggior parte delle citt siciliane servivano da residenza ai signori dei dintorni, dalle magre risorse dei quali dipendeva la loro vita. Orbene: ci che sorprende  la perfetta identit di questo profilo con tanti dei personaggi che animano appunto I Vicer di De Roberto, anche se poi, nel romanzo dello scrittore napoletano, si narra anche come l'ultimo rampollo di una casata spagnola di Sicilia, il principe Consalvo degli Uzeda, distinguendosi dai suoi consanguinei, abbia saputo servirsi delle nuove circostanze storiche conseguenti all'unit della penisola per conquistarsi un potere effettivo. Nel grande romanzo d'apertura della nostra storia letteraria?-?il Decameron di Giovanni Boccaccio?-?avevamo veduto la vittoriosa borghesia mercantile del Due-Trecento imporre alla feudalit sconfitta il proprio modo di pensare e la propria spregiudicatezza nell'agire e, in certo modo, sostituirsi ad essa assorbendone i costumi; in quest'altro di fine Ottocento vediamo il contrario: la riscossa dell'aristocrazia che finge di abdicare ai propri secolari pregiudizi per inserirsi stabilmente, e parassitariamente, nel nuovo sistema liberal-borghese.
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Un personaggio esemplare: il Consalvo dei Vicer di Federico De Roberto.
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7 La figura del personaggio che ora esamineremo, oltre che centrale nell'economia del romanzo, risulta quanto mai rappresentativa del modo d'essere, pensare ed agire della classe dirigente della cosiddetta nuova Italia, il paese che aveva ritenuto, con la raggiunta unit, di essere entrato nel concerto europeo. Con lui infatti, se pure in forme diverse, ci troviamo di fronte a quel problema della ragion di Stato che dopo Machiavelli la coscienza storico-politica moderna ha dovuto continuamente affrontare e che in certi capitoli storici dei Promessi sposi manzoniani, oltre che nella Storia della colonna infame, ha trovato una messa a punto tanto nitida quanto drammatica. Ma seguiamo ora il personaggio di De Roberto al suo rientro nel palazzo paterno (a Catania) dopo avere compiuto?-?giusto quanto osservava il console inglese?-?il suo noviziato di studi in un monastero benedettino (citiamo da Federico De Roberto, Romanzi, novelle e saggi, a cura di Carlo A. Madrignani, Milano, Mondadori, 1984).
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Consalvo, s, poteva fare e faceva quel che gli piaceva. Non solo egli non badava agli affari di casa [...] ma non stava in casa se non per dormire?-?quando ci dormiva. Lasciata la camera che aveva occupata al ritorno dal convento, s'era accomodato un quartierino al primo piano, dalla parte del secondo cortile, sfondando muri, murando finestre, aprendo una nuova scala, disordinando ancora un altro poco la pianta del palazzo. Il principe [il padre] l'aveva lasciato fare. Non contento di starsene cos interamente segregato dal resto della famiglia, con persone di servizio esclusivamente addette alla sua persona, adesso desinava solo, dichiarando che le ore di suo padre non gli convenivano. E il principe si piegava anche a questo, con grande stupore di quanti conoscevano la sua prepotenza, il suo bisogno d'assoluto comando (p. 851).
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8 Fermiamoci un momento per osservare che qui lo scrittore, nel suo stile apparentemente cronachistico ma quanto mai aspro e dissacrante, getta quasi un primo seme di quel violentissimo contrasto che tra padre e figlio esploder nella parte conclusiva del romanzo, contrasto tutto politico tra vecchia e nuova forma di esercitare il potere (come poi verr in chiaro), e che coinvolger i due personaggi in forme sia drammatiche sia sarcasticamente grottesche. Col suo concedergli tutto?-?e a parlare, come quasi sempre in De Roberto, sono i comportamenti e i fatti concreti?-? come se il padre volesse annullare il figlio, liberarsi di lui, farlo definitivamente scomparire dalla sua presenza. Se non paresse eccessivo, si potrebbe persin dire che viene qui rinnovato il mito di Saturno che divora i propri figli per il timore che essi lo scalzino dal proprio potere, quel potere che gli era in realt tolto dall'evolversi di eventi storici di fronte ai quali egli avverte tutta la propria impotenza; che divora insomma, o divorerebbe, quel Consalvo che invece, come vedremo, sapr comprendere la situazione mutata e avvalersene. Ma continuiamo.
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Il giovanotto faceva la bella vita; cavalli, carrozze, caccia, scherma, giuoco ed il resto. Finito, dopo l'incendio del Sessantadue, il Casino dei Nobili, egli aveva fondato, insieme con qualche dozzina di compagni, un Club che era la risurrezione pi elegante e ricca dell'antica istituzione. Quantunque solo i nobili autentici vi fossero ammessi, Consalvo vi aveva ficcato due o tre giovanotti che non appartenevano alla casta, ma gli facevano da mezzani. Accordava la sua protezione e la sua amicizia solo a quelli che lo servivano, lo ammiravano, che gli facevano la corte. Come al Noviziato, anche adesso derideva i meno nobili e meno ricchi di lui: un motivo di cruccio contro suo padre era appunto l'avarizia di costui che si lasciava prendere la mano dai nuovi arricchiti (pp. 851-2).
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9 Anche qui giover soffermarsi un istante e osservare che il contrasto tra padre e figlio viene riproposto come un contrasto tra mentalit politiche, o meglio, storico-politiche. Un padre che per tradizione e generazione si sente ancora un vicer ma che pure, confusamente, avverte che l'ascesa delle nuove classi potrebbe minacciarlo nel suo assolutismo, onde la necessit, nella consapevolezza della propria impotenza, di addivenire a qualche compromesso con i parvenus: si lasciava prendere la mano dai nuovi arricchiti; un figlio all'opposto che, nella sua giovanile arroganza e sentendosi ancora fino in fondo un vicer e un Uzeda, accoglie la sfida del nuovo, spregia il padre per i suoi tentennamenti e mostra tutta la brutalit dell'antica razza-padrona. Se nel padre l'orgoglio di un assolutismo in declino si rifugia nell'orpello dell'avito splendore, quello del figlio si sfoga nelle forme della soperchieria pi volgare.
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Il lusso esteriore degli Uzeda,?-?scrive ancora De Roberto (p. 852)?-?che prima del Sessanta pareva straordinario, adesso cominciava ad essere agguagliato se non superato dai nuovi arricchiti, e mentre a palazzo i mobili di cinquant'anni addietro cadevano a pezzi e le livree del secolo passato servivano al pasto delle tignole, c'era gente che spendeva un occhio del capo a metter su case ed equipaggi col gusto moderno. Ma agli occhi del principe, la vecchiaia dei mobili e delle livree era come un altro titolo di nobilt; e se tutti tenevano adesso il guardaportone mentre vent'anni addietro c'era solo quello di Casa Uzeda, chi aveva nel vestibolo la rastrelliera?
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10 Ecco la consolazione del principe padre, l'unica nota umana, si direbbe, con la quale la spietatezza descrittiva di De Roberto consegna il personaggio all'eventuale pietas di un lettore reazionario: la sua figura circondata dall'impotenza e dall'immobilismo nel crescente tumulto delle forze storico-sociali in gioco. E il figlio?
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11 Per il momento, nelle pagine conclusive del settimo capitolo della seconda parte del romanzo, lo vediamo, dall'alto di un breack o d'uno stage, attillato negli abiti venuti apposta da Firenze, guidare come il pi esperto cocchiere un tiro a quattro, fermandosi per far salire gli amici che incontrava lungo la via, avanzando poi tutti gli altri equipaggi, frustando come i suoi antenati i cocchieri che osavano contrastargli il passo; e lo vediamo altres, come i suoi pari dell'antica nobilt trecentesca napoletana infamati da Petrarca in alcune sue lettere, scorazzare nottetempo per la citt alla testa delle pi volgari brigate giovanili, bastonare a capriccio le persone, gareggiare con i compagnoni in turpitudini e nefandezze, frequentare taverne e angiporti e riuscire sempre primo, persino nel delitto. Tale la prima forma d'educazione di un giovane gentiluomo destinato ad entrare nel parlamento dell'Italia unita.
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12 Ma questo  per cos dire l'antefatto, la descrizione, anche in termini di storia del costume, della natura di un aristocratico che si appresta, da aristocratico, a conquistare e far suo il mondo della borghesia per assumerlo in s e perpetuare, se pure in forme tecniche diverse, l'antico prepotere feudale. Osserviamo intanto che tale natura possiede alcuni tratti sommamente caratteristici: l'instintualit aggressiva innanzitutto; quindi il dispregio per ogni forma di convivenza civile e l'irrisione del sapere, vale a dire di ci che costituisce il primo nucleo di un'autentica vita interiore. La sicurezza di s che deriva da secoli di privilegi quasi divini non muta atteggiamento se non quando vi sia costretta dalla storia, ed  infatti la storia, con gli sconvolgimenti prodotti dalla rivoluzione unitaria, a spingere Consalvo a imboccare una strada diversa, a sollecitare in lui quella che De Roberto, sarcasticamente, definisce la sua conversione. Nel secondo capitolo dell'ultima parte del romanzo lo vediamo infatti studiare: economia politica, diritto costituzionale, scienza dell'amministrazione. Cos'era accaduto?
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13 Senza ora ripetere ci che ciascuno pu benissimo vedere da s, essenzialmente due fatti: l'incontro con una realt storica e la riflessione su di essa. Il primo fatto, in pagine tanto sinteticamente icastiche quanto significative, viene proposto nelle consuete forme di un viaggio del protagonista nelle maggiori citt italiane ed europee, viaggio nel quale Consalvo scopre con rammarico che il mondo che si proponeva di conquistare e dominare esigeva il possesso di una strumentazione tecnica di cui egli era assolutamente privo; il secondo, ossia la riflessione su una realt storico-politica del tutto difforme da quella conosciuta (quella provinciale e isolana della sua Sicilia), viene sintetizzato da De Roberto con questa sola espressione: occorreva fare politica. La conquista della politica, pertanto, diviene da questo momento l'imperativo categorico di questa sorta di siculo (o italico) Rastignac. Occorreva saperla maneggiare con un'abilit pi cinica di quella degli infiniti concorrenti; occorreva convogliare in essa tutti gli sforzi, i propositi e quelle stesse brutali doti di natura, ad essa essenziali, alle quali abbiamo gi fatto cenno; occorreva battersi nel modo pi spregiudicato al fine di non trovarsi mai n troppo al di l n troppo al di qua di quella opinione comune dalla quale soltanto, con l'elezione, sarebbe dipeso il potere. Occorreva insomma, pur rimanendo borbonico e clericale nel profondo, tessere gli elogi e mostrare le interdipendenze tra la libert economica e la libert politica, le pi grandi garanzie di benessere e di felicit per dirla con le parole stesse del nostro Consalvo (p. 927), le ragioni d'essere di questa giovane Italia, ricomposta ed unita in nazione libera e forte per virt di popolo e Re.
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14 Cosa intanto concludere, provvisoriamente? Anzitutto che non pare, come solitamente si ritiene, che I Vicer siano soprattutto la storia di una famiglia osservata e studiata con spirito scientifico; e neppure, a dir vero, che il senso pi specifico del libro stia nell'affermazione conclusiva di Consalvo: No, la nostra razza non  degenerata:  sempre la stessa, onde i parallelismi col pi tardo e moderno Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (se vogliamo che tutto rimanga com', bisogna che tutto cambi). Ci che si pu meglio dire?-?mi sembra?-? che il proposito di De Roberto sia stato quello, alla Balzac, di mostrare, scarnificandola, come l'ossatura che veniva sostenendo il potere nel suo passaggio da et feudale a et borghese, da monarchia assoluta a monarchia costituzionale, non fosse sostanzialmente cambiata, ma come fossero cambiate, e profondamente, le strutture sulle quali tale ossatura si era retta e si reggeva. All'immobilit del passato, in altri termini, la storia aveva sostituito la mobilit del presente, peraltro immettendo nelle vicende politiche in atto l'effettiva realt delle spinte del socialismo, spinte tutt'altro che fantasiose e innocenti. Se l'occhio dello scrittore sul nuovo ed essenziale strumento della politica  di segno indubitabilmente negativo: affarismo, corruzione, ipocrisia, perpetuazione del profondo fossato che separa governanti e governati, si avverte pur sempre in sottofondo che la storia, con il suo lento ma costante ancorch ondivago movimento, veniva obbligando le classi dirigenti, sia pure obtorto collo, a mutare abitudini e idee e, alla fine (questa almeno la speranza), a dare ad esse propositi pi civili e intenzioni pi ragionevoli; a volgere cio in meglio, e sia pure con una lentezza esasperante, la natura dell'uomo. Non  un caso?-?io credo?-?che a non accogliere supinamente le trasformazioni in atto o a furbescamente maneggiarle per trarne un personale profitto, ci sia nei Vicer almeno un personaggio, e che tale personaggio provenga dai pi bassi ceti sociali: il vecchio Baldassarre. Al principe-padrone che, basito, gli chiede ragione del suo auto-licenziamento egli, con la semplice franchezza di una dignit ritrovata, risponde cos: Sono stato quarant'anni in casa di Vostra Eccellenza, ora me ne voglio andare. Vostra Eccellenza pu tenermi per forza? In casa sua, Vostra Eccellenza comanda come gli pare e piace; chi le pu dir nulla?... Anch'io in casa mia sono padrone. Vostra Eccellenza pu procurarsi un altro maestro di casa meglio di me; non ne mancano: il primo del mese io me ne vado (p. 993).
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15 No: lo sguardo di De Roberto non  uno sguardo negativo, disfattista e ideologicamente cinico.  lo sguardo, come vedremo, dello scrittore realista.
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La questione meridionale.
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16 All'inizio fu l'ignoranza. Ben pochi fra coloro che si erano battuti per la costituzione dell'unit d'Italia sapevano delle condizioni del Mezzogiorno e della sua gente. Minghetti aveva definito questa parte della penisola la plaga pi fertile d'Europa e perfino Cavour, che respinse sempre ogni invito a verificare di persona la situazione, era convinto che il Napoletano potesse divenire la regione pi prospera d'Italia. Il riconoscimento della verit comport la vilt dello scherno. Scrivendo a Cavour Luigi Farini cos ebbe a esprimersi: Amico mio, che paesi sono mai questi, il Molise e la Terra del Lavoro! Altro che Italia! Questa  Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virt civile. D'Azeglio sugger addirittura di separare nuovamente il Sud dal resto del paese.
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17 A poco a poco una nuova leggenda si inser sulla precedente: quella cio di un paese ricco per natura ma condannato alla miseria dal malgoverno borbonico e dall'infingarda corruzione dei suoi abitanti. Una volta accolti questi facili quanto sciocchi presupposti tutto sembr andare a posto. Si diede infatti per scontato che il governo liberale e illuminato dell'Italia unita avrebbe automaticamente migliorato la situazione: che bisogno c'era, pertanto, di porre il problema di una questione meridionale? Si dimentic purtroppo che le condizioni della Sardegna, nonostante 150 anni di governo piemontese, erano in uno stato ancora peggiore di quello siciliano; ci si rifiut insomma di credere quello che gli economisti e le persone perbene, nei loro studi, venivano dimostrando con seriet, ossia che il Mezzogiorno era tutt'altro che la mitica terra dell'opulenza cantata dai classici greci e latini. Giustino Fortunato venne persino accusato di avere inventato la malaria a mero scopo polemico.
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18 Solo quando Franchetti e Sonnino, da privati e dopo il 1870, iniziarono le loro inchieste il problema cominci a porsi, ma bisogn attendere l'inizio del nuovo secolo, (a ragione delle sommosse proletarie del primo socialismo) per vedere gli uomini politici rendersi conto che il Mezzogiorno era tutt'altro che un giardino delle Esperidi e, quel che pi importa, che la politica sino ad allora seguita aveva convogliato capitali e ricchezze soltanto al Nord. Nel sistema di governo italiano?-?ieri come oggi?-?vige sempre la tendenza a passare sotto silenzio le questioni pi scabrose e che tendono ad alterare i difficili equilibri fra i diversi gruppi in parlamento sicch, se non fosse stata la minaccia sempre pi incombente delle sommosse cittadine dei Fasci, la condizione delle classi povere meridionali sarebbe rimasta nella dimenticanza. E qui bisogna dire che prima dell'unit il Meridione era stato un paese con una pressione fiscale moderata e un debito pubblico trascurabile, con vasti beni demaniali che rappresentavano un attivo per l'intera collettivit e con un governo paternalistico la cui prima preoccupazione era per quella di mantenere bassi i prezzi dei generi alimentari. Dopo il 1861 la sua autonomia scomparve; le imposte aumentarono vertiginosamente e, nel 1865, l'abbandono del protezionismo industriale caus immediatamente la chiusura di molte fabbriche a Napoli, Messina e altrove. Non per nulla cominciarono delle campagne di stampa al grido: Siamo Napoletani prima di Italiani!
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19 Dopo l'Ottanta, inoltre, la depressione agricola provoc al Sud una nuova battuta d'arresto, e ci avvenne proprio mentre il Nord stava iniziando la sua rapida ascesa grazie alla protezione delle tariffe doganali. Il prezzo del grano prese a cadere progressivamente e quasi ci non bastasse Sonnino, allora ministro del Tesoro, scelse proprio questo momento per aumentare il dazio sul grano e il prezzo del sale. Con tale dazio la Sicilia pagava una somma pari a quella dell'infinitamente pi ricca Lombardia e tre volte maggiore di quella pagata dal Veneto. In breve: il Meridione doveva, con i suoi prodotti deprezzati, acquistare manufatti resi pi cari del protezionismo: la conseguenza fu il drenaggio, in quantit sempre maggiore, proprio di quei capitali di cui aveva pi disperato bisogno.
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20 Il primo a rendersi conto del problema e, soprattutto, a impostarlo nei suoi termini corretti?-?la questione meridionale come la conseguenza di una precisa scelta politica?-?fu Antonio Gramsci. In un suo scritto del 1926, peraltro assai noto, Alcuni temi della questione meridionale, egli scrisse queste illuminate osservazioni:
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La borghesia, gi prima della guerra [del 1915-18], non poteva pi governare tranquillamente. L'insurrezione dei contadini siciliani nel 1894 e l'insurrezione a Milano nel 1898 furono l'experimentum crucis della borghesia italiana. Dopo il decennio sanguinoso 1890-1900, la borghesia dovette rinunziare a una dittatura troppo esclusivista, troppo violenta, troppo diretta: insorgevano contro di lei simultaneamente anche se non coordinatamente, i contadini meridionali e gli operai settentrionali. Nel nuovo secolo la classe dominante inaugur una nuova politica di alleanze di classe, di blocchi politici di classe, cio di democrazia borghese. Doveva scegliere: o una democrazia rurale, cio un'alleanza con i contadini meridionali, una politica di libert doganale, di suffragio universale, di decentramento amministrativo, di bassi prezzi nei prodotti industriali, o un blocco industriale capitalistico-operaio, senza suffragio universale, per il protezionismo doganale, per il mantenimento dell'accentramento statale (espressione del dominio borghese sui contadini, specialmente del Mezzogiorno e delle Isole), per una politica riformistica dei salari e delle libert sindacali. Scelse, non a caso, questa seconda soluzione. Giolitti imperson il dominio borghese e il partito socialista divenne lo strumento della politica giolittiana (in La costruzione del partito comunista. 1923-26, Torino, Einaudi, 1974, pp. 145-6).

21  difficile, nonostante certo schematismo, contraddire seriamente questa analisi. Tutta l'esperienza del giolittismo e quindi il successivo tramonto del regime liberale ci dicono che il contrasto tra Nord e Sud si era fatto perpetuo, insuperabile nell'ambito del sistema socio-politico vigente. Ne deriv che la questione meridionale, ormai fattasi nazionale, poggiava le sue basi proprio su uno Stato fondato sull'alleanza tra la borghesia del Nord e i grandi proprietari terrieri del Sud, sul mantenimento nel Mezzogiorno di una struttura agraria arretrata e sull'emarginazione del lavoro contadino meridionale. Si tratt insomma di una scelta che escludeva radicalmente i contadini meridionali dalla possibilit di agire positivamente sui meccanismi dello Stato. E se  vero che venne in questo modo realizzata la prima fase della formazione della nazione italiana e quella della creazione di un nucleo industriale moderno in un paese che ancora, dopo la met dell'Ottocento, poteva considerarsi semplicemente agricolo, questo traguardo fu raggiunto con conseguenze quanto mai negative per il Sud, da questo momento votato a una serie di sacrifici sempre pi imponenti (e basti per questo pensare anche al solo drammatico fenomeno dell'emigrazione) che, in maggiore o minore misura, durano del resto ancor oggi. In breve: con l'unit e dopo di essa, il Mezzogiorno si avvi sempre di pi verso uno stato di disgregazione sociale nei confronti della quale, a giudizio di Gramsci, era quanto mai urgente reagire.

22 Vediamo ora, prima di affrontare il problema del realismo letterario nei confronti di una data situazione storico-politica, quale fosse la realt effettiva delle masse contadine nel Mezzogiorno d'Italia e quali anche certi suoi riflessi nelle pagine di alcuni importanti scrittori del tempo. Cominciamo dal primo punto.

23 Diremo intanto che la questione del cosiddetto Risorgimento e del suo obbiettivo nazional-unitario non coinvolse menomamente, quando addirittura non fossero ad essi ostili come dimostra ad esempio l'esito della spedizione di Pisacane nel 1857, gli uomini del Sud. Si pu anzi dire, come del resto  stato detto, che tali concetti, per essi, non significavano nulla, almeno fino a quando non penetrarono nelle loro case sotto forma di prezzi e imposte pi alte o di coscrizione obbligatoria. La loro tendenza naturale fu insomma quella di resistere a qualsiasi esercito invasore che sopraggiungesse a requisire le loro scarse provviste alimentari, tant' che, in politica, essi costituirono sostanzialmente una virtuale forza controrivoluzionaria: nel 1848 gli stessi contadini lombardi avevano aperto le chiuse per frenare l'avanzata dei piemontesi; nel 1849, tanto al Nord quanto al Sud, si batterono in favore delle vecchie dinastie; nel 1857, come abbiamo appena ricordato, Carlo Pisacane venne ucciso proprio da quelle masse che egli intendeva liberare. La loro ostilit e il loro odio, in sostanza, erano molto pi forti nei riguardi dell'oppressione subita dai proprietari o dagli usurai locali che non riguardo a quelli dell'oppressione regia, onde l'unica guerra che essi potessero comprendere era quella sociale, da loro peraltro, in certo modo, combattuta in perennit.

24 Quanto poi alle regioni agricole meridionali gli analfabeti erano la stragrande maggioranza. Vi si soleva dire che il mantenimento di un asino costava pi di quello di un uomo e i Mille di Garibaldi, che provenivano quasi esclusivamente dagli ambienti cittadini, rimasero sbalorditi nell'incontrare dei pastori ricoperti soltanto di pelle di capra. Le strade erano inesistenti persino tra alcune delle principali citt; il commercio quasi nullo; la terra coltivata solo a tratti; il mare solcato ancora da pirati. La malaria, i briganti o la mancanza d'acqua costringevano le popolazioni ad ammassarsi in grandi villaggi distanti anche una ventina di chilometri dai luoghi di lavoro, distanze da ricoprirsi a piedi o a dorso d'asino o di mulo. Esistevano persino luoghi in cui il danaro non era affatto necessario al funzionamento dell'economia. L'affitto, le decime al parroco o la protezione offerta dai campieri dei proprietari potevano essere pagati ancora in natura. Enorme disuguaglianza delle ricchezze; quasi inesistente, al contrario, l'idea dell'eguaglianza di tutti di fronte alla legge. Un mondo insomma tuttora dominato dallo spirito della Controriforma, nel quale naturalmente il clero esercitava una decisiva influenza su una popolazione avvezza ad apprendere solo in chiesa le poche norme morali, politiche e persino igieniche. Il Don Gesualdo di Verga o le sue Novelle rusticane come quelle di Vita dei campi, o come parecchie di Luigi Pirandello, ne sono il documento letterario.

25 All'occhio di questa umanit semiprimitiva e come tenuta in vita dalle sole pulsioni insite nella sopravvivenza (si pensi per certi riguardi ai Malavoglia verghiani),  naturale che le aspirazioni del liberalismo unitario fossero come dei misteri incomprensibili e soltanto odiosi. Uno dei personaggi del romanzo verghiano appena ricordato muore nella battaglia di Lissa senza che nessuno dei suoi familiari e compaesani di Aci Trezza sappia come, dove e perch. Non che non ci fosse disponibilit alla rivolta, ma ogni rivolta significava soltanto un'opportunit per saccheggiare e incendiare, un'occasione per attaccare gli scherani del padrone e il padrone stesso (si pensi al quarto capitolo della quarta e ultima parte del Don Gesualdo), o per bruciare il municipio con i ruoli delle imposte e i registri catastali, o per occupare le terre del padrone. In questo senso?-?e lo vedremo?-?risulta esemplare la novella Libert del grande scrittore catanese; ed esemplare anche per rendersi conto di come, onde evitare questi scoppi di collera che sostanzialmente indicavano come la nuova Italia potesse sorgere soltanto attraverso una precisa e organizzata rivoluzione sociale, le nuove classi dirigenti e gli stessi garibaldini avessero subito compreso che ci si doveva appoggiare sulle classi possidenti, sui proprietari terrieri e sul mantenimento dell'ordine, ovverosia dello statu quo, accusando di comunismo i rivoltosi di Bronte. Lo spettro del comunismo (luglio del 1860) s'aggirava davvero in Europa, anzi in Sicilia.

26 Come che sia, un noto romanziere francese, passando per Napoli attorno al 1862, vedeva il popolo vivere d'erbe e radici e il signore dare il pan bianco ai suoi cani. Vedeva i contadini vivere in tuguri umidi e malsani e il signore mettere al riparo i suoi cavalli in stalle ben pavimentate e protette; vedeva l'intera famiglia del disgraziato dormire nella stessa stanza con il mulo e il pollame e pagare, per un alloggio siffatto, poco meno dell'equivalente del salario di settanta giorni.

27 In Sicilia e altrove era la malaria a condizionare la vita di questi disgraziati, proprio come determinava i sistemi di conduzione delle terre, il tipo di colture o la densit della popolazione. Laddove le famiglie, per esempio, erano costrette a vivere tutte ammucchiate nei villaggi costruiti sulle cime sovrastanti le pianure malariche, era necessario provvedere a culture che potessero essere lavorate da persone che abitavano a distanza, che potessero essere abbandonate a se stesse nei mesi pi pericolosi e che non esigessero manodopera femminile. Ecco come Verga, nella sua novella Malaria, descrive questi sventurati paesi.

Invano Lentini, e Francofonte, e Patern cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle.

28 Oppure:

Per dov' la malaria  terra benedetta da Dio. In giugno le spighe si coricano dal peso, e i solchi fumano quasi avessero sangue nelle vene appena c'entra il vomere in novembre. Allora bisogna pure che chi semina e chi raccoglie caschi come una spiga matura, perch il Signore ha detto: Il pane che si mangia bisogna sudarlo. Come il sudore della febbre lascia qualcheduno stecchito sul pagliericcio di granoturco, e non c' pi bisogno di solfato n di decotto d'eucalipto, lo si carica sulla carretta del fieno, o attraverso il basto dell'asino, o su di una scala, come si pu, con un sacco sulla faccia, e si va a deporlo alla chiesuola solitaria, sotto i fichidindia spinosi di cui nessuno perci mangia i frutti. Le donne piangono in crocchio, e gli uomini stanno a guardare, fumando.

29 Giustino Fortunato dovette impegnarsi in una grande battaglia per ottenere che lo Stato provvedesse gratuitamente il chinino. La questione meridionale, come si vede, era sostanzialmente un problema di miseria.

30 Il fatto  che in Sicilia non vi era soltanto una classe povera; era l'intera isola ad esserlo. Una commissione parlamentare, nel 1876, rifer ottimisticamente che i contadini siciliani vivevano meglio dei coltivatori di riso lombardi. Franchetti e Sonnino dimostrarono come tale inchiesta si fosse esclusivamente basata sui dati forniti dalla borghesia locale giungendo, per converso, all'importante riconoscimento che il concetto di libert era totalmente privo di significato in presenza di condizioni di vita quali avevano rilevato nell'isola, e che la violenza sarebbe rimasta una delle attivit pi redditizie sino a quando la realt economica e sociale non fosse mutata radicalmente. L'isola era insomma una regione caratterizzata da latifondi di tipo feudale, da proprietari assenteisti, da un brulicare di societ segrete, da uno stato di ribellione endemico e da una forte emigrazione. Mancavano i capitali e imperava l'usura. Quanto all'emigrazione, basti dire che verso il 1876 il numero degli italiani che lasciavano annualmente la patria si aggirava sui centomila; che nel 1901 esso era salito sul mezzo milione; che nel solo 1913 furono pi di ottocentosettanta mila le persone che abbandonarono il proprio paese e che nel 1914 vi erano dai cinque ai sei milioni di italiani, in particolare meridionali, residenti all'estero (contro 35 milioni in patria). C' una novella di Pirandello, L'altro figlio, apparsa nel 1905 e tramutata in commedia in un atto vent'anni dopo, che con una icasticit stupefacente, anche se con toni, come sovente accade allo scrittore di Agrigento, drammaticamente paradossali, raffigura non soltanto la disperata condizione di questi emigranti ritratti soprattutto nelle loro illusorie speranze e nella tragedia dei pochi familiari rimasti, s anche, in retrospettiva, la catena dei penosi eventi che portarono gli abitanti della Sicilia a questa dolorosa soluzione.

I galantuomini di Giovanni Verga

31 Lo scrittore che pi di ogni altro fece di questa sventurata materia umana ( davvero il caso di usare questo termine) argomento della propria arte, fu il siciliano Giovanni Verga.

32 Noi qui non tratteremo della sua parabola artistica, della sua esperienza fiorentina quand'era sui venticinque anni (1865) e di quei suoi romanzi?-?Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale?-?che vanno sotto l'etichetta di ciclo mondano e che tendono all'introspezione psicologica, alla passione d'amore sensualmente esagitata e alla descrizione dell'ambiente borghese, altoborghese o addirittura nobiliare come tanta letteratura del tempo; e neppure della sua successiva esperienza milanese (1872) quale si espresse, ad esempio, nella raccolta di novelle intitolate Primavera e altri racconti. Noi anzi, dopo avere solo accennato alla celebre svolta rappresentata dalla novella Nedda del 1874, quel bozzetto siciliano che dice tante cose soprattutto nel suo breve prologo (il passaggio dalla retorica borghese del focolare domestico alla crudele realt del mondo dei diseredati di Sicilia), e dopo avere altres menzionato l'adesione dello scrittore alle nuove teorie sull'impersonalit dell'arte che in Francia avevano trovato i loro pi tenaci assertori e realizzatori in Flaubert, nei fratelli Goncourt e soprattutto in Zola, fisseremo lo sguardo su una sola novella dello scrittore isolano, che non  neppure tra le pi celebri ma che, a nostro parere,  quanto mai significativa dell'atteggiamento dell'intellettuale di fronte a una realt quasi scoperta, per cos dire, per la prima volta e pertanto quanto mai bisognosa di attenzione, di ricerca e, nonostante tutto, nonostante cio le posizioni teoriche in contrario, di passione. Si tratta del racconto I galantuomini, facente parte della raccolta del 1883 Novelle rusticane.  la terz'ultima delle dodici e gi il suo inizio  sorprendente:

Sanno scrivere?-?qui sta il guaio. La brinata dell'alba scura, e il sollione della msse, se li pigliano come tutti gli altri poveri diavoli, giacch son fatti di carne e d'ossa come il prossimo, per andare a sorvegliare che il prossimo non rubi loro il tempo e il denaro della giornata.

33 Il titolo, come si vede, fa tutt'uno con l'incipit, e quel sanno scrivere?-?qui sta il guaio  evidentemente il giudizio, per quanto anonimo e collettivo, dei poveri diavoli subalterni, quei miserabili contadini le cui sventure erano state narrate nella lunga novella precedente, Pane nero. Ed  giudizio negativo, di sorda ostilit; la popolana espressione di diffidenza verso le classi superiori che posseggono gli strumenti del raggiro, dell'inganno e del ricatto: il latinorum di don Abbondio denunciato da Renzo. E un'altra cosa andr subito detta: che il racconto, per quanto nel tempo,  in certo modo anche fuori di esso, in quanto non vi sono elementi precisi per poter dire se esso sia ambientato prima o dopo il 1861.  questa un'osservazione che potrebbe sembrare irrilevante, ma che non lo  se si riflette che I Malavoglia sono sicuramente collocati dopo l'unit d'Italia dato il riferimento alla battaglia di Lissa del 1866, mentre Mastro don Gesualdo, che  il romanzo che pur li segue anche idealmente e ideologicamente,  posto negli anni che precedono la rivoluzione. Si direbbe insomma che Verga non intenda in alcun modo fare riferimento alla situazione siciliana prima o dopo l'unit italiana, rimanendo essa in ogni caso la medesima (non per nulla, enfatizzando, Sapegno ebbe a parlare in Verga di un'atmosfera biblica).

34 Dunque i galantuomini, ossia i proprietari terrieri, coloro che potevano giovarsi del don (ricorderemo di passata che Verga era appunto figlio di galantuomini, ossia di proprietari seminobiliari di Vizzini). Ecco come prosegue la loro caratterizzazione in questo rituale battibecco con un povero diavolo inchiodato nel debito:

- Tu devi ancora due tumuli di grano dell'anno scorso.

- Signore, la raccolta fu scarsa!

-  colpa mia se non piovve? Dovevo forse abbeverare i seminati col bicchiere?

- Signore, gli ho dato il sangue mio alla vostra terra!

- Per questo ti pago, birbante! Ti pago a sangue d'uomo! Io mi dissanguo in spese di cultura, e poi se viene la malannata, mi piantate la mezzeria, e ve ne andate colla falce sotto l'ascella!

35 Nel galantuomo sordo a ogni ragionevole giustificazione del contadino non senti soltanto la risoluzione e lo scherno personali (dovevo forse abbeverare i seminati col bicchiere?); senti il tono inderogabile della necessitas che impone questo spietato cinismo: mors tua vita mea. E questa necessitas?-?in Sicilia?-?prende le forme concrete della malannata. Eccone ancora le cogenti e indiscutibili giustificazioni:

E dicono pure: Val pi un pezzente di un potente; che non si pu cavargli la pelle pel suo debito. Per ci chi non ha nulla deve pagar la terra pi cara degli altri,?-?il padrone ci arrischia di pi?-?e se la raccolta viene magra, il mezzadro  certo di non prendere nulla, e andarsene via colla falce sotto l'ascella.

36 Affiorano in questo breve passaggio quelle che oggi si direbbero le leggi del mercato, oppur anche la consapevolezza del rischio?-?il rischio di affidare le proprie terre a chi non ha patrimoni sui quali eventualmente rivalersi. Affiorano insomma i princpi dello sfruttamento economico o, eufemisticamente detto, le leggi fondamentali dei rapporti economici sotto la costante incombenza del sempre possibile disastro?-?la malannata. Occorre cautelarsene, ed  appunto in tale elementare e quasi feudale saggezza che sembra consistere l'alfa e l'omega dell'esistenza, il suo stesso significato e valore. Tutti conoscono il mito verghiano della roba; e che questa celebre novella, sempre delle Rusticane, la settima che avr i suoi sviluppi nel Gesualdo (1888-89), non sia il racconto di un semplice caso di patologia individuale ma l'esemplificazione di una sorta di principio etico-religioso, tipico della mentalit e delle societ primitive, lo si vede da qui, dall'istintiva preoccupazione del galantuomo nell'affidare i propri averi a chi non ha che le braccia per lavorare; a chi, proverbialmente detto, val pi di un potente, ossia ti pone a un rischio enormemente maggiore. Non c' bisogno di Marx per vedere qui l'uomo ridotto a cosa e a cosa, ad un tempo, necessaria quanto rischiosa. Rischiosa per le ragioni che abbiamo detto; necessaria perch nel codice del possidente  del tutto escluso che egli stesso debba lavorare come gli altri. Il suo lavoro, l'abbiamo visto, consiste nel sorvegliare che il prossimo non gli rubi il tempo e il denaro della giornata. La giornata: andare a giornata; che  quanto rappresenta la discesa nell'ultimo scalino della scala sociale; qualcosa che si avverte come intollerabile quando vi si sia costretti; una ferita che produce un dolore profondissimo e pressoch indicibile: la vergogna. Perch quelli che sono nati col don vanno soggetti anche alla vergogna annoter Verga in questa stessa novella, e vi insister anzi in modo spietato. Era del resto questo sentimento (se vogliamo cos definirlo) il vero cancro che ebbe ad attossicare la vita di padron Ntoni nei Malavoglia.

37 Qui nel nostro racconto esso emerge dal rapido tratteggio della serie di eventi che conducono un don?-?don Piddu?-?gi gi nella miseria fino al pignoramento. Il matrimonio di sua figlia Saridda con un altro don, don Giovannino, va in fumo proprio per questo. Ecco le parole dello scrittore:

Don Giovannino non badava alla dote. Ma il disonore del pignoramento poi era un altro par di maniche! La gente si affollava dinanzi al portone di don Piddu, a vedergli portar via gli armadi e i cassettoni, che lasciavano il segno bianco nel muro dove erano stati tanto tempo, e le figliuole, pallide come cera, avevano un gran da fare per nascondere alla mamma, in fondo a un letto, quel che succedeva. Lei, poveretta, fingeva di non accorgersene. Prima era andata col marito a pregare, a scongiurare dal notaio giudice:?-?Pagheremo domani; pagheremo doman l'altro.?-?E tornavano a casa rasente al muro, lei colla faccia nascosta dentro il manto?-?ed era sangue di baroni! Il d del pignoramento donna Saridda, colle lagrime agli occhi, era andata a chiudere tutte le finestre, perch quelli che son nati col don vanno soggetti anche alla vergogna. Don Piddu, quando per carit l'avevano preso sorvegliante alle chiuse del Fiumegrande, nel tempo della msse, che la malaria si mangiava i cristiani, non gli rincresceva della malaria: gli doleva solo che i contadini, allorch questionavano con lui, mettevano da parte il don e lo trattavano a tu per tu.

38 Irrisione di un pregiudizio? Tutt'altro. In questo strano racconto che, come abbiamo detto, segue quello tutto contadino di Pane nero, Verga vuole cogliere non gi i tic dei galantuomini (dei galantuomini ridottisi in miseria), ma mostrare come le loro sofferenze, per il grado di maggiore educazione ricevuta, per il loro saper scrivere come  appunto detto all'inizio, risultino maggiori di quelle dei semplici contadini, bruta animalit. Naturalmente ci sar da discutere e da obbiettare su questa forma di presunta civilt superiore apportatrice di pi vivi patimenti; in realt di questi veri e propri pregiudizi sociali succhiati col latte e tramandati col sangue (e qui si potrebbe anche vedere l'adesione dello scrittore alle teorie positivistiche ormai in voga anche in Italia), Verga fa uno degli elementi di fondo della sua materia narrativa.  proprio anzi da questi o altri non dissimili particolari proposti in tutta luce che prende origine e forza la struttura cos originale del suo linguaggio; ossia dalle cose e dai comportamenti quali sono veduti ed intesi da coloro che li compiono e che, come tali, li ritengono veri. La vergogna che prova il galantuomo quando  caduto in disgrazia, al livello stesso del contadino pur mantenendo istintivamente il senso della propria superiorit sociale, diviene pertanto?-?in quanto vera?-?un patimento altamente drammatico, anche perch egli sa che il suo interlocutore, il suo nemico di classe, il contadino, ne  perfettamente consapevole e ne gioisce. Di fronte a questo sberleffo il galantuomo si trova del tutto disarmato e impotente, onde non gli resta che tramutare questo suo dolore in rassegnazione. Ecco come Verga, subito dopo il passo citato, passa alla seconda parte del suo racconto:

Almeno un povero diavolo, sinch ha le braccia e la salute, trova da buscarsi il pane. Quello che diceva Marcantonio Malerba, quando cadde in povert, carico di figliuoli, la moglie sempre gravida, che doveva fare il pane, preparare la minestra, la biancheria e scopar le stanze. I galantuomini hanno bisogno di tante altre cose, e sono avvezzi in altro modo. I ragazzi di don Marcantonio, quando stavano a ventre vuoto tutto un giorno, non dicevano nulla, ed il pi grandicello se il babbo lo mandava a comprare un pane a credenza, o un fascio di lattughe, ci andava di sera, a viso basso, nascondendolo sotto il mantello rattoppato.

39 Quello che diceva Marcantonio Malerba: tra i galantuomini precipitati in una povert per loro assurda?-?essi che avevano bisogno, quasi per diritto di nascita, di tante altre cose ed erano avvezzi in altro modo?-?si crea come una sorta di solidariet di casta che si sfoga in un cruccioso silenzio che rappresenta, almeno questo, l'ultimo segno non tanto di uno splendore trascorso (e si pensi alla famiglia Trao nel Mastro don Gesualdo) quanto soprattutto un altro assurdo indizio della loro rancorosa impotenza. Li vediamo certo?-?la domenica?-?recarsi insieme ai loro pari nel casino di conversazione, ciaramellando in crocchio fra di loro, colle mani in tasca e il naso dentro il bavero del cappotto; ma li vediamo anche, questi galantuomini in povert, ritornare a casa al tocco di mezzogiorno come se ci avessero sempre pronto il desinare anche loro. E dicevano: Cosa posso farci? A giornata non posso andarci coi miei figli!.

40 Questa rassegnazione spagnolesca che avrebbe peraltro contribuito ad alimentare il pregiudizio dei settentrionali nei confronti di un Mezzogiorno ozioso e parassitario, diviene in realt, nella prosa verghiana, in questa sua struttura elementare ed icastica che sa tradurre perfettamente l'altrettanto elementare ed icastico parlato di un modo di pensare ancora semifeudale, l'elemento drammatico insito nella materia trattata. E anche, vorrei dire, persino una prima implicita forma di rancorosa ostilit entro la quale si cela una specie, se non di lotta, di odio di classe. Ecco come Verga ritrae una delle frequenti eruzioni dell'Etna:

Quando venne il fuoco di Mongibello, e distrusse vigne e oliveti, chi aveva braccia da lavorare almeno non moriva di fame. Ma i galantuomini che possedevano le loro terre da quelle parti, sarebbe stato meglio che la lava li avesse seppelliti coi poderi, loro, i figliuoli e ogni cosa. La gente che non ci aveva interesse andava a vedere il fuoco fuori del paese, colle mani in tasca. Oggi aveva preso la vigna del tale, domani sarebbe entrato nel campo del tal altro; ora minacciava il ponte della strada, pi tardi circondava la casetta a mano destra.

41 Come non sentire, in questo indifferente se non addirittura divertito cicaleccio della gente che non ci aveva interesse, ovverosia dei contadini accorsi allo spettacolo, come una sorta di rivalsa per i tanti soprusi patiti? Quasi dicessero, solo che avessero osato pensarlo:?-?L c' la Provvidenza!?-?Quasi la voce di quell'istinto primordiale di autoconservazione che faceva dire a un Lucrezio:

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,

e terra magnum alterius spectare laborem!

42 Ma gli interessati, di fronte a questo nuovo castigo di Dio, accorrevano impotenti al limite della loro vigna piantandone, al limite, le cannucce con le immagini dei santi che dovevano proteggerla, e biascicavano avemarie.

43 Quest'ultimo disperato ricorso alla superstizione e alla religione sembra volerci introdurre nella terza parte della novella, quando assistiamo all'ultimo gradino della miseria e, agli occhi loro, della depravazione di siffatti personaggi. Il nostro don Piddu, in quanto galantuomo, si vede costretto, sia pure obtorto collo, a partecipare ai tradizionali esercizi spirituali che ritualmente si tenevano prima della Pasqua nel convento dei cappuccini. Tralascio qui di sottolineare quanto di miserevole e squallida ipocrisia (quale differenza rispetto a un Manzoni!) lo scrittore siciliano a sua volta sottolinea a proposito di queste torbide costumanze; dir soltanto, perch il lettore comprenda, che i pi giovani, la notte, uscivano volentieri dal ritiro per fare le loro incursioni nelle case delle mogli rimaste per otto giorni senza marito. Di questa libert dicembrina per cos dire, s'avvale anche la disgraziata Marina, un'altra delle figlie di don Piddu rimasta, per la miseria, senza matrimonio. E don Piddu, uscito anch'egli nottetempo, ne sorprende il contrabbando. Lasciamo ancora una volta la parola a Verga:

Don Piddu sarebbe morto di vergogna. Dopo il pignoramento, dopo la miseria, non avrebbe creduto di poter cascare pi gi [...] Ah, quel che aveva trovato l, a casa sua! in quel camerino di sua figlia che nemmeno c'entrava il sole!... Il ragazzo di stalla, che scappava dalla finestra; e Marina pallida come una morta che pure osava guardarlo in faccia, e si afferrava colle braccia disperata allo stipite dell'uscio per difendere l'amante. Allora gli passarono dinanzi agli occhi le altre figliuole, e la moglie inferma, e i giudici e i gendarmi, in un mare di sangue [...] Ella tremava tutta, la scellerata, ma non rispondeva. Poi cadde sui ginocchi, colle mani giunte come se gli leggesse in faccia il parricidio. Allora egli fugg via colle mani nei capelli.

44 Il confessore, cui subito ricorre, gli consiglia di offrire a Dio quest'altra sua angustia; ma ecco, per la prima volta, intervenire lo scrittore e chiudere cos la novella:

Avrebbe dovuto dirgli:?-?Vedete, vossignoria, anche gli altri poveretti, quando gli succede la stessa disgrazia... stanno zitti perch son poveri, e non sanno di lettera, e non sanno sfogarsi altrimenti che coll'andare in galera!

45 Cosa significa questo consiglio? In senso letterale  chiarissimo: cavalleria rusticana; res non verba; il silenzio, l'onore vendicato e la dignit umana ricomposta. Il contadino, se questa  davvero l'interpretazione del racconto, si innalza sul galantuomo che sa di lettere come un eroe anonimo di Tito Livio o, meglio ancora, come uno dei personaggi del vecchio Catone che, nella sua perduta storia di Roma, taceva sempre i nomi dei generali. Certo, come l'inizio, anche la chiusa della novella  sconcertante; ma sono appunto queste le conseguenze dell'impassibilit verghiana, dove le indiscutibili suggestioni letterarie si scontrano con l'equivocit dei messaggi ideologici. Essi tuttavia, proprio per la loro irrisolta problematicit, continuano ad agitarsi nell'animo del lettore: come trovare, con sufficiente ragionevolezza, la strada per costruire una societ migliore avendo a disposizione un materiale umano brutalmente oppresso da tanti secoli di sfruttamento e diseducazione? E viene in mente che, non troppo diverso, era il problema che Machiavelli si poneva all'inizio dei suoi Discorsi.

Surrealismo (Pirandello) e realismo (De Roberto)

46 L'impressione alla quale sembra difficile sottrarsi  che con la dottrina dell'impersonalit adottata da Verga e dal gruppo dei naturalisti?-?la dottrina cio del romanzo che si fa da s quando, come sosteneva Capuana, lo scrittore dimentica se stesso e vive soltanto nei suoi personaggi n ironicamente n criticamente ma spassionatamente?-?ci si avvii verso una sorta di iperobbiettivismo fatalmente destinato a sfociare dapprima nello scetticismo svincolato da ogni ideologia e contrabbandato come metodo scientifico, quindi nel disimpegno dell'arte di fronte alle ragioni o alle motivazioni della storia e della politica e, infine e da ultimo, nel fantastico, nello psicologico e addirittura nell'irrazionalismo. Gi in Verga, in ogni caso, avvertiamo che la strada del realismo percorsa in Europa da Balzac e Stendhal, e in Italia da Manzoni, viene abbandonata. Verga tratta indubitabilmente una materia umana quanto mai drammatica, e tuttavia non la pone, se non molto indirettamente, in dipendenza con le ragioni storico-politiche che l'hanno prodotta. Essa viene piuttosto giustificata, se posso usare tale espressione, come se fosse stata generata da un'insondabile divinit nel corso del tempo. Lo stesso ricorso che lo scrittore, implicitamente ed esplicitamente, continua a fare alla natura istintuale e aggressiva dell'uomo, alla sua ininterrotta lotta per la sopravvivenza, ha in s qualcosa di fatalistico e, vorrei dire, di religioso, onde non a caso autorevoli interpreti hanno potuto leggere nell'opera verghiana anche un ritorno allo spirito biblico.

47 Se del resto osserviamo come un altro scrittore di Sicilia, dopo Verga, abbia ripreso la trattazione della miseria contadina dell'isola (alludiamo a Luigi Pirandello), ci accorgiamo con chiarezza dell'ulteriore e notevole spinta che l'arte imprime verso quel disimpegno cui abbiamo accennato poc'anzi e che in Pirandello, particolarmente, consiste in questo: nell'affrontare s una materia quanto mai drammatica e senza nasconderne la drammaticit (accentuandone anzi i lati pi tragici col ricorso al paradosso), ma risolvendo poi una situazione via via divenuta quasi insostenibile immettendovi un elemento che potrebbe persino definirsi surreale, tipico prodotto di un'inclinazione artistica che tende sempre pi a rivolgersi verso il teatrale. Lo choc che questo metodo produce  sicuramente enorme, ma  pure uno choc, se cos posso esprimermi, da parabola, ossia tale, in conclusione, da annullare la tragicit stessa del reale dalla quale si era partiti. Mi limito a un solo esempio, ossia a quella novella che, pubblicata per la prima volta sul Corriere della sera nell'ottobre del 1911, ora si legge nella raccolta Il viaggio ( la seconda) e che s'intitola Il libretto rosso.

48 Per ci che racconta, essa  di un cinismo quasi feroce. La riassumo brevemente. A Nisia, un borgo d'immaginazione sulla spiaggia agrigentina, la vita degli abitanti , al solito, immersa nella pi nera miseria. Le donne non fanno che mettere al mondo figli, persino fino a sedici, sennonch, ad alleviare la loro sorte (il tono leggero che qui uso  dello stesso Pirandello), interviene la morte a colpirli ancora in fasce. Questa disgrazia, in realt, si tramuta in provvidenza. La madre che ha appena perduto il neonato si reca infatti in municipio, si prende un trovatello da allattare e con esso un libretto rosso che vale, per parecchi anni, un salario assicurato. Ma la cosa non finisce qui: questo libretto rosso viene subito ceduto a trafficanti specialisti (i Maltesi) che ne fanno incetta a proprio esclusivo vantaggio: anticipano infatti alle sventurate quel poco di denaro che serve loro per fare il corredo da sposa alle figlie sopravvissute e riscuotono quindi, per se stessi, i compensi ai quali il libretto rosso d diritto. Ecco come descrive questo commercio lo stesso Pirandello:

 bello vedere, alla fine d'ogni mese, la processione dei panciuti e taciturni Maltesi, in pantofole ricamate e berretto di seta nera, un fazzoletto turchino in una mano e nell'altra la tabacchiera d'osso o d'argento, al Municipio di Nisia, ciascuno con sette o dieci o quindici di quei libretti rossi di balitico. Seggono in fila sulla panca del lungo corridoio polveroso ove si apre lo sportello dell'ufficio d'esattoria, e ognuno aspetta il suo turno, pacificamente pisolando o infrociando tabacco o cacciando via le mosche pian piano. Il pagamento del balitico ai Maltesi  ormai a Nisia tradizionale.

- Marengo Rosa,?-?grida l'esattore.

- Presente,?-?risponde il Maltese.

49 Che il tono e il tratteggio qui usati dallo scrittore siano a dir poco perfetti non c' chi lo neghi, tanto che la denuncia di questo cinico mercato assurto a vera e propria istituzione civile viene presentato con un sarcasmo che potrebbe perfino ricordarci, anche per la minuzia della cesellatura descrittiva, il miglior Parini. Sennonch in Parini, in coerenza con i suoi propositi illuministici, senti sempre prorompere, quanto meno in sottofondo, lo sdegno e la fierezza di una coscienza offesa. Non invece in Pirandello che, dopo averci dato questo quadro d'insieme e iniziando il racconto vero e proprio (dove il cinismo si accompagna perfino all'atrocit), continua nei suoi toni iniziali, stupefacendo s il lettore ma convincendolo infine che non si tratta che di un racconto d'invenzione, a dimostrazione, in sostanza, di quanto detto all'inizio della novella: Molta indulgenza bisogna avere per gli abitanti di Nisia, perch non  molto facile essere onesti quando si sta male. Il lettore comune, il benpensante, pu sicuramente concordare e rinarrare la sera, al circolo degli amici, la novella letta al mattino sul proprio giornale. La questione meridionale, anche per questo, poteva venire intesa come un soggetto letterario.

50 Voglio fare un altro esempio accennando a un'altra novella dello scrittore agrigentino, anch'essa pubblicata la prima volta sul Corriere della sera (gennaio del 1913) e facente ora parte della raccolta Tutt'e tre (la seconda): Il bottone della palandrana. Vi si narra di un brav'uomo che, venuto a conoscenza delle ruberie di un alto funzionario di una modernissima impresa d'affari siciliana, frutto a sua volta di speculazioni politiche (va da s che la collocazione nell'isola del racconto?-?siamo tra l'altro nell'et giolittiana?-? volutamente provocatoria), avverte la necessit morale di denunciare il cattivo comportamento del subalterno allo stesso proprietario dell'azienda. Sennonch, con sua grande stupefazione, si sente rispondere, con una sorta di malagrazia infastidita, che il comportamento denunciato  in realt un comportamento altamente apprezzabile, dato che la terribile macchina del nascente affarismo capitalistico si fonda proprio, ed opera, attraverso la corruzione e l'incoraggiamento ad essa e, di pi, attraverso la distinzione e la separazione tra l'uomo come sua originaria totalit pensante e vivente e l'uomo come cosa, vale a dire come mero ingranaggio di un sistema globale, ed  appunto a quest'ultimo, e solo a quest'ultimo, che va l'interesse del padrone. Orbene: rimarrebbe davvero inspiegabile, se non ricorrendo alle tendenze generali dell'arte di liberarsi dalle ragioni etiche tradizionali e di distinguersi precipuamente per il soggettivismo inventivo, il fatto che Pirandello, di fronte a un fenomeno da lui stesso cos lucidamente descritto, non sappia poi, e volutamente, trarre altra conclusione da quella addottata: che il mondo non fa che andare alla rovescia. Torniamo allora un'ultima volta a De Roberto.

51 All'inizio del sesto capitolo della seconda parte dei suoi Vicer (cit., p. 813), cos tratteggia una fuga di massa (per via del colera):

Per la via polverosa, sotto il cielo di fuoco, un'interminabile fila di carri colmi di masserizie: stridevano le ruote, tintinnavano i sonagli, e i carrettieri seduti sulle stanghe o appollaiati in cima al carico, voltavano tratto tratto il capo, se uno scalpitar pi frequente e un pi vivace scampanellio di sonagliere annunziava il passaggio di qualche carrozza. Allora la fila dei carri serravasi sulla destra della via, e il legno passava tra una nugola di polvere e lo schioccar delle fruste, mentre le facce spaventate di fuggenti mostravansi un istante agli sportelli.

52 In quest'esodo colto nei suoi elementi essenziali e quasi in movimento, noi vediamo subito le due opposte classi che lo compongono, la plebea e la patrizia, e mentre coloro che fanno parte della prima vanno?-?si allontanano cio lentamente sotto il peso della loro roba e della loro miseria?-?si trascinano, verrebbe da dire, sui loro mezzi che sembrano sempre sul punto di sfasciarsi (onde la loro stessa destinazione appare quanto mai incerta e fortunosa); quelli della seconda corrono, fuggono sulle loro carrozze agili e attrezzate e conoscono perfettamente la meta verso cui tendono: le residenze estive nel contado. La profonda divergenza di classe, si direbbe, viene gi raffigurata in questo diverso movimento, in questo diverso tendere, per cos dire, verso la salvezza, incerta per gli uni, sicura per gli altri; cos come la secolare sudditanza dei popolani nei riguardi dei nobili si manifesta, pure in una circostanza cos drammatica per tutti, nell'istintivo atto di lasciare libero il passaggio, da parte dei diseredati, ai componenti della societ pi elevata: in quel loro volgersi tratto tratto per rendersi conto dell'eventuale sopravvenire dei padroni i quali, anzich l'antica albaga, ora non mostrano che un pavido terrore: e il legno passava tra una nugola di polvere e lo schioccar delle fruste, mentre le facce spaventate di fuggenti [ossia di uomini ridotti anch'essi al rango di gente comune che fugge e la preposizione semplice  qui ben pi significativa e appropriata di quella articolata] mostravansi un istante agli sportelli. Ci rendiamo insomma conto che De Roberto narra e non descrive, e che l'icastico quadro che ci ha appena dato viene qui avvertito in strettissimo rapporto con la realt storico-sociale esistente. N la sua impressione risulta vana:

Il castigo di Dio!...?-?riprende infatti il racconto.?-?Tutta colpa dei nostri peccati!... Eran pi di dieci anni che vivevamo tranquilli!... Assassini del governo!... La povera gente seguiva a piedi i carrettelli carichi di due magri sacconi e di quattro seggiole sciancate; e nelle brevi soste fatte per riprender fiato, per asciugare il sudore grondante dalle fronti terrose, scambiava commenti sulle notizie del colera, sull'origine della pestilenza, sulla fuga generale che spopolava la citt (p. 813).

53 Ecco che siamo finalmente giunti, attraverso le voci e le imprecazioni dei pi miserabili, a capire le ragioni di questo esodo. Da ci che verr poi detto non avremo pi dubbi sul fatto di trovarci negli anni immediatamente successivi al Sessanta e all'unit d'Italia, in una Sicilia dove i mutamenti istituzionali e amministrativi (dalla questione dei beni ecclesiastici alla coscrizione obbligatoria) e gli stessi provvedimenti migliorativi sul piano dei lavori pubblici (le costruzioni ferroviarie ad esempio) non avevano tuttavia prodotto che delusione, rabbia e malcontento.

I pi?-?seguita infatti il racconto?-?credevano al malefizio, al veleno sparso per ordine delle autorit; e si scagliavano contro gl'Italiani, untori quanto i Borboni. Al Sessanta, i patriotti avevano dato a intendere che non ci sarebbe stato pi colera, perch Vittorio non era nemico dei popoli come Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo! Allora, perch s'era fatta la rivoluzione? Per veder circolare pezzi di carta sporca, invece delle belle monete d'oro e d'argento che almeno ricreavano la vista e l'udito, sotto l'altro governo? O per pagare la ricchezza mobile e la tassa di successione, inaudite invenzioni diaboliche dei nuovi ladri del Parlamento? Senza contare la leva, la pi bella giovent strappata alle famiglie, perita nella guerra, quando la Sicilia era sempre stata esente, per antico privilegio, dal tributo militare? Eran dunque questi tutti i vantaggi ricavati dall'Italia una?... E i pi scontenti, i pi furiosi, esclamavano Bene han fatto i Palermitani, a prendere i fucili! (pp. 813-4).

54 Il vigore narrativo di De Roberto mi pare consistere in questo: nell'avere saputo riprodurre le argomentazioni e le stesse superstizioni popolari di fronte al dramma improvvisamente esploso, vale a dire la rinnovata epidemia colerica, proprio con quella confusione di ragioni o di presunte ragioni che sono tipiche di una moltitudine sovraeccitata e insieme impotente, che vorrebbe reagire ma non sa farlo e che si sente intanto, dopo le belle promesse, caduta di nuovo in bala di persecutori non dissimili dagli antichi. E il tutto espresso alla rinfusa, le verit mescolate a ogni tipo di stravaganza, frutto di secolari tradizioni di ignoranza scientemente perseguita (l'ineducazione clericale)?-?la realt cio della sommossa di Palermo del settembre del 1866, qui raffigurata come una rivolta sacrosanta, e le fantasiose (manzoniane?) dicerie sugli untori. Ma perch questa collera popolare potesse esplodere, ed esplodendo mettere a nudo quello stato d'animo collettivo che risulta sicuramente una delle pi efficaci denunce del fallimento sia del Risorgimento sia della raggiunta unit nazionale?-?il fallimento della rivoluzione come si esprimono tutti questi scrittori meridionali -, era necessario, per De Roberto, inventare un evento particolarmente significativo che fosse come il generatore della comune e impetuosa protesta. Di una violenta ripresa del colera attorno a Catania tra il 1866 e il 1867?-?nei luoghi cio e nel periodo in cui l'azione romanzesca  qui posta?-?non si ha, ch'io sappia, attendibile notizia; ond' che, anche se naturalmente fino a un certo segno, si tratterrebbe di una finzione d'artista. Ma non  questo il punto. Il realismo di De Roberto non consiste infatti nel fare rispecchiare personaggi od azioni in vicende di pura storia o di pura cronaca, n questo potr mai essere il compito di un'autentica prospettiva realistica. Il realismo consiste nel raffigurare personaggi ed eventi di una data situazione storica che sappiano per sollevare, in quanto trattati come qualcosa di esemplare e di simbolicamente perenni, questioni e problemi che, agendo sull'animo del lettore, lo rendano consapevole delle storture sociali che la storia continuamente riproduce e lo stimolino pertanto alla reazione. E quanto pi lo scrittore avr saputo scavare nei meccanismi di una societ sempre in bala di conflitti e contraddizioni, indicando gli uni e le altre nella loro nuda oggettivit ed evitando altres il rischio sempre incombente di soluzioni meramente soggettive, tanto pi ci avr dato il quadro realistico di una societ e di una storia che, qualsiasi cosa possa apparire in contrario,  comunque in continuo movimento. La societ francese  il vero storico; io non ne sono che il suo segretario diceva Balzac. Ma qualsiasi societ non  mai una societ immobile. Il suo segretario?-?lo scrittore realista?-? colui che sa narrarne le incessanti trasformazioni senza mai appagarsi di presunte verit che, molto spesso, non sono che i risultati di stati d'animo provvisori o di soluzioni meramente emotive.

Pirandello e la fine della narrativa realistica

55 Ora che l'Italia  fatta?-?aveva detto in un celebre ancorch retorico motto D'Azeglio?-?bisogna fare gli italiani. Ora che l'Italia  fatta?-?sembra rispondergli in un altro celebre motto, ancorch triviale, il duca d'Oragua nei Vicer di Federico De Roberto (p. 864)?-?dobbiamo fare gli affari nostri.

56 Naturalmente lo scrittore, quali che siano le proprie tendenze o inclinazioni ideologico-politiche, non pu sottrarsi all'impegno, certo affascinante sullo stesso piano letterario, di smascherare le vuote parole dei nuovi politici e di fare emergere una realt sociale ben diversa da quella contrabbandata. Non solo, ma di rappresentare le mentalit di una classe dirigente che, rinnovata soltanto nelle contingenti individualit, resta ferma nella tradizionale tabe morale denunciata da Francesco De Sanctis nel suo celebre L'uomo del Guicciardini: Pensa come vuoi, ma fa' come ti torna. Che per lo scrittore si fermi alla mera rappresentazione di questo miserevole spettacolo e, senza trarne le doverose conseguenze o traendone alcune finalizzate a una propria tesi, trascuri il pi vasto e complesso quadro storico-sociale e tradisca in questo modo quello che a mio credere rimane pur sempre il fine supremo dell'arte (ossia la sua capacit di incidere, anche eticamente, sull'animo del lettore in relazione ai grandi problemi offerti dalla storia nel momento dato)  un indizio del suo incamminarsi verso quel disimpegno di cui si diceva. Prendiamo il romanzo pirandelliano che pi fa al caso nostro; vale a dire I vecchi e giovani che, scritto nel pieno dell'et giolittiana, svolge avvenimenti di circa un decennio prima (citeremo dall'edizione a cura di Giovanni Macchia e Mario Costanzo, Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, 1973, volume secondo). Gi la tesi generale del libro che, all'eroica e idealizzata generazione dei garibaldini siciliani che seppero fare coi piemontesi l'unit della patria, oppone l'altra, immediatamente successiva, che tradisce invece i grandiosi traguardi raggiunti e li distrugge sia col malgoverno sia soprattutto col fomentare col socialismo la guerra civile,  un segno molto chiaro del punto di vista nel quale lo scrittore si  posto: di qua il Bene, ossia la vecchia Sicilia che ha saputo riscattarsi con il suo decisivo contributo alla realizzazione dell'unit italiana; di l il Male, ossia la nuova Sicilia che ripiomba nella melma del passato coll'inseguire, per interessi personali o per velleitari capricci (l'adesione ai Fasci siciliani e il loro incoraggiamento), idealit riprovevoli. L'autentica realt storica e i suoi autentici e tragici problemi?-?la questione meridionale che ora s'inaspriva nelle istanze rivendicative dei Fasci siciliani?-?vengono cos piegati e come incanalati nel solco di una tesi tanto astratta quanto preconcetta; e di una tesi, oltretutto, che non a caso coincide straordinariamente con quella di Francesco Crispi quando, ai primi del 1894, afferm in parlamento che il socialismo non era meno antipatriottico dell'anarchismo; che esso significava la fine della libert e che quelle masse popolari che lo sostenevano non erano che masse corrotte dall'ignoranza, rose dall'invidia e dall'ingratitudine e comunque immeritevoli di avere in politica una qualsiasi espressione.

57 Nell'autocritica che, in chiusa del romanzo, uno degli esponenti pi autorevoli di questa giovane intellighentija siciliana stoltamente e colpevolmente infatuatasi delle idee del socialismo rivolge a se stesso (quel Lando Laurentano cui vanno naturalmente le simpatie dello scrittore), si dice (pp. 465-6):

Come avevano potuto illudersi [lui e i suoi amici] d'essere riusciti in pochi mesi, con le loro prediche, a rompere quella dura scorza secolare di stupidit armata di diffidenza e d'astuzie animalesche, che incrostava la mente dei contadini e dei solferai di Sicilia? Come avevano potuto credere possibile una lotta di classe, dove mancava ogni connessione e saldezza di principii, di sentimenti e di propositi, non solo, ma la pi rudimentale cultura, ogni coscienza? Tutta, da cima a fondo, la tattica era sbagliata. Non una lotta di classe, impossibile in quelle condizioni, ma una cooperazione delle classi era da tentare, poich in tutti gli ordini sociali in Sicilia era vivo e profondo il malcontento contro il governo italiano, per l'incuria sprezzante verso l'isola fin dal 1860. Da una parte il costume feudale, l'uso di trattar come bestie i contadini, e l'avarizia e l'usura; dall'altra l'odio inveterato e feroce contro i signori e la sconfidenza assoluta nella giustizia, si paravano come ostacoli insormontabili a ogni tentativo per quella cooperazione. Ma se disperata poteva apparire l'impresa, forse non meno disperata si scopriva adesso quella che i suoi amici avevano voluto tentare, agevolati sul principio, inconsciamente e sciaguratamente, dall'inerzia del Governo che incoraggiava tutti a osare. Sprofondato in quel momento a Roma fino alla gola nel pantano dello scandalo bancario e fiducioso qua in Sicilia nella sua polizia o inetta o arrogante e soverchiatrice, il Governo, senza darsi cura dei mali che da tanti anni affliggevano l'isola, senza rispetto n per la legge n per le pubbliche libert, con l'inerzia o con le provocazioni aveva favorito e stimolato il rapido formarsi di quelle associazioni proletarie che, se avessero subito ottenuto qualche miglioramento anche lieve dei patti colonici e minerarii, e se non fossero state sanguinosamente aizzate, presto, senz'alcun dubbio, si sarebbero sciolte da s, prive com'erano d'ogni sentimento solidale e senz'alcun lievito di coscienza o ombra d'idealit.

58 Riassumiamo. Una Sicilia sostanzialmente abitata da masse belluine e animalesche e da feudatari feroci solo capaci di sfruttarle, eredit di un passato borbonico al quale, virtualmente, avrebbe posto fine proprio la guerra garibaldina del 1859; d'altro canto un governo imbelle e corrotto (lo scandalo della Banca romana) che, non muovendo un dito o muovendolo soltanto per reprimere, trasforma la piaga in cancrena; da ultimo infine l'inevitabile ancorch sterile formarsi di associazioni proletarie che, senz'alcun lievito di coscienza o ombra d'idealit, peggiorano ancora di pi la situazione con la loro insensata violenza trasformando, per cos dire, la miseria in sangue. Una sola cosa, a veder bene, sta a cuore a Pirandello: l'infamare il socialismo proprio sul piano morale. Se la rivoluzione di Garibaldi era stato un fenomeno altamente apprezzabile sul piano ideale (l'unit della patria; la conclusione del processo risorgimentale; l'inizio di un possibile futuro diverso e luminoso), la rivoluzione socialista, importata senza essere intesa quasi in omaggio a mode perverse, viene sostanzialmente presentata come un'altra forma della corruzione dei tempi e del tradimento dell'unica e vera rivoluzione dei vecchi: il pretesto per i giovani di distinguersi e di fare politica. Di pi e peggio: come illusoria insensatezza che ci procura un attimo di illusoria seriet; come insomma, pirandellianamente, una nuova forma di quel gioco beffardo ed atroce in cui, a parere dello scrittore, consiste la vita. Le parole che quasi in fine del romanzo pronuncia il saggio don Cosmo, sono in questo senso esplicite e inequivocabili (pp. 509-10):

- Cos tutte le cose...?-?sospir don Cosmo, mettendosi a passeggiare per la sala; e seguit, fermandosi di tratto in tratto: Una sola cosa  triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realt, ci che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poich fuori di queste illusioni non c' pi altra realt... E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude,  segno che non deve concludere, e che  vano dunque cercare una conclusione.

59 Orbene: ci che  significativo  che questa tirata pseudo-filosofica e tutta pirandelliana di don Cosmo, viene proferita di fronte a quattro giovani che dopo aver aizzato con le loro idee socialiste la plebaglia affamata, ora si trovano in fuga e allo sbando con la responsabilit morale, come Pirandello non perde occasione di sottolineare, della feroce repressione governativa. Sicch, se da un punto di vista politico lo scrittore sembra ondeggiare tra Crispi e Giolitti, tra la diffamazione cio del socialismo come movimento antipatriottico e antiunitario e quell'atteggiamento di pseudo-tolleranza che il governo avrebbe dovuto assumere nei suoi confronti onde farlo esaurire da s, da un punto di vista estetico, con la semplicistica teoria che al mondo bisogna soltanto illudersi e lasciar giocare in noi quel demoniaccio beffardo che in noi appunto vivrebbe, egli apre con prepotenza la strada verso la scissione tra il mondo della storia e il mondo dell'arte, o meglio: dell'arte presunta.

La crisi della lezione manzoniana

60 Dopo secoli di decadenza  nella seconda met del Settecento che il nostro paese comincia a tornare, almeno nelle sue lites intellettuali, nel concerto europeo. Alla mente non si affacciano soltanto i nomi dei grandi intellettuali di Napoli o di Milano, ma anche quelli dei grandi narratori come Alessandro Manzoni. Non a caso chiamiamo in causa, nonostante la sua conversione e la sua dichiarata simpatia per il movimento romantico, l'autore dei Promessi sposi, questo romanzo che grandeggia pressoch solitario nei primi decenni del secolo XIX italiano (le foscoliane Ultime lettere di Jacopo Ortis appartengono ancora, nonostante il loro pathos romantico, alla tradizione settecentesca del romanzo epistolare).  forse venuto il tempo di ribadire con pi forza di quanto sia stato fatto sino ad oggi, l'illuminismo manzoniano come nucleo animatore dell'opera sua, del suo senso della storia e della sua critica ad essa. Certo la generale prospettiva cristiana che nutr il pensiero dello scrittore milanese si lega alla lezione dell'esperienza del romanticismo, cos come ad essa si collega la finale svalutazione del mondo terreno rispetto al supremo traguardo del trascendente; e tuttavia la costante battaglia che lo scrittore condusse contro la corruzione della societ del passato e del presente, la sua tenace denuncia degli errori, delle stoltezze e delle violente sopraffazioni sia dei singoli sia delle improvvide istituzioni umane o, infine, il suo spietato rincorrere lo smascheramento dei mille pregiudizi annidati nella societ terrena lo collocano, direi quasi di diritto, accanto ai grandi predicatori del Seicento francese o ai grandi romanzieri dell'Ottocento europeo. E il suo realismo, direi, si nutre appunto di questa carica polemica e dissacratrice.

61 Gli scrittori come Walter Scott che diedero vita al cosiddetto romanzo storico e ai quali Manzoni consapevolmente si ricollega, ebbero sicuramente un atteggiamento positivo nei confronti della propria epoca e della propria classe?-?quella borghese?-?che in quel tempo stava svolgendo un grande rivolgimento storico. Ma questa autoaffermazione della borghesia era altres legata a una forte dose di autocritica: tutti gli orrori e tutti gli abomin dell'accumulazione primitiva in Inghilterra, o tutto lo sfacelo morale e l'arbitrio dell'assolutismo in Francia, vengono smascherati in spietate immagini realistiche.  stato anzi detto, giustamente, che con la raffigurazione di questi dolori del parto della societ capitalistica compare per la prima volta il romanzo realistico nel senso stretto della parola e che, in tal modo, la realt quotidiana viene per la prima volta conquistata alla letteratura senza pi evasioni nelle suggestive regioni dell'immaginario. Il romanzo, in altre parole, abbandona la sconfinata zona del fantastico e si rivolge decisamente alla raffigurazione della vita del borghese. L'intento del romanziere?-?e si pensi a Balzac?-?di farsi lo storico della vita privata si viene ora precisando e definendo in tutta chiarezza. I vasti orizzonti storici del romanzo delle origini si restringono e il mondo del romanzo si limita sempre di pi alla realt quotidiana della vita borghese, in stretta connessione, tuttavia, con le forze contraddittorie che animano e producono questo sviluppo storico-sociale. Di qui il realismo nel suo significato pi peculiare e pregnante.

62 Questo realismo, infatti,  molto lontano dall'essere una semplice copia della realt quotidiana, dal riprodurne semplicemente i tratti esteriori, cosa che invece veniva spesso richiesta dall'estetica ufficiale. I grandi romanzieri del tempo tendevano piuttosto a quella che Lucks ebbe a definire la raffigurazione realistica del tipico, ossia a un realismo che facesse convogliare in un personaggio le stesse ragioni sociali per le quali quel personaggio era un personaggio cos raffigurato. Il romanziere inglese del primo Settecento Henry Fielding dice ad esempio, con franchezza, che il ritratto di persone viventi, anche se riesce pienamente in senso artistico, ha scarso valore se le persone raffigurate non sono dei tipi. E cos, ironicamente, cita l'esempio di un suo conoscente che si era fatto una fortuna senza gherminelle truffaldine e sicuramente, soggiunge, quest'uomo esiste nella realt. Tuttavia, conclude, questa persona non pu diventare l'eroe di un romanzo. Per divenirlo bisogna che rifletta quel drammatico meccanismo economico e sociale per il quale esso non  pi un'eccezione ma un tipo, onde possa insieme anche derivare che, attraverso la sua lettura, si giunga ad avere piena coscienza degli ingranaggi fondamentali di una societ grazie ai quali, infine, si perverr almeno a intuire, se non a prevedere con chiarezza, i destini di un'epoca e quelli degli uomini che vi vivono. Proprio per questo, a veder bene, nei Promessi sposi manzoniani i personaggi pi problematici e pi realistici, per quanto ottimamente descritti, non sono quelli che riflettono le soggettive convinzioni del loro autore?-?i fra' Cristoforo, o il padre Felice Casati, o la stessa Lucia Mondella?-?s piuttosto quelli nei quali ci che vive e si rispecchia  la tragedia della storia.

63 Prendiamo quel piccolo romanzo che  la vicenda di Gertrude, la monaca di Monza, giustificato e reso anzi necessario dall'esigenza di dipingere certi costumi storici e di mettere a nudo certe storture della societ. Nel suo impianto generale, come tutti sanno, esso  la denuncia, sotto vesti drammatiche, dell'istituzione del maggiorascato tipica dell'ancien rgime, contro la quale gi avevano combattuto la loro battaglia gli illuministi italiani ed europei. Nel racconto Manzoni punta con decisione sul dramma che spezza la vita alla vittima di tale istituzione, ma evita insieme, con grande accortezza, di farne soltanto una tragedia personale. In questo  la sua grandezza, il suo realismo: e la figura di Gertrude, la rappresentazione della sua adolescenza soffocata, costretta e violentata, assurge a rappresentazione e simbolo di un modo di essere della societ degli uomini nella loro storia di errori, di storture e di sangue. Tanto pi che il dramma non si scarica soltanto sulla vittima ma coinvolge anche il carnefice, vittima a sua volta di un generale comportamento nato dalla sopraffazione e fattosi obbligatorio col pregiudizio. Alludiamo al principe-padre e al suo modo di regolarsi nella vita sociale. Ci anzi si fa pi perspicuo nel passaggio dal Fermo e Lucia ai Promessi sposi. In prima stesura Manzoni si era limitato a indicare il suo personaggio (il principe Matteo) con tre aggettivi?-?avaro, superbo e ignorante?-?che convergevano nel denunciare soltanto il modo d'essere di una personalit di rango in una societ che aveva fatto delle classi sociali una distinzione e nell'appartenere alla pi alta un privilegio. Ma niente di pi. Solo pi tardi, riprendendo in mano l'episodio, lo scrittore si accorge che lo stesso destino di sventura che, tramite le responsabilit normative di una societ, si abbatte sulla figlia, si abbatte anche sul padre, vittima anch'egli di quel modo d'essere e di pensare, di quella passione e quasi fatalit del potere che, incarnatasi in lui, lo costringe a generare dei figli per tormentarsi e tormentarli alla stessa maniera. Anche per questo, nei Promessi sposi, non ha pi nome.  il principe padre: la tragica incarnazione di un tragico tipo messo in atto per secoli dalle esigenze distorte della societ storica degli uomini.

64 Non  del resto un caso che Manzoni, in quella sorta di contingente dichiarazione di poetica?che per certi versi  la sua ben nota lettera a Marco Coen, non si stanca di ammonire il suo inesperto corrispondente a pensar bene?-?essendo il pensar bene al fondo di ogni autentica letteratura; e a dichiarare anche con particolare vigore che  ben miseria speciale d'alcuni l'aver voluto fare d'una passione una virt, d'una tentazione un privilegio, d'un sentimento che gli uomini, quando pur se ne lasciano vincere, non vogliono confessare, un proposito e un precetto. Se bene si osserva, hai qui la dichiarazione di guerra contro ogni forma di pensiero, e pertanto di letteratura, fondata sull'arbitrio, sul capriccio, sull'emotivit individuale e soggettiva: cos come hai la ripulsa di ogni poetica che non sia essenzialmente fondata sulla verit oggettiva ed eticamente comune: sul realismo. Nel miglior Manzoni vedi la lezione illuministica, congiungendosi con l'autentico sentire cristiano, prendere a oggetto del suo studio quella storia dello spirito umano che, per essere storia pi che dei suoi trionfi delle sue miserie e delle sue irriflessioni, diviene argomento quanto mai vasto dello studio artistico dell'uomo e dei suoi comportamenti. Nella Storia della colonna infame tale oggetto sono le unzioni e gli untori; altra volta furono le streghe e i processi per stregoneria; in un passato molto recente sono state (e in parte sono ancora) le teorie sulla razza e i conseguenti campi di sterminio; in futuro sar altro ancora. Sempre?-?pare avvertire Manzoni?-?verit e ragione sono insidiate e poste in pericolo dalla congiura del pregiudizio, dell'ignoranza e della violenza del potere, e mentre la storia viene giustamente interpretata nei suoi nessi di umane responsabilit, l'attenzione si sposta insieme sull'autonomia della coscienza e del suo processo educativo. La lezione del realismo, inevitabilmente, finisce per produrre la difesa di energiche posizioni morali, e solo quando si prescinda da essa si possono avviare sterili e inconcludenti questioni come quella, famosa a suo tempo, di un Manzoni poeta an orator?

Le conseguenze della poetica borghese dell'impassibilit

65 Non pare che questa lezione manzoniana sul pensar bene come fondamento dell'arte sia stata ripresa, almeno con tanta icasticit e pregnanza, nella letteratura successiva?-?la letteratura dell' Italia unita. Pesa certamente il modo con il quale tale unit venne raggiunta. Essa fu s formalmente conquistata ma senza una seria e attiva partecipazione popolare, quasi alle sue spalle; e basti del resto ricordare la particolare insistenza con la quale, pur da diverse angolature, un Piero Gobetti o un Antonio Gramsci hanno battuto su questo argomento usando di volta in volta l'espressione di rivoluzione passiva, di occasione mancata o di rivoluzione-reazione. La stessa questione, posta particolarmente da Gramsci, del non avere avuto l'Italia una letteratura nazional-popolare, dopo le ubriacature di un passato non troppo lontano,  stata pressoch dimenticata per quanto fosse e sia una questione tendente a porre in primo piano, e su fondamenti tutt'altro che irrilevanti, la questione stessa della geografia letteraria italiana, oltre che della sua storia e di quanto in essa  rimasto insoluto. Tale, come abbiamo gi veduto, la questione del Mezzogiorno, ed  pi che naturale che essa, agli occhi soprattutto degli scrittori meridionali, s'imponesse quasi di prepotenza come un soggetto letterario altamente suggestivo, se non altro, se cos posso esprimermi, per la sua originalit, vale a dire per la possibilit di narrare la miseria di un paese e di uomini rimasti in gran parte in forme di vita primitive e quasi selvagge, in un habitat particolarmente doloroso e crudele e in una societ di cronica e semifeudale arretratezza. Naturale?-?dicevo?-?che alla fine del secolo il maggiore dei nostri romanzieri, quel Giovanni Verga del quale nelle pagine precedenti gi abbiamo accennato la parabola, si rivolgesse alla sua terra e che, tanto nei Malavoglia quanto nelle sue migliori novelle, la prendesse a studio e ad emblema del suo fare artistico. Ma in che modo?  lecito, anche nel caso del grande catanese, parlare di realismo o sar preferibile, come  in uso in tutte le storie letterarie, adottare quelli di naturalismo o verismo? E se s, cos' cambiato di specifico nella sensibilit estetico-letteraria?

66 Va qui anzitutto ricordato, anche se in modo molto sommario, che il distacco dalle illusioni del liberalismo e il passaggio, per cos dire, della borghesia alla sua prima fase di decadenza ebbero contraccolpi anche in campo letterario, e che essi vennero espressi con particolare efficacia da Flaubert con il suo capolavoro Madame Bovary, il grande romanzo nel quale ci si faceva beffe delle sdolcinature e delle idealit romantiche e cominciava appunto la critica alle ipocrisie della morale borghese. Tale tendenza, che poneva in crisi il realismo del grande romanzo classico di Balzac e Stendhal, accusato di enfatiche esagerazioni romantiche, venne proseguita con maggior decisione da mile Zola il quale, ad esempio, concludeva la sua critica ai suoi grandi predecessori con queste lapidarie parole: La vita  pi semplice. Veniva pertanto teorizzato, con questo nuovo realismo che prese il nome di naturalismo, l'obbligo per lo scrittore di farsi mero descrittore della vita sociale che si svolgeva attorno a lui; di farsi semplice spettatore di essa e di assumere di conseguenza, come criterio di fondo nella trattazione, un'impossibile e in realt inesistente impassibilit. Il mondo che il nuovo scrittore doveva rappresentare?-?e rappresentare con criteri cosiddetti scientifici?-?era il mondo della prosa (borghese) definitivamente consolidata, nella quale tutto ci che vi poteva essere di poetico vi esisteva soltanto come elemento soggettivo, nello sdegno impotente degli uomini contro la prosa della vita. L'azione del romanzo, di conseguenza, non poteva consistere che nella raffigurazione del modo in cui questo sentimento di protesta?-?a priori impotente?-?veniva schiacciato da questa vile prosa borghese. Due caratteristiche comparivano quindi adesso come elementi portanti di questo nuovo realismo: la miseria dell'esistenza e l'impotenza dell'uomo a ribellarvisi. La strategia dell'artista, in questo senso, doveva consistere nel saper descrivere, con tutta l'esattezza e la precisione possibile, questa miseria e questo sentimento d'impotenza, dando cos il via ad un romanzo che si mettesse particolarmente in luce per essere, per cos dire, un documento scientifico dello stato delle cose, senza enfatiche intrusioni di eroi o di personaggi particolarmente significativi o tipici, ma cercando piuttosto di seguire passo passo, con spirito di testimonianza e di scientificit (siamo del resto nell'et del positivismo), lo squallido andare dell'esistenza particolarmente trattata nella sua media statistica.

67  noto come queste teorie, alla fine del secolo, si diffondessero anche in Italia; come De Sanctis, per esempio, concludesse la sua carriera di critico letterario dedicando studi e interessi proprio a Zola, e come Luigi Capuana, ad esempio, nel 1898 e nel suo scritto Gli ismi contemporanei sostenesse la tesi dell'impassibilit dello scrittore in questi termini:

Un romanziere ha l'obbligo di dimenticare, di obliterare se stesso, di vivere la vita dei suoi personaggi. E se tra essi c' un mistico, il romanziere deve sentire e pensare come lui, non ironicamente, non criticamente, ma con perfetta obbiettivit, lasciando responsabile il personaggio di tutto quello che sente e pensa. In questo senso il romanziere non deve avere nessuna morale, nessuna politica sua particolare, ma penetrarle e intenderle tutte, spassionatamente, almeno per quanto  possibile.

68 Questa radicale riduzione dello scrittore a fotografo  naturalmente molto significativa, per ci che riguarda l'Italia, della perdita di ogni ideale e di speranze innovative: della decadenza ideologica della borghesia cui questi scrittori appartengono e del loro rifugio, nell'impotenza che li pervade, nell'impassibilit dell'arte come forma nobilitante dell'impotenza ideologica che soffrono. N diversamente s'esprimeva Verga il quale, in quella sorta di lettera-manifesto che precede uno dei racconti di Vita dei campi, L'amante di Gramigna, scriveva:

Io credo che il trionfo del romanzo, la pi completa e la pi umana delle opere d'arte, si raggiunga allorch l'affinit e la coesione di ogni sua parte sar cos completa che il processo della creazione rimarr un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane; e che l'armonia delle sue forme sar cos perfetta, la sincerit della sua realt cos evidente, il suo modo e la sua ragione di essere cos necessarie, che la mano dell'artista rimarr assolutamente invisibile, e l'opera d'arte sembrer essersi fatta da s; [...] e che essa non serbi nelle sue forme viventi alcuna impronta della mente in cui germogli, alcuna ombra dell'occhio che la intravvide, alcuna traccia delle labbra che ne mormorano le prime parole come il fiat creatore; ch'essa stia per ragion propria, per il solo fatto che  come deve essere ed  necessario che sia, palpitante di vita ed immutabile al pari di una statua di bronzo di cui l'autore abbia avuto il coraggio divino di eclissarsi e sparire nella sua opera immortale.

69 Mi pare evidente che la suggestivit di questo passo programmatico, onde la figura dell'autore si eclissa nella sua opera immortale come lo spirito divino nel mondo, derivi sostanzialmente dalla suggestione, ormai tutta letteraria, dello scrittore di fronte alla sua materia, e che egli pertanto, autoassumendo proprio la divinit di questo spirito creatore, si giustifichi nel modo pi nobile della sua rinuncia a intervenire nella realt stessa per modificarla o problematizzarla. Essa  quale  e, si direbbe anche, quale deve essere. L'abdicazione dell'artista sotto la spinta e la pressione dell'opaco grigiore spirituale della borghesia, della sua sempre pi accentuata assenza di valori e, financo, della sua sempre pi avvertibile corruzione, non poteva che essere pi esplicita ancorch, ripetiamo, aureolata da suggestive argomentazioni di tipo estetico-letterario.

70 Ma c' un'altra questione della quale occorre tener conto, e cio che l'attenzione di Verga, almeno nelle sue opere pi significative (le due raccolte di novelle di cui gi sappiamo e I Malavoglia) non si rivolge al mondo della borghesia ma a quello delle plebi siciliane nelle condizioni storico-sociali che conosciamo, le quali, una volta guardate con l'occhio dell'impassibilit, ossia di quella prospettiva che quasi programmaticamente recide ogni rapporto dialettico tra l'oggetto preso in esame e le sue dipendenze sociali, possono benissimo trasformarsi in un oggetto epico e dare, di questa loro miseria e di questa loro prosa quotidiana, un'immagine altamente e violentemente realistica. Andr anzi detto in proposito che il particolare linguaggio verghiano, cos mimetico del modo d'essere di questa umanit tanto primitiva, non fa che accentuare l'alone astorico, e pertanto epico-biblico, della societ rappresentata, posta come su di uno scenario atemporale in cui il realismo, paradossalmente, sembra ritornare alle forme dell'antica epopea. E siccome infine lo scrittore catanese innesta su questa sua materia la sua peculiare concezione della marea dell'esistenza, ond' che in questa guerra di tutti contro tutti i vincitori di oggi saranno i vinti di domani, il suggestivo realismo letterario di cui si  parlato si completa e apparentemente si perfeziona nell'insegnamento, d'ordine tutto letterario e morale, sull'inconsistenza e sulla vanit del vivere e dell'esistere. L'impotenza ideologica dello scrittore ha definitivamente assunto le vesti dell'impotenza a cambiare il mondo.

71 Prendiamo quella sua novella, probabilmente la pi bella, che va sotto il titolo di Libert e che ha per argomento la rivolta contadina di Bronte nel catanese, e l'altrettanta sanguinosa repressione operata da Nino Bixio nell'estate del 1860 (4 agosto), quando le forze armate garibaldine tendevano sempre pi a schierarsi in favore dei ceti dominanti e a reprimere con durezza le agitazioni di quei contadini che avevano creduto in Garibaldi. Nella novella verghiana, naturalmente, non c' neppure l'ombra di queste indicazioni storiche, come non c' alcuna allusione esplicita alle ragioni psicologiche dei rivoltosi i quali, avendo sentito dire che i rivoluzionari avrebbero dato le terre ai diseredati, prendono alla lettera questi messaggi propagandistici e agiscono di conseguenza. Questa novella invece?-?la penultima delle Rusticane?-?pone in particolare luce due temi essenziali per una letteratura dell'impassibilit: quello del primitivismo tipico della psicologia di massa che si scatena nella violenza e nella carneficina, e quello della rassegnazione a tornare a subire, dopo l'aggressione violenta, le condizioni di sempre: i temi dell'inganno e dell'atavica passivit. Vediamoli pi da vicino.

72 L'inganno. In che consiste? Nell'avere anzitutto il governo piemontese propagandato tra i contadini meridionali il miraggio di una riforma agraria che essi attendevano, secolarmente quanto sinceramente, gi dalle lontane esperienze giacobine nella confusa speranza di poter partecipare alla costituzione di un effettivo Stato unitario: l'inganno insomma di essersi esso servito di un'ideologia nobile per camuffare il mantenimento dello statu quo cinicamente speculando sull'arretratezza intellettuale e sulla reale miseria delle masse in questione. Naturalmente Verga, come si  detto, non rende esplicite queste premesse d'ordine storico e politico; vi allude tuttavia sin dal principio, e cio quando, facendo proprio il punto di vista dei contadini, inizia il suo racconto cos:

Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: Viva la libert!.

73 Resta inteso che qualsiasi lettore, identificando la libert con il fazzoletto sciorinato, immediatamente comprende che non potr trattarsi che di una rivolta selvaggia, messa in atto da un popolo primordiale con sistemi primordiali (che la struttura ossessivamente ellittica del linguaggio prescelto non fa che accentuare), e di una rivolta che, proprio per l'enorme differenza di forze fra gli avversari in conflitto sia sul piano psicologico sia su quello organizzativo, non potr che risolversi, dapprima, in una immensa carneficina e quindi in una completa e spietata repressione. Un inganno, in altre parole, destinato a dividere ancora di pi, e per un tempo certo non breve (si pensi al fenomeno del cosiddetto brigantaggio), il Sud dal Nord, e ci in virt di quella borghesia che proseguiva nella sua azione risorgimentale, ossia nella conquista delle classi contadine del Mezzogiorno destinate a uno sfruttamento senza via d'uscita. La questione meridionale veniva in certo modo presentata come una questione perpetua.

74 Quanto al secondo motivo esso viene sintetizzato da Verga, quasi in conclusione del racconto, con questa lapidaria osservazione:

I galantuomini non potevano lavorare le loro terre con le proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini.

75 I due tempi tragici della rivolta e della repressione si sono esauriti; il paese di Bronte ha ripreso, quasi dopo questo intervallo di follia, la sua secolare esistenza fatta di sfruttatori e sfruttati in virt, a quanto pare, di un destino immutabile; la vita si  ricomposta nelle due categorie umane che da sempre il fato ha reso visibili in questa esistenza terrena; la solidariet?-?solidariet perversa?-?tra galantuomini e contadini poveri si  ricostituita: l'ordine  tornato a regnare. La rivolta del borgo catanese non  stata che un capriccio del caso, del tutto sterile nella sua superflua ferocia selvaggia: questo il messaggio che consapevolmente promana dall'impietrito racconto. Il nuovo realismo?-?il naturalismo?-?distruggendo l'eroe come stanco retaggio dell'esperienza romantica e inseguendo fino al parossismo la banalit della prosa quotidiana ha trasformato lo scrittore in reporter distruggendone le possibilit fantastico-creative. All'autore, per distinguersi, non rimane altro che cercare di darsi una propria originalit stilistica, una propria peculiare cifra linguistico-formale. Dalle idee, dal pensar bene manzoniano, si discende sempre pi velocemente verso le regioni del letterario. Le virulente rivoluzioni verbali del futurismo non tarderanno ad esplodere.

II. L'affermazione della borghesia e le trasformazioni del romanzo. La Grande Guerra

D'Annunzio - Pirandello - Svevo. Lussu e il giovane Gadda

Il romanzo a una svolta

1Il gioved del 4 dicembre del 1851, all'indomani del colpo di stato di Napoleone III, si compie in certo modo il destino umano dell'antieroe de L'ducation sentimentale di Gustave Flaubert, Frdric Moreau. Nei torbidi di quella giornata, caratterizzati dalla cieca brutalit poliziesca scatenata non soltanto contro i dimostranti ma perfino contro innocenti spettatori, egli vede cadere l'amico Dussardier al grido di Vive la Rpublique!, e riconosce nell'agente di polizia che l'ha ucciso il compagno di lotta radicale Sncal. Questa scena avviene quasi in fine del romanzo, in chiusa del quinto capitolo della terza parte:

Il tomba sur le dos, les bras en croix.

Un hurlement d'horreur s'leva de la foule. L'agent fit un cercle autour de lui avec son regard; et Frdric, bant, reconnut Sncal.

2 Il nuovo capitolo, il sesto, inizia cos:

Il [Federico] voyagea.

Il connut la mlancolie des paquebots, les froids rveils sous la tente, l'tourdissement des paysages et des ruines, l'amertume des sympathies interrompues.

Il revint.

3Al viaggio esotico quale antico rimedio dell'uomo ferito da un profondo disinganno segue subito, medicina ben pi confortante e suggestiva, aperta a tutte le infinite (e illusorie) possibilit di una interiorit ritrovata e ora presa a fondamentale materia dell'arte, il viaggio a ritroso nella memoria soggettiva. Grazie alla scena che abbiamo appena descritto, Gyrgy Lukcs ha potuto dire che qui il romanzo realistico  finito e che per Frdric Moreau comincia la recherche du temps perdu. La quale, dopo le poche pagine del sesto capitolo, viene abbozzata nel settimo ed ultimo, altrettanto breve, con la rappresentazione dell'incontro, nell'inverno di sedici anni dopo (1867), che Federico ha con l'altro protagonista de L'ducation sentimentale, Charles Deslauriers, gli amici di adolescenza e giovinezza passati attraverso tante prove, contrasti e disinganni e riconciliatisi ancora una volta, come si esprime Flaubert, par la fatalit de leur nature qui les fasait toujours se rejoindre et s'aimer. Cosa si dicono?

4Dopo aver accennato a se stessi in quel modo molto sommario, frammentario e non privo di disagi e imbarazzi che sono tipici di questi incontri in cui l'autentica intimit di un tempo risulta compromessa se non spezzata (e certo Flaubert  un maestro in questo tipo di narrazioni), i due tentano un breve riepilogo delle comuni amicizie di una volta (di una vita), ed anche qui le informazioni, oltre che ad essere intonate a una certa imprecisione e a una sostanziale indifferenza, rivelano quella sorta di fastidiosa amarezza e di disinganno che  propria di chi, nell'altro,  come se rivedesse se stesso e non vorrebbe:

- Vit-il encore?

- A peine! Tous le soirs, rguliermnt, depuis la rue de Grammont jusqu' la rue Montmartre, il se traine devants les cafs, affaibli, courb en deux, vid, un spectre.

5La spettralit?-?ricordiamocene?-?che qui  naturalmente ancora e soltanto un modo di dire, non tarder a comparire come l'effettivo risultato di una vita vissuta, come il frutto estremo dell'humaine condition. La spettralit, il fallimento. Cos infatti prosegue Flaubert:

Et ils rsumrent leur vie.

Ils l'avaient manque tous les deux, celui qui avait rv l'amour, celui qui avait rv le pouvoir.

6E cercandone le ragioni, sempre con trascuratezza e come per continuare a discorrere, essi non sanno invero trovarne una seriamente convincente e persuasiva, onde infine incolpano tutto: le circostanze, il caso, l'epoca in cui erano nati. Sennonch  pur vero che in questo facile considerarsi vittime innocenti, la loro intimit, fondata com' ora su un riconosciuto fallimento, diviene via via sempre pi franca, aperta, confidente; come quella di due maschere che non abbiano pi la preoccupazione di nascondere un possibile volto. Onde il loro colloquio, istintivamente, si viene volgendo sempre di pi al passato, alla perduta giovinezza, gi gi sino all'adolescenza come alla riscoperta delle radici prime dei loro alberi rimasti senza frutto. E tutto in un mare di: Ti ricordi?.

Et, exhumant leur jeunesse,  chaque phrase, ils se disaient:

- Te rapelles tu?

7E cos essi rivedono il cortile del collegio, la cappella, il parlatoio, la sala d'armi in fondo alla scala; rivedono le figure di istitutori e di alunni; rivedono un certo Angelmarre di Versailles che si tagliava i sottopiedi nelle vecchie scarpe; rivedono il signor Mirbal e i suoi favoriti rossi, i due professori di disegno geometrico e di disegno artistico, e cos di seguito, sino a che rievocano?-?evocazione davvero significativa nella concorde, patetica e insieme tragicomica sua epifania?-?la loro comune visita, nel corso delle vacanze del 1837 (ora la memoria si fa quanto mai precisa), a una casa di appuntamenti. La prima.

Ce lieu de perdition projetait dans tout l'arrondissement un clat fantastique. On le dsignait par des priphrases: L'androit que vous savez,?-?une certaine rue,?-?au bas des Pontes. Les fermires des alentours en tremblaient pour leur maris, les bourgeoises le redoutaient pour leurs bonnes, parce que la cuisinire de M. le sousprfet y avait t surprise; et c'tait, bien entendu, l'obsession secrte de tous les adolescentes.

8Nessuna meraviglia, naturalmente, che ci accada; come non ci sar affatto da meravigliarsi che questa prima avventura di due adolescenti che vagheggiano confusamente un avvenire di gloria e di potenza rimanga nelle loro menti come una prova iniziatica, un decisivo confronto con una realt ancora ignota. N ci sar pure da meravigliarsi se i due giovani si accingono a tale impresa con tutta la grottesca seriet che essi ritengono debba esigere un simile evento?-?l'arricciamento dei capelli, il dotarsi di grandi mazzi di fiori, lo scivolare segreto verso la mta quasi con l'aria di cospiratori mentre tutto il mondo perbene, la domenica sera,  raccolto in chiesa per i Vespri; come non ci sar pure da stupire se l'emozione che coglie Federico nel momento decisivo?-?il suo scoprirsi inadeguato a una trasgressione tanto ambita e vagheggiata?-?faccia crollare tutto l'edificio. Ci che invece meraviglia, che colpisce il lettore e lo fa riflettere,  che questo incidente rivissuto nella memoria venga posto non solo in chiusa del romanzo e quasi come suo messaggio, ma addirittura, provocatoriamente, come la cosa migliore che i due protagonisti confessano di avere sperimentato nella loro esistenza:

Ils se la contrent prolixement, chacun compltant les souvenirs de l'autre; et, quand ils eurent fini:

- C'est l ce que nous avons eu de meilleur! dit Frdric.

- Oui, peuttre bien. C'est l ce que nous avons eu de meilleur! dit Deslauriers.

9Julien Sorel, l'eroe di Stendhal, cadeva sotto la lama della ghigliottina e il suo capo veniva raccolto nel grembo dell'aristocratica Matilde che cos perpetuava nel sogno la sua venerazione per i princpi (filistei) di una nobilt vinta dalla storia e dalla borghesia: Federico e Carlo, i due antieroi di Flaubert, chiudono la loro esistenza rievocando con ironica amarezza la radice prima della loro disfatta e la considerano, paradossalmente, ci che di meglio la vita e la societ hanno saputo loro offrire. Non  soltanto la societ borghese che viene a trovarsi di fronte a una svolta; di fronte ad essa viene a trovarsi anche la sua espressione pi alta: il romanzo.

Riscossa e ripiegamento della borghesia in Francia: dal realismo al naturalismo

10Secondo il noto punto di vista hegeliano che  difficile non condividere, il romanzo, nel mondo moderno, tiene il luogo (naturalmente con tutte le necessarie modificazioni e differenze) che ebbe un tempo, nel mondo antico, la forma epica. Il suo momento pi significativo e soprattutto la sua pi risoluta compenetrazione con le vicende e i problemi della storia del tempo?-?la borghesia nella fase della sua ascesa e affermazione?-?si ebbero in Francia negli anni che vanno dalla grande rivoluzione al trionfo della classe borghese sotto il regime di Luigi Filippo. L'uomo allora?-?l'eroe, il personaggio?-?venne rappresentato come pienamente incluso entro il corso della realt politica sociale ed economica, e dato che tale realt, in Francia, fu tutt'altro che priva di laceranti contraddizioni?-?dal mondo eroico della Rivoluzione al contraccolpo aristocratico-feudale della Restaurazione e alla ripresa della lotta borghese sino alla sua totale affermazione all'epoca di Luigi Filippo?-?il romanzo, nella figura dell'eroe che lo imperson, ebbe quell'intima unit realistica, quell'aspetto tragico e quella propensione all'azione e alla catastrofe che furono appunto le caratteristiche che lo potevano assimilare all'epos antico (Stendhal, Balzac).

11Prendiamo il personaggio di Julien Sorel. Accesosi nella prima giovinezza per le idee di Rousseau e della Rivoluzione oltre che per i grandi fatti del tempo napoleonico?-?il successo congiunto al merito individuale?-?egli si trova ora a vivere in un clima completamente mutato, dominato dall'ipocrisia e dalla corruzione della classe aristocratica tornata provvisoriamente al potere e dal tradimento della piccola borghesia che la adula. Sennonch egli  troppo pieno non soltanto di fantasie e di ambizioni, ma anche di quelle virt ereditate dall'eroico periodo precedente?-?il libero soggettivismo fondato sulle capacit personali?-?per potersi accontentare di una mediocre esistenza (come pure gli suggerisce l'amico Fouquet) in mezzo a una classe di piccoli borghesi in ripiegamento. Lo stridente contrasto tra la societ di ieri e quella di oggi acuisce istintivamente il suo sentimento di lotta di classe ed egli sente orgogliosamente di appartenere, sul piano ideale date le sue origini effettivamente plebee, a quella classe di grandi borghesi che sta lottando contro il ritorno delle gerarchie feudali sotto il regime di Carlo X. Per quanto la sua battaglia sia una battaglia da solitario eroe romantico, le decisioni che via via prende e che gli costano sofferenze, sacrifici e rinunce, vanno tuttavia in questa comune direzione di lotta, combattuta peraltro con tutti i mezzi possibili, anche i pi meschini e ripugnanti, dal momento che la nobilt stessa dell'azione, in questa sorta di Napoleone redivivo, pu ben giustificare la bassezza degli strumenti impiegati. Il momento dei suoi rapporti con Matilde de la Mole, come tutti sanno, costituisce l'acme di questa esemplare vicenda romanzesca, mentre la tragica catastrofe conclusiva viene a sigillare epicamente la forma romanzo e ad imporla, effettivamente e concretamente, come moderno epos della classe borghese nella sua fase d'ascesa. Ma ci che rese possibile la costruzione letteraria di questo assoluto capolavoro furono anche?-?ripeto?-?le particolari contingenze della storia francese, di quel periodo, vale a dire la riscossa della borghesia contro la feudalit di ritorno e contro le sue istanze conservatrici; riscossa appunto che, nella forma nuova del romanzo che in questo senso chiama a raccolta l'onda emotiva delle precedenti esperienze napoleoniche, s'impersona nella figura di Julien Sorel. Non a caso, nell'avvertimento proemiale, si fa chiaro riferimento a quelle giornate del luglio del 1830 che posero definitivamente fine al regime dell'ultimo dei Borboni.

12Ma una volta instaurata la nuova formazione sociale, disparvero anche, per esprimerci con la bella metafora di Karl Marx nel Diciotto brumaio, quei colossi antidiluviani, quei fantasmi dell'epoca romana che avevano vegliato attorno alla sua culla (essi erano semmai rimasti, per quanto notevolmente modificati, nella fantasia di Julien Sorel, nel romanzo come epos borghese); nella realt ormai completamente assorbita nella produzione della ricchezza e nella lotta pacifica della concorrenza, la borghesia francese poteva ben vedere, grazie alla monarchia di luglio, la realizzazione di tutti i suoi desideri. Per sempre esclusa la restaurazione dell'ancien rgime con i suoi privilegi per le classi dei proprietari ereditari e del clero, si era instaurata una libert di pensiero assoluta e l'ingerenza ecclesiastica non poteva pi nulla, n sulle scuole n sugli scritti. Mentre in politica estera evit il pi possibile di mettere in atto iniziative politiche guerrafondaie e dispendiose, il governo borghese dedic all'interno tutta la sua cura e intelligenza allo sviluppo economico del paese. E tale attenzione fu largamente compensata. Mai, prima di questo periodo, la Francia pot tanto sfruttare le sue naturali possibilit di formazione di capitali: la coltivazione intensiva del suolo venne assicurata dalla massa di piccoli agricoltori, il cui numero era in giusto rapporto con il prodotto del terreno, mentre l'industria, protetta da barriere doganali contro la concorrenza straniera, pot trarre sicuro profitto dai portati della rivoluzione industriale. Tutto insomma le profittava, dall'eccellente preparazione tecnica favorita dallo Stato e sottratta a qualsiasi controllo clericale, al sistematico svilupparsi della rete ferroviaria in seguito alla legge del 1842. Il ministro Guizot, che viene ancor oggi considerato come espressione fisica di questo sereno periodo borghese, non mentiva davvero quando una volta ebbe a rassicurare il parlamento in questi termini: Guardiamoci dall'affermare che il nostro paese abbia da effettuare conquiste, da condurre grandi guerre, da compiere ardite vendette. Se la Francia prospera e rimane libera, ricca, prudente e tranquilla, non avremo certo da lamentarci se eserciter scarsa influenza nel mondo. Non si poteva esprimere meglio il sentimento della borghese prosaicit come guida morale e civile e, persino, come concezione del mondo.

13Questo era tuttavia soltanto un aspetto; e un aspetto che non si proponeva, da un punto di vista ideale e culturale, nuovi traguardi da raggiungere. Con l'ordine, la tranquillit e la pace, la borghesia aveva tagliato tutti i propri traguardi ed ora non poteva che rimanere sulla difensiva, e non soltanto nei confronti di quegli intellettuali che, continuatori della tradizione spirituale della grande Rivoluzione, non si erano mai pienamente conciliati con quella di luglio, ma, e soprattutto, sulla difensiva nei confronti di quei primi movimenti socialisti che diedero vita ai moti del 1848, minacciarono i patrimoni e crearono, non solo in Francia ma in tutta Europa, la paura del socialismo. Terrorizzante apparve allora alla stessa borghesia progressista, (almeno nei paesi gi in certo modo industrializzati) la constatazione che il quarto stato avesse osato partecipare al governo (in Francia dopo il febbraio del 1848) e tradurre in pratica singoli princpi fino ad allora derisi come postulati meramente teorici, quali ad esempio il diritto al lavoro. E siccome col penetrare di tali elementi socialisti negli organi dirigenti del governo era parsa come inevitabile la fine stessa delle tradizionali concezioni borghesi, dell'ordine e perfino della cultura, ogni forma politica che concedesse maggiori diritti al quarto stato venne considerata con la massima diffidenza, e ci anche quando, dal punto di vista della dottrina liberale e borghese, avrebbe dovuto essere approvata. Tale timor panico venne ancor pi accresciuto dalla constatazione che borghesi repubblicani e socialisti avessero insieme contribuito a porre fine, con la rivoluzione di febbraio, al regime di Luigi Filippo ond' che, chi ora parlava di repubblica o anche soltanto di democrazia, sembrava minacciasse l'anarchia e il comunismo. In breve: il costituzionalismo liberale poteva essere come prima lo scopo ultimo di ogni onesto borghese, ma se questo costituzionalismo non possedeva la forza di reggersi contro l'assalto dei rossi, distruttori di ogni cosa, l'assolutismo e perfino la dittatura militare di tipo napoleonico rappresentavano pur sempre il male minore. E la Francia ripieg e fu il bonapartismo di Napoleone III. A questo realismo politico non tard a corrispondere, sul piano letterario, quel nuovo realismo che, inaugurato da Flaubert, prosegu con le teorizzazioni di Zola e dei fratelli Goncourt. Era la borghesia che, retrocedendo sul piano politico e civile per il terrore del socialismo, da un punto di vista letterario e culturale cercava, per cos dire, di salvarsi l'anima autocriticandosi per avere rinunciato alle grandi idealit rivoluzionarie e avere invece abbracciato il mondo della prosa definitivamente consolidato. In altre parole: lo scrittore borghese, avvertendo profondamente l'isolamento in cui ora si trovava rispetto ai generali convincimenti politici dei lettori della sua stessa classe, e non osando passare dalla parte del quarto stato, si sfogava con amarezza esprimendo e rappresentando realisticamente la miseria del mondo borghese in cui viveva. Da questo momento insomma, tutto ci che poteva esservi ancora di poetico venne confinato in un sentimento soggettivo il quale, tuttavia, risulter del tutto impotente a tradurre e ad espandere tale poeticit nel tessuto sociale collettivo (sempre pi governato, peraltro, dalle inflessibili e capricciose leggi del capitalismo), ond'esso rimane una sorta di protesta e di sdegno meramente individuale e romantico, come abbiamo appunto veduto nelle paradossali riflessioni con le quali i due antieroi di Flaubert sigillano il senso della loro esistenza vuota e spettrale. Si pass insomma a una concezione letteraria fondata sulla convinzione che la realt da rappresentare nell'opera d'arte fosse molto pi semplice di quella immaginata dai grandi scrittori realisti dell'et precedente, molto pi meschina ed amara. In tutta la vicenda tra Julien e Matilde nel Rosso e il nero ad esempio, Zola non vide altro che una ginnastica del cervello e una sofisticheria, considerando tutte e due le figure nelle quali Stendhal aveva rappresentato il conflitto tra mondo borghese e mondo aristocratico, delle costruzioni cervellotiche e artificiose. Non si rese affatto conto che, con questi due personaggi cos al di sopra della media comune, lo scrittore realista aveva inteso svolgere la sua critica all'ipocrisia e al carattere vile e menzognero del periodo della Restaurazione e che, solo mediante caratteri cos elevati, aveva potuto rendere evidente il contenuto brutalmente avido e meschinamente capitalistico dell'ideologia di quel periodo, ma li ritenne appunto degli eroi che, inesistenti nella quotidianit della vita reale, dovevano essere uccisi. Nel metodo naturalistico, in altre parole, dovevano cessare?-?sono parole di Zola?-?queste esagerazioni dell'artista, questi suoi capricci di composizione; e questo perch, nella vita e nella sua verit, c' un livello d'eguaglianza che abbassa tutte le teste e perch sono ben rare quelle occasioni che permettono di effettivamente raffigurare persone davvero superiori.

14Come ben si vede con il naturalismo, al posto dell'unit dialettica configurata nell'eroe subentra, in stridente contrasto con le tradizioni dell'antico realismo, quella media statistica che ha un carattere meramente meccanico e, al posto delle situazioni epiche e dell'azione epica, subentrano le descrizioni e le analisi pi o meno intese o rivestite di pretese scientifiche 1 .  il positivismo che avanza; che cerca la grigia mediocrit e la grigia realt statistica; ossia quel piano sul quale tutte le contraddizioni interne esistenti nella societ e nella storia si spuntano e si ammorbidiscono; quel piano dove il grande e il piccolo, il bello ed il brutto, il nobile e l'abbietto sono tutti egualmente dei prodotti mediocri, e dove ancora lo scrittore diventa un semplice commentatore della vita sociale che gli si svolge d'attorno e viene pertanto degradato da artista-creatore a mero cronista e reporter. Il che, in conclusione, pu anche significare la fine della grande letteratura, ossia della letteratura unitariamente costituita da invenzione e pensiero, rappresentazione della societ e sua critica.

15Il romanzo si trova effettivamente a una svolta.

Il naturalismo e il verismo italiano

16E in Italia?

17Nel capitolo precedente, ancorato alla questione del Mezzogiorno, abbiamo veduto come i maggiori scrittori, non a caso tutti d'area meridionale, avessero reagito, pi o meno secondo i nuovi canoni dell'arte naturalistica o veristica, di fronte al problema storicamente e socialmente pi acuto dell'Italia unita, e come nell'opera loro venisse via via emergendo e maturando una linea di tendenza rivolta verso il disimpegno. Nel nostro narratore pi dotato?-?Giovanni Verga?-?prese altres a delinearsi una generale concezione del mondo e dell'arte che, fondata sulle teorie del darwinismo, si espresse artisticamente con la formulazione del ciclo dei vinti. Nell'inarrestabile e caotica fiumana dell'esistenza?-?riteneva Verga?-?i vittoriosi di oggi sarebbero stati i vinti di domani e, unicamente sospinti da una vanit cieca sorda e come invincibile, avrebbero tutti pagato, in questa irragionevole lotta per vivere ed affermarsi, il loro tributo di dolore e di sofferenza.

18Questa concezione angosciosa e terribile, contro la quale non sembra trovarsi alcuna via d'uscita positiva o quanto meno rasserenante, costituisce indubbiamente una forma molto interessante e originale che l'arte prese da noi di fronte al generale riflusso di tutta la societ borghese europea minacciata, come abbiamo appena visto, dalla paura del socialismo; sennonch  altrettanto vero che la societ borghese italiana rappresent, anche sul piano storico, qualcosa di molto meno avanzato nei confronti della borghesia francese. Non  qui il caso di diffonderci sulle motivazioni di come e perch ci accadde; baster in proposito ricordarci del processo notevolmente artificioso con il quale ebbe a compiersi l'unit del nostro paese (in ogni caso dall'alto) e, di conseguenza, dell'inevitabile ritardo, rispetto alla Francia, dello sviluppo stesso della nostra borghesia.  ben vero che secondo le teorie di alcuni democratici e liberali come Carlo Cattaneo e Camillo Cavour, la strada che l'Italia avrebbe dovuto percorrere per divenire un moderno paese borghese aveva per presupposto il suo franco inserimento nel grande circuito dell'economia europea, onde le migliori forze propulsive, esposte al rude ma tonificante vento della concorrenza, avrebbero dovuto fare, per cos dire, di necessit virt con il risultato che, alla rigenerazione economica, sarebbe necessariamente seguita la rigenerazione civile (e fu anzi questa, sul piano dottrinario, la politica seguita per un quindicennio dalla Destra), ma gli eventi che ne conseguirono furono in sostanza quelli di una profonda stagnazione. Orbene: senza qui seguire passo passo l'evolversi della situazione, ci che possiamo dire molto in breve  questo: che con l'avvento della Sinistra al potere, e in relazione a quelle congiunture economiche che l'et del capitalismo trionfante faceva via via insorgere, prese da noi sempre pi corpo quella sorta di scorciatoia che, sul modello prussiano, si proponeva di trasformare economicamente il paese operando nuovamente dall'alto, vale a dire con il concorso determinante di uno Stato forte e all'insegna sia del protezionismo sia del rafforzamento del prestigio dell'Italia sul piano internazionale. Crispi, come tutti sanno, fu l'esecutore autoritario?-?e inefficace?-?di tale programma che, se condusse la nuova nazione a un primo ancorch modesto successo industriale e a realizzare molto problematicamente le sue ambizioni coloniali, port anche il paese alla drammatica crisi di fine secolo e allo scontro frontale con l'irruento, ancorch disordinato, insorgere del socialismo tanto nelle campagne e nelle citt dell'Italia settentrionale quanto nel Mezzogiorno con il fenomeno, vistoso, dei Fasci siciliani.

19L'et giolittiana che accompagn l'Italia sin quasi alle soglie della prima guerra mondiale fu tuttavia, anche per la presenza di una nuova congiuntura economica favorevole, un'epoca di relativa distensione e, in ogni caso, di superamento di quella gravissima crisi che, nel luglio del 1900, era stata addirittura sigillata dal regicidio. Il grande merito dello statista di Dronero?-?diciamo cose ben note?-?fu da un lato quello di riconoscere l'ineluttabilit della presenza delle forze socialiste e, pertanto, della stoltezza di cercare di impedire che esse avessero la loro parte di influenza politica ed economica e, dall'altro, di persuadere queste nuove classi?-?con i fatti e non con le sole parole?-?che esse avevano ben pi da guadagnare rimanendo amiche delle istituzioni esistenti che non parteggiando per i fumosi sogni rivoluzionari dell'avvenire. Che poi questo suo disegno inteso a sollecitare non lo scontro ma la collaborazione tra le due classi tra loro opposte?-?oltre tutto osteggiato sia da destra che da sinistra?-?riuscisse solo in parte e, per cos dire, in modo effimero, ci si dovette allo stato di generale impreparazione, anche da un punto di vista culturale, delle forze in gioco: da un lato il sorgente capitalismo italiano caratterizzato da un altissimo grado di concentrazione, dalla profonda compenetrazione tra banca ed industria e dalla sua stretta dipendenza dalle ordinazioni dello Stato (il che favoriva uno Stato non pi efficiente ma soltanto pi autoritario); dall'altro un movimento socialista con caratteri sicuramente originali rispetto agli altri socialismi europei, ma pure quanto mai lacerato e diviso al suo interno e, soprattutto, fino almeno alla formazione del partito comunista d'Italia nel 1921, privo di una chiara linea politica. Che la nuova Italia sorta quasi miracolosamente dovesse sfociare nel fascismo, anche in presenza di una nuova acutissima crisi economica, era pressoch inevitabile: il fascismo autobiografia di una nazione come ebbe appunto ad esprimersi Piero Gobetti.

20Ci che ora vorremmo chiederci  questo: in che misura, al di l di quanto abbiamo gi precedentemente osservato, ebbero coscienza i maggiori romanzieri italiani di questo drammatico processo che condusse il paese alla dittatura e in che misura la forma romanzo si pose davanti a questi catastrofici eventi? Ed anche questa domanda non ci pare n secondaria n irrilevante sul piano delle forme letterarie attraverso le quali una societ tende a prendere coscienza di s e dei propri orientamenti:  davvero possibile continuare a parlare di romanzo come epopea borghese a proposito delle prose del superuomo D'Annunzio, dell'eccentrico Pirandello, del riservato e tanto a lungo misconosciuto Italo Svevo? Quali rapporti possono correttamente istituirsi tra queste manifestazioni artistiche e la societ del tempo loro? La contemporaneit viene in esse effettivamente rispecchiata o pretestuosamente deformata? E per quali ragioni? E appunto a questi interrogativi che cercheremo di dare una risposta nelle pagine che seguono.

Gabriele D'Annunzio e la capitalizzazione dello spirito

21Non intimorisca il titolo effettivamente un poco insolito (ma non provocatorio) dato alle considerazioni che ora verremo esponendo, avvertendo anche che non procederemo qui a un sia pur rapidissimo profilo dello scrittore e poeta abruzzese e neppure a un altrettanto rapidissimo tratteggio della sua attivit di romanziere. Convinti come siamo?-?convinzione peraltro, dopo gli studi di Raimondi, sempre pi diffusa?-?che  proprio con D'Annunzio (con la sua vita inimitabile come con la sua notoriet tanto clamorosa sia in Italia che in Europa) che ci troviamo di fronte alla prima conclamata e riconosciuta forma di letteratura al servizio dell'industria culturale in atto nella nuova societ borghese italiana, e, ancora, che fu proprio col dannunzianesimo (assai pi che col carduccianesimo) che ebbero a che fare le generazioni tra Otto e Novecento nel drammatico periodo della prima guerra mondiale e di quello che immediatamente lo segu, ci che ora qui cercheremo di mettere a fuoco  questo: si pu o non si pu sostenere che fu proprio con D'Annunzio che inizi ufficialmente la fine del romanzo tradizionale quale era venuto formandosi nel Settecento e nel corso del secolo seguente, e che fu ancora con lui che prese respiro e disinvoltura la figura dello scrittore ormai capace di accogliere senza pi intime ribellioni, o con riluttanze molto misurate, l'ineluttabile processo di trasformazione?-?come  oggi con chiarezza sotto gli occhi di tutti?-?della letteratura in oggetto di scambio?  o non  insomma con D'Annunzio che data in Italia il fenomeno di quello che abbiamo definito la capitalizzazione dello spirito e, con ci, la definitiva liquidazione dell'epica come forma pi alta dello spirito artistico?

22Questo tema, in realt cos importante tanto nelle sue cause quanto nelle sue conseguenze, non  naturalmente un tema che si ponesse soltanto ai tempi di D'Annunzio; esso si pose gi nell'et della formazione del romanzo come nuova e moderna epopea e per questa parte non rimane che rinviare alla trattazione svolta in proposito da Gyrgy Lukcs quale si pu oggi leggere, in italiano, nei Problemi di teoria del romanzo (Torino, Einaudi, 1976), uno di quei non molti libri importanti che dopo avere fatto un certo rumore al tempo in cui comparvero sono stati solitamente dimenticati (e la stessa cosa, per esempio, si potrebbe dire di Auerbach e del suo Mimesis). Non un tema nuovo, dunque; ma nuovo, come si  appena detto, per la soluzione liquidatoria che D'Annunzio, qui da noi, ebbe ad imprimergli o contribu fortemente ad imprimergli. Spieghiamoci meglio.

23Il primo sconcerto?-?in termini crudelmente realistici?-?che l'uomo patisce nello scontro con la brutalit della vita capitalistica e nell'amara rivelazione del falso concetto che egli si era fatto di essa, si ha senza dubbio con Honor de Balzac e in particolare con il suo romanzo Illusions perdues. In esso, per riprendere le belle parole di Lukcs nel saggio ad esso dedicato nel lontano 1935, risuona per la prima volta la tragica sghignazzata di scherno al cospetto del principale prodotto di idee fornito proprio dall'evoluzione borghese 2 , ossia la produzione letteraria nella sua forma pi pura, la poesia lirica.

Ho fatto anche, signore, una raccolta di versi [...]

Ah, voi siete poeta! e allora non voglio pi il vostro romanzo risponde il primo editore all'ancora innocente ed ingenuo Lucien de Rubempr venuto dalla provincia a Parigi in cerca di una gloria meritata. Ed aggiunge: I poetastri falliscono quando vogliono fare della prosa. In prosa le chiacchiere non servono: bisogna assolutamente dire qualcosa (Illusions perdues, parte II, capitolo 3?-?traduzione e parafrasi nostra).

24E poco pi avanti (parte II, capitolo 13), sentendosi proporre un magnifico volume di versi, l'esperto editore librario Dauriat cos sentenzia rivolgendosi altres ai suoi tre commessi: A partire da oggi, chiunque verr qui a offrire dei manoscritti, sentitemi bene!?-?chiederete se si tratta di versi o di prosa. Se si tratta di versi lo congederete immediatamente. I versi divorano l'editoria! Ma se queste affermazioni ed altre consimili che subito seguono possono apparirci scontate, va per notato come Balzac sappia dipingere di fronte a questa volgare manifestazione della sconsacrazione e capitalizzazione dello spirito cos tranquillamente accolta ed ammessa?-?una vera e propria distruzione della cultura operata dal capitalismo?-?la sdegnata ancorch silenziosa protesta del giovane Lucien il quale, in questi frangenti, non riveste affatto i panni dell'hegeliana anima bella, ma vorrei quasi dire, dell'uomo posto al bivio tra la strada della rassegnazione e quella ben pi difficile del cominciare ad organizzare una reazione politica all'insopportabile principio della trasformazione dell'arte in merce.

Luciano?-?scrive Balzac dal quale traduciamo?-?non ebbe il coraggio di levare il capo e di mostrare tutta la sua fierezza davanti a quegli uomini influenti che ridevano di tutto cuore. Cap che sarebbe stato sommerso dal ridicolo, ma provava al contempo un desiderio vivissimo e violento di saltare alla gola del libraio, di rovinare l'insultante armonia del nodo della sua cravatta, di spezzargli la catena d'oro che brillava sul suo panciotto, di strappargli l'orologio e di farglielo a pezzi. L'amor proprio irritato apr la porta alla vendetta. Egli giur un odio mortale a quel libraio al quale ora sorrideva.

25Ora qui non importa conoscere quale sar il destino di Lucien de Rubempr che finir per accettare le seduzioni del giornalismo, della gloria consistente in articoli di giornale da dodicimila franchi e pranzi da tremila e nel subire l'avvilente condizione non solo di sfruttato ma di sfruttato prostituito?-?che  appunto (ripeto) la generale condizione dell'intellettuale nei tempi attuali; l'importante  di stabilire (sia pure con qualche approssimazione) quando e in qual modo qui da noi il fenomeno prese a verificarsi e lo scrittore ad accoglierlo, progressivamente, come un evento ineluttabile e necessario e senza pi la collera balzacchiana che aveva per un momento invaso il cuore puro e la coscienza pura del suo eroe. Ebbene: ritengo che esso possa datarsi, all'incirca, nel decennio tra il 1885 e il 1895, col D'Annunzio giornalista dapprima, col D'Annunzio romanziere della trilogia della Rosa (Il piacere, L'innocente, Il trionfo della morte) poi e, infine, col D'Annunzio che, intervistato da Ugo Ojetti a Francavilla nel gennaio del 1895, ebbe a sigillare le proprie idee sul nuovo romanzo in uno scritto in cui vennero riprese, molto spesso alla lettera, non soltanto quanto egli aveva gi sparsamente scritto sul Mattino di Napoli tra la fine del 1892 e il 1893, ma persino nel celebre proemio apposto all'ultimo romanzo, il Trionfo della morte 3 .

26Ci che per prima cosa va subito notato  questo: che il ventiduenne Gabriele (siamo nel 1885) non ha esitazioni nel riconoscere la nuova situazione editoriale esistente e, ci che pi conta, nell'accoglierla. Colui che un anno prima (1 febbraio) aveva esortato un amico musicista napoletano (Vittorio Pepe) a non comportarsi cristianamente nella lotta per la conquista della gloria ma ad avvalersi di tutti i mezzi per raggiungere il suo scopo (Non ti spaventare della lotta:  la lotta per la vita, the struggle for life del Darwin, la lotta inevitabile e inesorabile. Guai a chi si abbatte. Guai alli umili!); colui che, pi tardi, scaglier pi di uno strale velenoso nei confronti dello spirito democratico del tempo e che si mostrer sempre convinto che l'arte non  una istituzione di beneficenza; colui infine che non perder mai occasione per fustigare i (presunti) sostenitori della egemonia plebea nell'arte,  appunto colui che ora?-?nel 1885 come si diceva?-?riconosce con franchezza e quasi con sarcasmo che non si scrive soltanto per l'arte, ma anche per fare denari e che gli scrittori sono sovente costretti ad offerire ed a vendere come una qualunque merce l'opera loro. Voce chiara; toni risoluti. La poesia  in ribasso su i mercati, e i comperatori sono rari. E ancora: La novellistica anche  in gran ribasso, cos come i libri di critica o di ricerca filologica o di storia della letteratura: tutta roba in ribasso. L'unica produzione lucrativa, conclude,  oggi confinata alla forma del romanzo, buona o cattiva che sia. Il romanzatore  avvertito, e non a caso?-?confezionato su una materia quanto mai piccante ma nobilitata, oltre cha da uno stile inimitabile, da un aristocraticismo destinato a far presa sulle stesse masse piccolo e medio borghesi?-?egli dar vita concreta al nouveau roman con quel Piacere che, oltre ad avere un successo vastissimo in Italia e in Europa (fu letto anche dal giovane Musil), aveva in s i germi del dannunziano romanzo futuro e del processo che, inevitabilmente, port lo scrittore dal ritratto del dandy a quello dell'bermensch, del Superuomo.

27Ma non di questo, cosa anche troppo nota, si vuole qui parlare; ci che si vuole sottolineare sono sostanzialmente due cose: il pieno accoglimento da parte del giovane D'Annunzio delle nuove leggi di mercato ora governanti l'industria letteraria?-?leggi che comportavano, oltre al principio della concorrenza, l'esigenza che lo scrittore, l'artista, fosse in grado di dar vita a un prodotto capace d'imporsi per il suo choc innovatore e la sua occulta forza di persuasione?-?e, in secondo luogo, il messaggio implicito in questo nuovo romanzo?-?messaggio che non era soltanto quello (dichiarato) di abbandonare per sempre l'esperienza del naturalismo francese o italiano, esperienza che, pur con tutti i suoi limiti, era pur sempre rivolta alla descrizione del mondo storico esterno, ma che era anche, e soprattutto, quello di puntare tutto sul privato, anzi su un falso privato: quella coscienza cio (se si pu far uso di questo termine), individua ed estraniata, nella quale a poco a poco agisse e fermentasse il veleno dei vacui problemi che insigniscono le anime degli Andrea Sperelli, dei Tullio Hermil, dei Giorgio Aurispa o dei Claudio Cantelmo. Bisogna adoperarsi con tutte le forze?-?scriveva D'Annunzio sul Mattino nel settembre del 1892?-?a rendere, quanto  pi possibile, vasto ed intenso il mondo interiore moltiplicandone all'infinito i fenomeni. Questa poetica dell'irrazionalismo facente perno sullo scontro tra la lucidit del pensiero e la cecit del sentimento, tra la debolezza della volont e la forza degli istinti, o, pi nobilmente e sinteticamente detto, sull'urto tra la realt e il sogno, non sar soltanto la poetica del nuovo romanzo; sar anche una sorta di alibi culturale che condurr molti piccoli intellettuali italiani a consentire dapprima con una letteratura essenzialmente basata sulla cosiddetta scienza della parola e sulla ricerca dell'Assoluto e, in un secondo tempo e pi brutalmente, con l'irrazionalismo continuamente cangiante e superomistico della cosiddetta ideologia fascista.

28Nell'accennata intervista con Ugo Ojetti (del gennaio del 1895 come gi detto), Gabriele D'Annunzio traccia un quadro delle virtualit della letteratura contemporanea molto diverso da quello corrente. Egli vi vede non il naufragio di tutte le cose belle e di tutte le idealit sovrane, ma enormi potenzialit innovative; non l'inevitabile oppressione delle coscienze da parte della tecnica e dell'industria, ma il vigore reattivo indirizzato verso il sogno e la trascendenza; non insomma la crisi ma il risorgimento. Contro gli annunci funebri dell'arte fin de sicle, D'Annunzio oppone un fatto innegabile: la diffusione del romanzo in tutti gli strati della societ.

L'Europa?-?egli dice?-? inondata di quella letteratura che si suol chiamare amena. In Italia, per esempio, le biblioteche economiche a una lira il volume hanno avuto in poco tempo una filiazione innumerevole di biblioteche minime, lillipuziane, diamantine, gialle, azzurre, verdi, a venticinque centesimi, a quindici centesimi, a dieci centesimi e perfino ad un soldo. E la concorrenza tra i piccoli editori diventa ogni giorno pi attiva [...] Qualcuno aveva profetato:?-?Il giornale uccider il libro.?-?Migliaia e migliaia di volumi si propagano per tutta la penisola leggeri e multicolori come le foglie d'una foresta battuta da un vento d'autunno.

29 E precisa, da autentico ed esperto osservatore dell'industria culturale:

Queste speculazioni librarie hanno una fortuna insperata. Il commercio della prosa narrativa non era mai giunto a un tal grado d'attivit [...] Gli stessi giornali politici quotidiani, i quali appunto si rivolgono alla grande maggioranza, debbono quasi sempre l'aumento o la diminuzione della loro fortuna alla qualit dei romanzi pubblicati nelle loro appendici che di giorno in giorno divengono pi larghe e numerose;

30 ed osserva infine?-?considerazione importante nell'ambito del discorso che stiamo conducendo, ossia in quello della capitalizzazione dello spirito che D'Annunzio accoglie senza alcuna remora?-?che tra romanzo pi finemente e letterariamente lavorato e romanzo pi rudemente plebeo non c' che una differenza di valore ma che ambedue, come merci destinate ed adeguate a un diverso pubblico di utenti, concorrono allo stesso fine:

Ma tra il romanzo sottile appassionato e perverso, che la dama assapora con lentezza voluttuosa nella malinconia del suo salotto aspettando, e il romanzo di avventure sanguinarie, che la plebea divora seduta al banco della sua bottega, c' soltanto una differenza di valore. Ambedue i volumi servono ad appagare un medesimo bisogno, un medesimo appetito: il bisogno del sogno, l'appetito sentimentale. Ambedue, in diverso modo, ingannano un'inquieta aspirazione ad uscir fuori dalla realt mediocre, un desiderio vago di trascendere l'angustia della vita comune, una smania quasi incosciente di vivere una vita pi fervida e pi complessa. Avendo notato il fenomeno volgare ne traggo per conseguenza che la letteratura  destinata nel prossimo avvenire a uno straordinario sviluppo.

31 Resta ovviamente chiaro, ancorch implicito, che tale arte e tale letteratura saranno rappresentate dalla vita e dalla luce dell'arte e della letteratura di Gabriele D'Annunzio, l'Uomo della Vita che riporter finalmente nel romanzo l'antico elemento che pareva dovesse ormai mancargli per sempre: il Meraviglioso, ci  di continuare la Natura, di aggiungere alla Natura pi alte anime e pi nobili forme, di manifestare per segni l'Ideale.

32Non  naturalmente qui il caso di sottoporre ad esame critico il mito che D'Annunzio seppe creare di se stesso ossia, per fare uso della bella espressione di Ezio Raimondi, di divo di fronte a una cultura di massa solo in apparenza disprezzata; quel mito, sia detto fra parentesi, che fece infuriare Thomas Mann in alcune pagine delle sue Considerazioni di un impolitico 4 ?-?un Thomas Mann, diciamo ancora tra parentesi, ben altrimenti impegnato per riannodare il romanzo moderno alla tradizione critica di esso nel suo periodo eroico. Ci che andr piuttosto notato?-?qui in conclusione?-? che con il pescarese la forma romanzo, la prosa di romanzo, programmaticamente abdicando non si dice alla critica della storia ma persino alla storia in se stessa col farla consapevolmente fluttuare nelle regioni del creativo e del sogno del tutto privati, mentre forse appagava una societ di lettori e di intellettuali stanchi del democraticismo velleitario del tardonaturalismo e protsi, anch'essi molto velleitariamente, nella crisi italiana di fine secolo, verso i sogni di un fallace riscatto individuale, si proponeva in realt come un acritico ed effimero risorgimento dell'arte, tutto fondato sull'astrattezza e sull'irrazionalismo, l'una e l'altro tanto pi pericolosi in quanto impersonati da un artista che non era certo un personaggio qualunque ma un interprete abilissimo della massculture.

Pirandello e la tragicommedia della societ e dell'arte moderne

33Al romanzo sensuale di D'Annunzio, orpellato di nobili ragioni letterarie e filosofiche o pseudo-filosofiche, si accompagna e succede, con maggior fortuna nel lungo periodo?-?una fortuna che nella profonda crisi delle istanze della ragione non a caso dura tuttora?-?il romanzo eccentrico di Luigi Pirandello, anch'esso orpellato, ed anzi profondamente consustanziato, di argomentazioni filosofiche o pseudo-filosofiche. Anche qui, come poi per Svevo, non intendiamo tessere un profilo, ancorch rapidissimo, di Pirandello romanziere; ci che piuttosto interessa  di mettere a fuoco quella sua sorta di estetica umoristica che sorregge, a partire dal Fu Mattia Pascal del 1904 fino a Uno, nessuno e centomila del 1925-26 (e quindi nella parte pi imponente del suo teatro), la sua produzione artistica e la sua particolare concezione del mondo. (Dei Vecchi e i giovani, che fuoriesce almeno in parte dal pirandellismo, abbiamo gi parlato nel capitolo precedente).

34Va quindi da s che la nostra attenzione dovr concentrarsi sulle pagine di quel volumetto L'umorismo che, nato anche come lezioni universitarie oltre che come difesa del proprio sentire estetico e del proprio operare artistico, vide la prima volta la luce nel 1908 e, quindi, in edizione accresciuta, nel 1920. E tuttavia, gi nel marzo del 1905 (a un anno dalla pubblicazione in volume del Fu Mattia Pascal), le linee generali del pensiero pirandelliano erano solidamente tracciate proprio sul piano teorico. Nel secondo capitolo di quello che  oggi il saggio Un critico fantastico 5 egli osservava:

Ordinariamente, l'opera d'arte  creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elementi han corrispondenza tra loro e con l'idea madre che le coordina;

35 osservava cio la compiutezza formale e sostanziale dell'opera d'arte tradizionale nella quale, a suo dire, non interveniva, o comunque non sembrava che fosse intervenuta, quella riflessione critica il cui compito sarebbe stato invece quello di scompaginare il tessuto armonico prodotto dalla fantasia creatrice.

E d'ordinario?-?soggiunge infatti Pirandello (p. 373)?-?nell'artista, nel momento della concezione, la riflessione si nasconde, resta per cos dire invisibile:  quasi, per l'artista, una forma del sentimento;

36 ossia di quel sentimento che diverrebbe pertanto ora l'unico stimolo e motore della creazione dell'arte.

37Orbene: senza qui entrare nella contestazione di un sentire estetico cos notevolmente semplicistico (per il quale l'opera d'arte si costituirebbe di due elementi fondamentali, ossia il sentimento e la riflessione), ci che va osservato  questo: che Pirandello scopre ed enfatizza il valore e la funzione della riflessione la quale, nell'opera d'arte non ordinaria e quindi nuova e moderna (anche se lo scrittore riconosce come gi esistita in passato, ad esempio nel Tristram Shandy di Sterne oppure, pi meccanicamente e anche un poco cervelloticamente, nel Don Chisciotte di Cervantes) agirebbe, accanto e contro il sentimento come elemento non secondario ma primario, cos dissolvendo e distruggendo nel suo specchio d'acqua diaccia quanto di armonioso e di unitario la fantasia o il sentimento della fantasia avrebbero costruito.

L'umorismo?-?pu pertanto scrivere Pirandello (p. 373)?-? un fenomeno di sdoppiamento nell'atto della concezione;  come un'erma bifronte, che ride per una faccia del pianto della faccia opposta. La riflessione diventa come un demonietto che smonta il congegno dell'immagine, del fantoccio messo su dal sentimento; lo smonta per veder come  fatto; scarica la molla, e tutto il congegno ne stride, convulso.

38 quanto mai evidente, mi pare, anche in virt delle metafore usate, che qui non si tratta affatto di un positivo rapporto dialettico tra sentimento e riflessione, l'uno e l'altra protsi a costruire organicamente una creazione artistica serena, compiuta e il pi possibile perfetta. No: qui si tratta?-?in grazia di un pensiero che sarebbe pi corretto definire un escamotage?-?di opporre pregiudizialmente, o capricciosamente e fantasticamente per far uso dei termini proposti dallo stesso Pirandello, la costruzione franta e disorganica, frutto dell'arbitrio e dell'irrazionale, alla costruzione complessa ma ordinata, frutto quest'ultima del ben pensare e della giusta interpretazione della problematicit della storia. Ci che insomma Pirandello persegue con il suo nuovo romanzo sta nell'inseguire, per impiegare ancora le sue stesse parole, tutte le possibili variazioni capricciose del motivo sentimentale, nella riflessione che contrasta al sentimento, o meglio, in cui il sentimento si smorza,

Non per nulla?-?aggiunge quindi a questo proposito (p.?374)?-?l'opera umoristica  sempre piena di disgressioni, e queste disgressioni sono sempre la parte principale dell'opera, la pi saporita.

39 E ancora:

E il sapore di essa  sempre acre; n pu essere altrimenti. Vi prego di credere che non pu esser lieta la condizione d'un uomo che si trovi sempre quasi fuori di chiave, ed essere a un tempo violino e contrabbasso; d'un uomo a cui un pensiero non pu nascere, che subito non gliene nasca un altro opposto, contrario; a cui per una ragione ch'egli abbia di dir s, subito un'altra e due e tre non sorgano che lo costringano a dir no, immediatamente dopo; e tra il s e il no lo tengan sospeso, perplesso, per tutta la vita; d'un uomo che non pu abbandonarsi a un sentimento, senza avvertir subito qualcosa dentro che gli fa una smorfia e lo turba e lo sconcerta e lo indispettisce;

40che non senta insomma ci che, nelle pagine poi pi propriamente dedicate alla questione?-?quelle notissime sull'umorismo?-?definir il sentimento del contrario. Orbene: anche per fermarci soltanto a questo scritto che non soltanto precede quello pi noto ma che pure, nella sua stringatezza, non solo non dice meno dell'altro ma lo dice con pi sobriet se non con pi persuasivit, e che comunque gi contiene tutta la poetica pirandelliana (fino a quella, celeberrima, esemplificata in Uno, nessuno e centomila), noi possiamo fissare alcuni punti. Primo: la volont di proporre un'opera d'arte in forte opposizione con quella ordinaria, tradizionale: non serenamente compatta e armoniosa, ma franta e problematicamente disorganica, tale che rifletta in modo pi franco e sincero il tono acre della societ e della civilt contemporanee. Secondo: l'intervento della riflessione o, per definirla pirandellianamente, della riflessione umoristica come elemento fondamentale per attuare lo scompaginamento a cui mira l'artista moderno. Terzo: il disvelamento che la condizione dell'uomo non  gi quella tradizionalmente proposta dal pensiero classico-umanistico ancorato alle istanze imprescindibili della ragione, sibbene quella dell'uomo fuori chiave, condannato ad essere a un tempo violino e contrabbasso, ossia purezza sentimentale e sentimento del contrario, comicit e drammaticit, positivit e negativit: donde appunto?-?come detto nel titolo di questo paragrafo?-?il tratto distintivo dell'arte moderna consisterebbe essenzialmente nel suo tono acre, vale a dire tragicomico in quanto impastato del suddetto sentimento del contrario.

41A questo proposito, anzich riproporre il consueto (e pirandelliano) esempio della vecchia signora grottescamente truccata, mi sembra pi significativo e fruttuoso per il discorso che veniamo conducendo, menzionare quello che lo stesso Pirandello avanza nelle pagine della parte conclusiva del suo Umorismo (parte seconda, capitolo secondo), quello cio dostoevskijano che s'incontra quasi ad apertura di Delitto e castigo: lo sfogo tragicamente e grottescamente amaro dell'ex-consigliere titolare Marmeladov, ora precipitato nella pi vergognosa abiezione, rivolto allo studente Raskol'nikov.

42Scrive Pirandello:

- Signore, signore! oh! signore, forse, come gli altri, voi stimate ridicolo tutto questo; forse vi annoio raccontandovi questi stupidi e miserabili particolari della mia vita domestica; ma per me non  ridicolo, perch io sento tutto ci...

43 E commenta:

- Cos grida Marmeladoff nell'osteria, in Delitto e Castigo del Dostoievski, a Rascolnikoff tra le risate degli avventori ubriachi. E questo grido  appunto la protesta dolorosa ed esasperata d'un personaggio umoristico contro chi, di fronte a lui, si ferma a un primitivo avvertimento superficiale e non riesce a vederne altro che la comicit.

44Ebbene: le cose non stanno cos. Marmeladov non  affatto, nel contesto del romanzo dostoevskijano, un personaggio tragicomico come vorrebbe Pirandello; Marmeladov  un personaggio tragico (come dimostrer la sua fine) nell'ambito delle deformazioni psichiche che, nel campo sociale, cominciano ad emergere, necessariamente, dalla vita della grande citt moderna (e contro la quale lo scrittore russo pure a suo modo combatte). Nell'epoca di Dostoevskij Pietroburgo (dove la scena si svolge) non era ancora una metropoli moderna nel senso in cui lo erano Londra o New York, e tuttavia il genio di Dostoevskij si manifesta precisamente nel fatto che egli riconosce ed esprime?-?sia pure ancora in germe?-?il dinamismo tragico dei mutamenti sociali morali e psicologici che si stanno avvicinando (e di cui Marmeladov  una delle vittime?-?vittima di un processo storico concreto, non di un'astratta condition humaine). Ma c' dell'altro. Le risate e gli sberleffi nei confronti di Marmeladov e dei suoi amari racconti?-?quelle risate e quegli sberleffi che secondo Pirandello renderebbero la situazione soltanto comica se non intervenisse l'approfondimento dell'umorismo?-?provengono da avventori plebei che in Marmeladov deridono non tanto il compagno di sventura, dato che ci non avrebbe alcun senso, ma ben piuttosto la persona che, ritenendosi tuttora di un grado sociale pi elevato rispetto a quello dei suoi persecutori, si atteggia nei loro confronti con la residua altezzosit di chi non intende in alcun modo accettare la depravazione sociale in cui pure  caduto. Ma perch non lavori, perch non vai all'ufficio, se sei impiegato? lo sbeffeggia lo stesso gestore della bettola.

45Orbene: tutto questo sfondo sociale?-?la distruzione che il primo capitalismo viene progressivamente operando nell'ambito della metropoli delle antiche e feudali gerarchie sociali?-?non viene preso minimamente in considerazione dal nostro scrittore siciliano, esclusivamente proteso a fare di Marmeladov un esempio dell'approfondimento astratto e astorico che pu e deve compiere l'estetica umoristica nel suo sdoppiamento tra sentimento e riflessione. Tant' che, per concludere l'esame dello scritto pirandelliano gi preso in considerazione, ossia le pagine di Un critico fantastico, alla fine del suo secondo capitolo troviamo scritto:

Ora, perch questo sdoppiamento avvenga, bisogna che l'artista abbia fatto un'esperienza amara della vita e degli uomini, un'esperienza che, se da un canto non permette pi al sentimento ingenuo di metter le ali e di levarsi come un'allodola perch lanci un trillo nel sole, senza ch'essa la trattenga per la coda nell'atto di spiccare il volo; dall'altro lo induce a riflettere che la tristizia degli uomini si deve spesso alla tristezza della vita, ai mali di cui essa  piena e che non tutti sanno o possono sopportare; lo induce a riflettere che la vita, non avendo fatalmente per la ragione umana un fine chiaro e determinato, bisogna che, per non brancolar nel vuoto, ne abbia uno particolare, fittizio, illusorio, per ciascun uomo, o basso o alto poco importa, giacch non  n pu essere il fine vero che tutti cercano affannosamente e nessuno trova, perch forse non esiste.

46Quaesivi illum, et non inveni secondo recita il primo versetto del terzo capo del Cantico dei cantici: fatalismo ontologico, disperazione esistenziale e, persino, approdi verso soluzioni tipiche del moderno ateismo religioso. Ancora e di pi: lo sfacelo dell'esistente nell'arbitrario, nel capriccioso e nell'irrazionalistico. Conclude Pirandello:

Quel che importa  che si dia importanza a qualche cosa, e sia pur vana: varr quanto un'altra stimata seria, perch in fondo n l'una n l'altra daranno soddisfazione: tanto  vero che durer sempre ardentissima la sete di sapere, non si estinguer mai la facolt di desiderare, e non  detto pur troppo che nel progresso consista la felicit degli uomini.

47Si potrebbe agevolmente, ma anche in maniera notevolmente superficiale, collegare le ultime righe di questo breve passo a certe posizioni polemiche leopardiane, a patto tuttavia di dimenticare che la negazione del recanatese del progresso (si pensi alla Palinodia) era essenzialmente stimolata dalla profonda, recisa e illuministica reazione al pensiero del moderatismo cattolico imperante; valga piuttosto, qui in prima provvisoria conclusione, far menzione di un passo di Seneca sull'ardentissima sete di sapere dell'uomo e sull'imprescindibile necessit di costantemente ricollegarsi, nella ricerca del nuovo, alle scoperte del passato: A me?-?egli dice in una breve lettera a Lucilio (la n. 64)?-?la semplice contemplazione della sapienza suole portare via molto tempo. La contemplo con lo stesso stupore con cui contemplo lo spettacolo dell'universo che spesso mi appare assolutamente nuovo. Io ho un sentimento di venerazione per i beni che la sapienza ci ha donato e per i suoi cultori. Voglio far miei questi beni come se fossero l'eredit accumulata da molti antenati. [...] Questa eredit pu essere trasmessa da me ai posteri, aumentata di altri beni. Resta ancora molto da fare, e molto ne rester. Anche dopo mille secoli a nessuno sar preclusa l'occasione di fare qualcosa in aggiunta [...] I sapienti che ci hanno preceduto hanno fatto molto ma non hanno fatto tutto: in ogni caso dobbiamo avere per loro un profondo rispetto e venerarli come dei.La distruzione di questa venerazione  uno dei presupposti dell'arte e del sentire moderni.

48Al principio del quarto paragrafo del quinto dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, si legge:

Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un mistero, infelici che vogliono con la ragione spiegare quello che con la ragione non si spiega!

Porsi davanti la vita come un oggetto da studiare,  assurdo, perch la vita, posta davanti cos, perde per forza ogni consistenza reale e diventa un'astrazione vuota di senso e di valore. E com' pi possibile spiegarsela? L'avete uccisa. Potete, tutt'al pi, farne l'anatomia.

La vita non si spiega; si vive.

La ragione  nella vita; non pu esserne fuori. E la vita non bisogna porsela davanti, ma sentirsela dentro, e viverla. Quanti, usciti da una passione come si esce da un sogno, non si domandano:

- Io? com'ho potuto esser cos? far questo?

Non se lo sanno pi spiegare; come non sanno pi spiegarsi che altri possa dare senso e valore a certe cose che per essi non ne hanno pi nessuno o ne hanno ancora. La ragione, che  in quelle cose, la cercano fuori. Possono trovarla? Fuori dalla vita non c' nulla. Avvertire questo nulla, con la ragione che si astrae dalla vita,  ancora vivere,  ancora un nulla nella vita: un sentimento di mistero: la religione. Pu essere disperato, se senza illusioni; pu placarsi rituffandosi nella vita, non pi di qua, ma di l, in quel nulla che diventa subito tutto.

49Di questi passaggi per cos dire meditativi, ora notevolmente fumosi come questo che abbiamo appena letto, ora pi secchi e incisivi oltre che ossessivamente ripetuti, si compongono non soltanto i Quaderni di Serafino Gubbio ma tutti i romanzi pirandelliani, a partire dal Fu Mattia Pascal fino a quell'Uno, nessuno e centomila che ne  come la summa. Va da s che essi, congegnati come una sorta di macchine tese al quod erat demonstrandum, vale a dire l'assurdit dell'esistente e della stessa esistenza dell'uomo (riflesso indubitabile della civilt della crisi nell'Italia e nell'Europa primo-novecentesche); va da s, dicevo, che essi, e sia pure in maniera parecchio ingenua rispetto ad altri scrittori europei pi dotati ma collocati sulla stessa linea di rottura nei confronti del romanzo tradizionale, si presentino come fabulae o parabole nelle quali il metallico congegno dell'intreccio, sempre cos freddo e tutto cerebrale, si anima soltanto, di tanto in tanto, di quel senso di piet che i personaggi che lo realizzano rivelano e che lo stesso Pirandello, come tutti sanno, teorizz nella sua estetica umoristica. Sennonch anche quest'altro escamotage non pare sufficiente a fare del personaggio che vive l'assurdit della vita un personaggio convincente, ossia un personaggio che contenga e dimostri la propria umanit sia pure dimezzata o definitivamente annullata; un personaggio insomma che sappia sostituire, in tutta la sua nuova drammaticit, l'autentica ed antica drammaticit perduta. No: esso rimane una figura che, avendo constatato l'insensatezza della solitudine ontologica dell'individuo umano, non fa che proclamarla, per cos dire, nel deserto, senza speranze e senza alcuna possibile via d'uscita. Nella totale disintegrazione del reale e, conseguentemente, nella convinzione dell'assoluta inconoscibilit di principio dell'origine e fine di ogni esistenza, e ancora e pertanto nella distruzione della storia e del tempo?-?non per nulla l'essenza dell'uomo  gettata nel mondo senza alcun senso e in maniera imperscrutabile?-?al personaggio pirandelliano (che  poi un personaggio sostanzialmente immobile nonostante le sue apparenti e caduche convulsioni?-?un personaggio sempre simile a se stesso) non rimane che il gioco tutto soggettivo e capriccioso delle proprie miserabili passioni laddove, con miserabili, vogliamo intendere la loro essenza completamente arbitraria e, in quanto tale, infinitamente variabile (ne abbiamo un esempio nelle considerazioni di Serafino Gubbio appena citate).

50Ci che piuttosto potrebbe apparire sorprendente  il successo, in termini non solo di mercato ma di ideologia, di una siffatta concezione del mondo, o meglio: di una distruzione di ogni concezione del mondo. Si tratta naturalmente di una sorpresa soltanto apparente quando si rifletta che gli interessi di classe della borghesia non potevano che affrettare e rafforzare il processo, peraltro in atto da tempo, che conduceva lo scrittore dalla compiuta indipendenza alla specializzazione, ossia al servizio degli interessi costituiti della classe dominante. Potremmo qui menzionare la legge?-?quanto mai valida per chi scrive?-?per la quale il capitalismo, vittorioso in economia, travolge sempre di pi la resistenza degli autentici alfieri della civilt e per la quale, a mano a mano che l'economia mercantile si va generalizzando, anche tutti i beni della cultura divengono merci e i loro produttori degli specialisti sottoposti alla divisione capitalistica del lavoro. Se si  sinceri con se stessi non si pu non riconoscere che oggi?-?e non soltanto nel campo letterario?-?questo processo  giunto al suo culmine. In Pirandello comunque questa specializzazione non  soltanto quanto mai evidente nei tratti che distinguono la sua narrazione novellistica e romanzesca, e quindi teatrale nella quale infine trionfa; essa  persino teorizzata (in particolare nell'Umorismo) in virt del significato tutto peculiare, e appunto speciale, consegnato alla riflessione destinata a suscitare, come gi sappiamo, il sentimento del contrario. E questa particolare specializzazione si propone essenzialmente due obbiettivi: assuefare il pubblico alla distruzione della ragione eccitandone tutte le passioni capricciosamente e miserabilmente soggettivistiche col proporgli un campo senza fine di possibilit astratte (onde il moderno soggettivismo crede di vedere e di cogliere in questa apparente ricchezza la vera pienezza dell'anima umana), e di mortificare l'autentico spirito critico in virt dell'ebbrezza che il primo degli obbiettivi, a prima vista, suscita e ispira. Lo scrittore specialista, in altri termini, mira sostanzialmente all'arte di creare la tensione e l'interesse, ossia d'inebriare il lettore con una serie pressoch infinita di situazioni particolarmente sofistiche e arzigogolate che lo gettino, quasi ubriacandolo, in quel vortice di uno spettrale possibile che, infine, lo induca a sopprimere proprio quella realt dalla quale era pure partito. Dissoluzione del mondo e dissoluzione dell'uomo si riferiscono quindi a vicenda e reciprocamente si intensificano e si rafforzano. Il loro fondamento  la mancanza oggettiva di una unit nell'uomo;  la sua trasformazione in una disordinata successione di frammenti istantanei di esperienze, e pertanto la sua fondamentale inconoscibilit, sia per se stesso sia per gli altri. In breve: si tratta della ripresa, in termini pi aggiornati, della teoria di Sren Kierkegaard per la quale ogni uomo vive in un incognito totalmente impenetrabile agli altri, oltre che imperscrutabile a ogni forma umana. Dice un personaggio pirandelliano:

Cosa vuoi concludere, se  cos? Tutto  indeterminato, mutevole, inconsistente. E poi, per toccare qualche cosa e tenerti fermo, ricaschi nell'afflizione e nella noia della tua piccola certezza d'oggi, di quel poco che, a buon conto, riesci a sapere di te: del nome che tu hai, di quanto hai in tasca, della casa che abiti: le tue abitudini, i tuoi affetti, tutto il consueto della tua esistenza col tuo povero corpo che ancora si muove e pu seguire il flusso della vita, fino a tanto che il movimento, che a mano a mano si va rallentando e irrigidendo sempre pi con la tua vecchiaia, non cesser del tutto, e buona notte!

51O quest'altro, in risposta a chi vorrebbe avere delle certezze sulla base dei documenti: Io?-?risponde?-?dei documenti non so che farmene, perch la realt non consiste in essi, ma nell'animo delle persone in cui non posso figurarmi d'entrare se non per quel tanto che essi me ne dicono. E cos via fino a quando, investiti dal flusso in un momento di tempesta, assistiamo al crollo di tutte quelle forme fittizie in cui s'era rappresa la nostra sciocca vita quotidiana, e scorgiamo allora, dentro noi stessi, esplodere qualcosa che ci apparteneva pur rimanendoci ignoto. Lo avevamo isolato dal personaggio che ci eravamo costruiti e lo scorgiamo ora straripare in una magnifica piena vorticosa e sconvolgere e travolgere tutto. Ah, finalmente! L'uragano, l'eruzione, il terremoto. La vita, come appunto ritenuto da Serafino Gubbio, non si spiega ma si vive. E se questo  l'unico momento in cui si vive e si esiste,  anche l'unico in cui si prende definitiva coscienza dell'assurda libert che insorge dalla consapevolezza della nostra solitudine e della nostra alienazione. Gettata la maschera, resta la tragedia, o la tragicommedia, dell'illusione disvelata e della sconcertante verit del nulla totale.

52 innegabile che questa posizione filosofica sia giunta, sotto le pi diverse etichette, a grandissima popolarit a partire dalla seconda meta del Novecento e che anzi oggi, dopo l'oscuramento dei princpi informativi del marxismo, addirittura trionfi. Donde anche, per quanto riguarda Pirandello e a differenza di D'Annunzio, la ripresa in grande stile degli studi su di lui (sempre in chiave elogiativa) e l'attribuzione quasi universalmente a lui conferita di precursore delle grandi avanguardie europee novecentesche. Questo dato di fatto, comunque lo si voglia giudicare, prova in ogni caso che il principio dell'eterno incognito della personalit umana, per il quale i suoi veri motivi debbono fatalmente restare nascosti in mezzo alle azioni puramente esterne,  divenuto oggi qualcosa che, nonostante la sua astrusa impostazione teoretica, esprime un autentico disagio della realt sociale in quanto, come nel nostro caso, si rivolge, e sia pure obliquamente e senza quella diretta concretezza polemica che fu tipica del grande romanzo ottocentesco, contro la disumanizzazione che la civilt capitalistica, anche in virt della grave frattura operata con il passato storico umanistico e con l'enfatizzazione, a volte davvero sconcertante, del presente e del momentaneo, ha imposto in ogni direzione dell'agire umano. Il sentimento dunque dell'umanit ferita e la nostalgia pertanto dell'autonomia dell'arte e dell'indipendenza dello spirito critico, per quanto obnubilati, persistono.

53Vorrei anzi far osservare, quasi tra parentesi, che uno dei romanzi pirandelliani meno conclamati e sicuramente meno divulgati come Suo marito,  probabilmente quello che meglio di ogni altro, ossia in modo pi compiuto e meno arbitrariamente capriccioso, sa denunciare la spietatezza dei congegni che la civilt del denaro pone in atto nei confronti dell'arte e dell'artista, l'una e l'altro respinti all'infimo grado di produttori di una merce che solo la tecnica di mercato, a suo esclusivo giudizio, potr o non potr valorizzare. Qui, anzi, tutti i peculiari strumenti espressivi del pirandellismo convergono nel modo migliore a smascherare quella che gi abbiamo definito la capitalizzazione dello spirito, cos perfettamente applicandosi a un crimine sociale che come tale li merita. La figura di Giustino Boggiolo che al termine del libro, non dispera di riprendere la sua professione di manager speculando persino sulla morte del piccolo figlio, supera di gran lunga, almeno a mio credere, gli ambiti sofistici della cosiddetta estetica umoristica e, paradossalmente, si riconcilia con la vita?-?almeno nel senso che l'amore per la vita e per l'arte riprende nello scrittore l'alto luogo che gli spetta. In altri termini e almeno in questo caso: la crudele rappresentazione di un mondo disumanizzato e la stessa critica radicale dell'inumanit della vita capitalistica non hanno annullato nello scrittore l'amore per l'uomo, la fede nel complessivo progresso dell'umanit e la stessa intima adesione ai problemi del proprio tempo. Almeno in questo caso?-?ripeto?-?Pirandello ha saputo tenere gli occhi ben aperti senza per ci, come  sua generale consuetudine, negare la vita.

Italo Svevo e il romanzo dell'uomo senza qualit

54Nel notevole romanzo d'esordio Una vita, pubblicato nel 1892 ma iniziato quasi cinque anni prima, Italo Svevo fa s che il suo eroe Alfonso Nitti, un giovane che non privo di ambizioni s'era trasferito dal contado nella Trieste absburgica dove s'era impiegato in un modesto ufficio di banca, si trovi nelle condizioni, invero un poco fortuite, di corteggiare la figlia del padrone della banca stessa, Annetta Maller, e che ancora, in seguito a una serie di circostanze quasi altrettanto fortuite e comunque senza un disegno che si possa definire davvero deliberato, la seduca, cos aprendosi brillanti prospettive di carriera professionale. Questo episodio, tanto lungamente trattato e sicuramente centrale nell'economia del romanzo, ha indubitabilmente, a mio credere, notevoli somiglianze con quello notissimo che campeggia a met de Il rosso e il nero di Stendhal, allorquando Julien Sorel inizia e conduce il suo tormentatissimo rapporto amoroso con Matilde de La Mole. La diciannovenne Matilde, senza dubbio,  di ben altra statura rispetto alla modestissima Annetta, cos come Alfonso Nitti  sicuramente imparagonabile all'appassionato e risoluto Julien. Ci tuttavia non impedisce che tra le due situazioni si possa cogliere almeno un tratto comune, vale a dire l'assalto condotto da un rappresentante delle classi inferiori a un esponente di quelle superiori per conquistarne, in certa guisa e per il momento in maniera ancora imprecisa, i privilegi e, con essi, la realizzazione di s. Sennonch, nell'eroe sveviano, questa occasione viene volutamente trascurata; il che produrr, anche se non sempre con quella lineare perspicuit che pare essere la caratteristica dominante del romanzo realista, la catastrofe dell'eroe medesimo. Per prima cosa dobbiamo comunque chiederci come mai Alfonso Nitti, d'improvviso, rinuncia a cogliere i frutti concreti di un comportamento che aveva pure, anche se con un certo disagio, perseguito.

55Di questo personaggio (per altro in gran parte autobiografico) Svevo ci fornisce alcuni tratti essenziali. Uno di questi, se non addirittura il fondamentale,  il suo essere un sognatore. Viene dalla campagna dove l'aria non  corrotta; ha avuto un'adolescenza non facile colpita dalla morte del padre ma confortata dall'amore per la vecchia madre e pi ancora dallo studio degli antichi poeti classici; avverte come profondamente ingiusta la modestissima posizione d'impiegato che il destino gli ha riservato anche se poi, in realt, egli non aspira, se non molto superficialmente, ad autentici avanzamenti di carriera; spalanca s gli occhi sull'angusto mondo che lo circonda ma in fondo, a veder bene, senza eccessivo disgusto. Come tutti sanno, il romanzo avrebbe dovuto portare nel titolo la qualifica con la quale lo scrittore pens e giudic il suo protagonista?-?Un inetto?-?dove in realt la connotazione d'inettitudine risulta alla fine notevolmente imprecisa e, a dir vero, persino riduttiva. Fu Geno Pampaloni, se non sbaglio, a definirlo il primo uomo senza qualit della letteratura italiana.

56 in realt con questa inconsueta figura di persona nella quale la volont viene costantemente contrastata da una sorta di capricciosa abulia che la lascia in perenne dominio del presente?-?figura che, come  pure ben noto, si ripeter (anche se con differenze di non piccolo conto) nei due romanzi successivi?-?che prende il via quello che si suole definire il romanzo moderno, il romanzo appunto, dell'uomo senza qualit. Ci che va subito riconosciuto, per riprendere il confronto con Stendhal,  intanto questo: che se la storia di Julien e di Matilde, nello scrittore di Francia, ci si presenta ancor oggi come una storia compiuta oltre che altamente drammatica, ci  dovuto al fatto, come del resto abbiamo gi veduto, che le due creazioni artistiche del genio di Beyle vennero concepite non soltanto su uno sfondo storico quanto mai determinato?-?la Francia alla vigilia della rivoluzione di luglio -, ma altres concepite, pur nell'ambito della libera creazione dell'arte, come emblemi e simboli delle forze storiche in lotta. Ne deriva di conseguenza un quadro romanzesco quanto mai mosso e complesso nel quale, a risuonare, non sono soltanto le vicende personali dei due protagonisti, ma le voci molteplici e i molteplici comportamenti di tutta una serie di figure s minori epper sempre convergenti nell'episodio centrale, i cui due componenti ed attori, evidentemente, sono tutt'altro che persone senza qualit, ma persone, come che poi le si voglia giudicare, altamente e anzi tragicamente dotate. Ne deriva altres un romanzo totalmente in movimento; un romanzo, voglio dire, il cui presente presuppone un passato ed annuncia un avvenire. Non per nulla uno dei tratti di fondo del romanzo realista  la sua stretta congiunzione con la storia oltre che con la radicale interpretazione critica di essa. Che  poi, come tutti sanno, il grande segreto dell'arte manzoniana, vivificata e resa inesauribile nella sua modernit proprio dal costante raffronto critico e dialettico con la storia di un intero secolo: il Seicento. Ma la sostituzione dell'eroe attivo con quello passivo, con l'uomo senza qualit, comporta immediatamente un arrestarsi dell'autentico spirito critico dell'autore le cui facolt, proprio in quanto essenzialmente rivolte all'infinita gamma delle possibilit astratte del suo personaggio, non hanno n possono pi avere possibilit di misurarsi col contesto storico il quale, appunto per questo, si limita a presentarsi come mero contesto. Della Trieste in cui Svevo ha ambientato tutti i suoi romanzi e racconti noi siamo certo informati dei nomi delle sue strade e delle sue piazze, ma non ne cogliamo quel suo modo d'essere e di sentire per il quale, ad esempio, in Stendhal o in Balzac, la provincia francese, anche sul piano generale dei costumi e dei comportamenti, tanto si distingue dal mondo parigino. A un uomo senza qualit corrisponde, coerentemente, un luogo senza qualit.

57L'inettitudine dell'eroe sveviano, in ogni caso, non  certo di facile definizione.  una sorta di monstrum che trae quasi esclusivo alimento da se stesso, capricciosamente ed arbitrariamente.  in certo senso imprevedibile, come appunto imprevedibile  la rinuncia che Alfonso Nitti compie di trarre vantaggio dall'occasione favorevole che gli  capitata. Le stesse vaghe e confuse giustificazioni che il personaggio cerca di avanzare di fronte a se stesso a cose compiute, non convincono n il protagonista n tanto meno il lettore. Egli assiste, come assiste il protagonista, a qualcosa che  accaduto: cercare di comprenderne il perch, cercare cio di delineare un percorso logico di fronte a un evento palesemente illogico,  evidentemente impossibile. Occorre pertanto rassegnarsi alla mera constatazione che ci troviamo di fronte a un personaggio che in realt non vive ma che si lascia vivere con una volutt quasi incomprensibile?-?una volutt, come si diceva, che non fa che trarre costantemente alimento da se stessa e dagli scacchi che la persona che la prova continuamente subisce. Alla fine di questo suggestivo e tutto intimo cul de sac non rimane, quasi a liberazione, che il paradossale, radioso traguardo della malattia.

58Fra i tanti ritratti che lo stesso Svevo ci ha dato del suo eroe, del suo inetto (al di l delle implicazioni autobiografiche che qui non interessano), quello forse pi completo e perspicuo lo leggiamo nella tarda novella del 1925, a pochi anni dalla morte e intitolata Una burla riuscita. Principia cos:

Mario Samigli era un letterato quasi sessantenne [al tempo Svevo aveva in realt 64 anni]. Un romanzo ch'egli aveva pubblicato quarant'anni prima si sarebbe potuto considerare morto, se a questo mondo sapessero morire anche le cose che non furono mai vive. Scolorito e un po' indebolito, Mario invece continu a vivere per tanti anni di certa vita lemme lemme com'era consentita ad un impieguccio che gli dava non molti fastidi e un piccolissimo reddito. Una tale vita  igienica e si fa ancora pi sana se, come avveniva in Mario,  condita da qualche bel sogno. Alla sua et egli continuava a considerarsi destinato alla gloria, non per quello che aveva fatto n per quello che sperava di poter fare, ma cos, perch un'inerzia grande, quella stessa che gl'impediva ogni ribellione alla sua sorte, lo tratteneva dal faticoso lavoro di distruggere la convinzione che si era formata nell'animo suo tanti'anni prima. Ma cos finiva coll'essere dimostrato che anche la potenza del destino ha un limite.

59Fermiamoci e limitiamoci ad alcune considerazioni. Qui lo scrittore ci presenta un personaggio che con tutta evidenza (al di l delle stesse conferme venuteci da Svevo stesso) non  un personaggio qualsiasi, uno fra i tanti, ma il personaggio centrale dell'arte sua, il personaggio tipico della sua concezione del mondo. Ebbene: questo personaggio ci viene presentato come un uomo ormai maturo, che ha creduto in giovinezza di avere dato al mondo un autentico capolavoro e aversi cos meritato l'alloro poetico, e che ora invece si rende conto di essere caduto, sia come uomo sia come artista, nella pi completa indifferenza. Per quanto scolorito e un po' indebolito, egli tuttavia resiste?-?e resiste (ha resistito) non gi per una vigorosa consapevolezza di s, il che, naturalmente, avrebbe comportato tutto uno scontro con una societ sorda ed ottusa (ricordiamoci di Stendhal e della sua orgogliosa speranza di trovare lettori che l'avrebbero compreso di l a un secolo); no: egli ha resistito e resiste solo per evitare la fatica di immergersi nello studio di come vadano le cose in questo mondo e in questa societ; resiste e ha resistito, per usare della sua stessa espressione, per un'inerzia grande, quella stessa che gl'impediva ogni ribellione alla sua sorte. In altre parole:  il personaggio (la concezione del mondo) che si costruisce arbitrariamente la propria esistenza, ne fornisce capricciosamente le leggi e la colloca nell'infinito possibile del proprio sogno personale. Non solo: ma costruendosi un siffatto rifugio egli ha la presunzione di avere vinto il destino e di avere posto limiti certi alla potenza di esso. Va da s che questo sogno non  pi il sogno eroico e tragico di don Chisciotte;  il sogno ironico della nevrosi, il sogno?-?ultimo e inevitabile approdo?-?della Coscienza di Zeno. Sennonch, cacciata a forconi dalla porta, la realt storico-sociale rientra necessariamente dalla finestra, onde l'inerzia grande di Mario Samigli si trasformer ineluttabilmente nell'inertia strenua di Zeno Cosini. La serenit di una saggezza ambiguamente e illusoriamente cercata in una forma di rassegnazione sognante sar pertanto costantemente messa a repentaglio dalle inevitabili contingenze della vita e delle sue indomabili passioni, dal raffronto fra ci che si presume di essere e ci che in realt si , e insomma, in due parole, dall'inestinguibile fiamma della vita; sicch, ancora in due parole, l'illusoria speranza di una vita sana ed igienica dovr continuamente escogitare, e sia pure ironicamente, una serie di sofismi sempre pi irreali e bizzarri oltre che sempre pi inconcludenti. Col romanzo sveviano si spalanca l'abisso delle infinite possibilit dell'io malato, in flagrante contrasto con quanto aveva cantato l'antico poeta:

Strenua nos exercet inertia: navibus atque

quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est,

est Ulubris, animus si te non deficit aequus.

Coscienza storica e coscienza di Zeno

60Animus si te non deficit aequus. Conquistare e mantenere saldo il proprio equilibrio interiore sradicando sino alle radici il turbamento prodotto dalle passioni secondo gli insegnamenti stoico-senecani o mitigandone il fuoco in una ironica prospettiva della debolezza umana e della possibile vanit del tutto secondo le esplorazioni di Montaigne, fu il messaggio sostanziale dell'arte del bene vivere trasmessoci dalla sapienza classica. In ogni caso, oltre che alla ragione, ci si appellava allora allo spirito di tolleranza, all'analisi del proprio io e allo studio dei rapporti tra il singolo e il mondo esterno: non il sogno era privilegiato s all'opposto la realt. Le cose ora mutano. Non c' nessuna realt; c' invece la coscienza umana che forma incessantemente i mondi dalla sua creativit, li trasforma, li subisce e li modella spiritualmente proclamano gli esponenti dell'avanguardia europea novecentesca, tra i quali, di diritto, va posto anche il nostro scrittore triestino. Interrogato su cosa farebbe se il governo del mondo fosse posto nelle sue mani, l'uomo senza qualit per eccellenza, l'Ulrich di Robert Musil, risponde: Altro non mi resterebbe che sopprimere la realt. La realt soppressa dal lato del mondo esterno, naturalmente, non  che un complemento dell'esistenza soggettiva priva di qualit.

61Ma torniamo a Italo Svevo. Per quanto sia stato detto, e non a torto, che egli ha sempre scritto lo stesso libro,  tuttavia vero che nell'arco temporale della sua produzione, da Una vita, attraverso l'anello intermedio di Senilit, alla Coscienza di Zeno (o se si vuole anche alle poche pagine del Vecchione), c' come un'evoluzione, e tale evoluzione si caratterizza essenzialmente per il progressivo abbandono della realt e la sempre pi convinta immersione nel sogno: la coscienza, in certa guisa, si configura proprio come la voce del sogno che contesta ed annulla la realt. (Nel Vecchione, probabilmente, avremmo avuto la versione italiana della ricerca del tempo perduto).

62A proposito di Svevo?-?e anche qui non a torto?-?si  molto parlato dell'influenza che ebbero su di lui le teorie di Darwin, di Schopenhauer e di Freud: qui ci interessano soprattutto quelle di Darwin, peraltro cos importanti in tanta narrativa tra Otto e Novecento (le abbiamo altres vedute in Gabriele D'Annunzio). Nel romanzo d'esordio dello scrittore triestino, quanto meno nella sua prima parte, esse sono dominanti, intrecciandosi con la descrizione del mondo affaristico piccolo e medio borghese in cui il protagonista si viene dibattendo: l'avanzamento in carriera, la lotta dell'uno contro l'altro, la distruzione dei sentimenti di solidariet, la conquista di un pi elevato livello sociale come traguardo e significato di un'esistenza e tutti i consimili riflessi di un'organizzazione capitalistica del lavoro. La rinuncia di Alfonso Nitti a cooperare con questo mondo sostanzialmente cos disumano, rappresenta al contempo la svolta verso una diversa Weltanschauung che da questo momento, e sempre pi intensamente, si fonder sul rifiuto del reale per tentare di cercare un approdo salvifico, una vita pi igienica e pi sana, nei fantasmi che la coscienza soggettiva creer di volta in volta per difendersi dalle aggressioni del mondo esterno. Sennonch?-?ed  questo il punto?-?la ricerca di un animus aequus non si indirizza in Svevo contro le storture imperanti nella societ data, non si manifesta nell'asprezza critica dei modi d'essere e di agire pur riconosciuti inumani oltre che intollerabili; essa si volge quasi esclusivamente (e potremmo forse togliere anche il quasi) in una direzione passiva, vale a dire in una direzione che mentre riconosce che questa realt  inaccettabile, la subisce come ineludibile con l'avvertenza, quasi vendicativa, di sottoporla al microscopio della voce sognante della coscienza.  persin ovvio che, imboccata questa strada nella quale alla drammatica esposizione del procedere della storia si preferisce sostituire la libera associazione di idee in relazione a un certo fatto considerato soggettivamente emblematico (il fumo, la morte del padre, la moglie e l'amante per rimanere nell'ambito sveviano della Coscienza di Zeno), anche il romanzo non esiste pi?-?il romanzo, voglio dire, come sostituto borghese dell'epos classico antico. Esso si trasforma, e Svevo ha sicuramente questo merito, in una sorta di monologo interiore nel quale la voce soggettiva, ormai completamente disancorata dalle leggi universali trasmesseci dal passato e sino a questo momento accolte come punti di riferimento del retto pensare (e conseguentemente del bene vivere), esprime capricciosamente le proprie costruzioni spettrali.

63Naturalmente questi approdi?-?e soprattutto in uno Svevo che  certamente uno scrittore di razza?-?hanno un fascino particolarmente suggestivo e persino, per certi versi, innovativo; essi colpiscono per il loro grado di confessione segreta che tuttavia, trattata sempre ironicamente e come ironicamente giustificata, non si presenta come uno sfogo, come un angoscioso grido dell'anima, s piuttosto come una verit rimasta sempre celata nell'intimo della coscienza. Gli altri formano l'uomo; io lo descrivo, aveva detto Michel de Montaigne principiando uno dei suoi pi celebri Essais. Sennonch Montaigne, nella sua ironica demolizione di certe presunte grandi qualit umane, nel suo asserire, ad esempio, che la vera virt e la vera gloria non sono quelle che tendono spasmodicamente verso l'alto ma quelle piuttosto che procedono con ordine; o che le vite pi belle e pi sane sono quelle che si conformano al modello pi comune, senza eccezionalit e senza stravaganze, promuoveva la completa integrazione dell'umano in una societ e in una cultura che, nel regime assolutistico ormai in auge, non avevano occhio che per il grandioso e lo sfarzoso, e contribuiva soprattutto, con la sua opera di misurate e ben persuasive considerazioni sulla fragilit della natura umana, a cooperare con quella rivoluzione copernicana che, tanto sul piano politico quanto su quello scientifico, stava assestando un durissimo colpo all'immobilismo teologico del dogmatismo cristiano. La sua deeroicizzazione dell'uomo, in altri termini, era un grandissimo contributo alla riconsiderazione della posizione dello stesso uomo nel mondo. Si possono dire le stesse cose, pur mutando ci che  da mutare, per le riflessioni che via via Zeno Cosini e la sua coscienza conducono sul quotidiano comportamento del loro inetto, del loro uomo senza qualit?

64Nel sesto capitolo del libro?-?La moglie e l'amante?-?vediamo il protagonista sveviano continuare l'altalena tra le due donne, con l'una per soddisfare i suoi piccoli capricci, con l'altra per placare i suoi piccoli rimorsi. Eppure non sembra che questa miserevole condizione, che si traduce in sostanza nel continuo correre da una casa all'altra, comporti in chi scioccamente l'ha voluta e ora passivamente la subisce?-?Zeno Cosini?-?quel disagio che lo dovrebbe, alla fine, portare a una soluzione e a una scelta. No. Egli vi si adagia con quella stessa indifferente rassegnazione con la quale ad esempio, nel capitolo precedente, aveva sentito attrazione per una donna e finito per sposarne la sorella. Certo  sul tema amoroso che si gioca gran parte della narrativa sveviana?-?l'amore in giovinezza e l'amore in vecchiaia; ma si tratta sempre, in ogni caso, non gi di un sentimento e neppure di una vera e propria passione, s piuttosto di un capriccio e come di un espediente per continuare a vivere e lasciarsi vivere. All'uomo senza qualit corrispondono, anche in questo caso, sentimenti senza qualit, sui quali la coscienza continuamente interviene agitando le sue piccole e spesso meschine considerazioni come una mosca che agiti freneticamente e stolidamente le sue minuscole zampette. E quando ad esempio l'amante esige che Zeno trascorra finalmente una notte con lei, e vuole il caso che tale notte sia proprio quella in cui la moglie deve accorrere al capezzale del padre moribondo, la situazione, cos borghesemente drammatica, crea s in Zeno un certo disagio, ma non gi una ribellione, un sussulto almeno di dignit che possa permettere al malato il desiderio della guarigione. No: ci che egli avverte  soltanto questo: che con quella notte trascorsa nel letto dell'amante il suo tradimento della moglie potrebbe?-?forse?-?considerarsi un vero e proprio tradimento. ( evidente che in tutto questo hanno altres il loro ruolo i pregiudizi tipici del piccolo mondo borghese sull'adulterio, la condizione della donna, le esigenze di un marito, eccetera). Ecco come viene descritta la scena (Svevo, Romanzi, Milano, Mondandori, 1985, p. 903):

Carla pretese che passassi con lei quella stessa notte ch'era tanto dolorosa per mia moglie. Non ebbi il coraggio di ribellarmi a tale capriccio e mi vi acconciai col cuore pesante. Mi preparai a quel sacrificio. Non andai da Carla alla mattina e cos corsi da lei alla sera con pieno desiderio dicendomi anche ch'era infantile di credere di tradire pi gravemente Augusta perch la tradivo in un momento in cui essa per altre cause soffriva.

65Anche da questo breve passaggio si evince con chiarezza che la coscienza di Zeno  ben in grado di cogliere in che in realt consista il bene et recte vivere (dicendomi ch'era infantile di credere...) e come esso, di principio, non possa commisurarsi con la durata; ed ecco tuttavia che questo pur sano principio informatore viene sommerso e annullato dall'ormai inestinguibile abitudine all'indolenza della malattia e, per cos dire, alla perversa assuefazione della corruzione.  vero che Zeno, quasi somatizzando le sue miserevoli angosce, non regge a trascorrere tutta la notte nel letto dell'amante e che quindi, mentre su Trieste si scatena un terribile temporale, fugge al tetto dove sembra attenderlo la pietas della moglie: quello che per sorprende, se non sconcerta,  che tutto, in maniera quanto mai epidermica, si ricomponga come in un falso gioco delle parti dove lo stesso stimolo alla confessione, ossia all'autentica coscienza, viene distorto per la riconquista di una falsa innocenza:

Io ero molto stanco?-?confessa Zeno (pp. 907-8)?-?e anche nel breve tempo in cui essa [la moglie] pot restare con me, lottai col sonno. Mi sentivo molto innocente perch intanto non l'avevo tradita restando lontano dal domicilio coniugale per tutta una notte. Era tanto bella l'innocenza che tentai d'aumentarla. Incominciai a dire delle parole che somigliavano ad una confessione. Le dissi che mi sentivo debole e colpevole, e, visto che a questo punto essa mi guard domandando delle spiegazioni, subito ritirai la testa nel guscio e, gettandomi nella filosofia, le raccontai che il sentimento della colpa io l'avevo ad ogni mio pensiero, ad ogni mio respiro.

- Cos pensano anche i religiosi,?-?disse Augusta;?-?chiss che non sia per le colpe che ignoriamo che veniamo puniti cos!

Diceva delle parole adatte ad accompagnare le sue lacrime che continuavano a scorrere. A me parve ch'essa non avesse ben compresa la differenza che correva fra il mio pensiero e quello dei religiosi, ma non volli discutere e al suono monotono del vento che s'era rinforzato, con la tranquillit che mi dava anche quel mio slancio alla confessione, m'addormentai di un lungo sonno ristoratore.

66Non c' dubbio che il genio artistico di Svevo abbia trattato tutto questo episodio con la sapienza dell'ironia; ma  altrettanto indubbio che l'ironia, in questo come in mille altri casi, non ha affatto il valore del distacco e tanto meno della critica, s invece della complicit. Che la coscienza di Zeno sia in realt una falsa coscienza mi sembra incontestabile: avvolta nel sagace gioco dell'ironia essa pretende per di presentarsi come la vera coscienza dell'uomo moderno. Da questo punto di vista ha sicuramente riscosso un plauso e un'approvazione che non solo durano tuttora, ma che sono (non diversamente dal caso di Pirandello) in costante crescita e in sempre pi convinto consenso; e non  certo difficile, dati i tempi, comprenderne le ragioni. Ci tuttavia non toglie che, quanto meno sul piano ideologico, le conclusioni dei romanzi di Svevo non siano molto diverse da quelle, ben miserevoli, che sigillano le confessioni di Frdric Moreau e di Charles Deslauriers che abbiamo letto in apertura di questo capitolo. Con questa differenza, probabilmente: che anche Svevo avrebbe avuto ragione di proclamare, con l'Ulrich di Robert Musil, le seguenti parole: Si ha solo la scelta di condividere questa bassa epoca (di urlare coi lupi) o di diventare nevrotici.

Il capitalismo micidiale e la grande guerra: le testimonianze di Emilio Lussu e di Carlo Emilio Gadda

67Il secondo decennio del Novecento fu altres sconvolto da quell'evento bellico che pass alla storia come prima guerra mondiale. Durata quattro anni e tre mesi fu sotto molti aspetti una cosa assolutamente nuova nella storia dell'umanit. Alcuni conflitti precedenti, per esempio quelli della Rivoluzione francese e Napoleone, avevano s visto intervenire un egual numero di Stati ed erano perfino durati pi a lungo, e tuttavia, come non si era mai avuta una pace generale, cos pure era mancata una guerra generale.

68La guerra del 1914-18 rappresent il primo grande conflitto fra gli Stati altamente organizzati del secolo XX e, in quanto tale, non richiese soltanto ad ogni cittadino le proprie energie, ma mobilit tutte le capacit produttive dell'industria moderna e fece appello a tutte le risorse della tecnica per trovare nuovi mezzi di distruzione o di difesa. Fu insomma una guerra su scala talmente vasta da sconvolgere l'economia internazionale quale si era sviluppata nel secolo precedente, e fu anche un conflitto che vide impegnate tutte quelle nazioni europee che, insieme, controllavano quasi tutto il resto del mondo (ad eccezione naturalmente degli Stati Uniti d'America il cui capitale, in fase di rapido e gigantesco sviluppo, cominciava a influire sempre di pi sulla politica mondiale e a soppiantare le potenze capitalistiche europee).

69Fu inoltre una guerra che venne combattuta con decisione disperata dal momento che i belligeranti, dopo avere dapprima creduto di lottare per sopravvivere, ritennero poi di battersi per la difesa di nobili ideali; che venne combattuta in Europa sino all'esaurimento o al crollo con distruzioni senza precedenti anche perch, tra le parti in lotta, esisteva un equilibrio quasi perfetto, in gran parte dovuto alla lunga preparazione militare (eccettuata l'Italia); che venne infine combattuta in terra e sopra la terra, in mare e sotto il mare, ond' che i carri armati e gli aerei, le corazzate e i sottomarini fecero di essa, come  stato detto, una guerra tridimensionale. N basta. Si ricorse a nuovi mezzi di lotta economica e psicologica, e in questo primo conflitto di massa avvenne anche che i capi civili e militari risultassero incapaci di controllare davvero il corso degli eventi, s che la guerra, una volta scatenata, sembr compiere spietatamente il proprio cammino quasi fine a se stesso. I suoi obbiettivi iniziali vennero presto travolti da altri che, allo scoppio delle ostilit, avevano un'importanza trascurabile, mentre la sua conclusione fu molto diversa sia dai propositi con i quali cominci, sia da quelli che successivamente vennero affiorando da ogni parte. In certo modo, da un punto di vista storico, la maggior novit che il conflitto comport fu la sua inutile ferocia; quanto meno la singolare disparit tra gli obbiettivi che si propose, il prezzo che per essi si dovette pagare e i risultati che alla fine vennero ottenuti. Dell'insieme di tutti questi fenomeni?-?e rimane questo il punto di fondo?-?andr comunque fatta responsabile (quanto meno responsabile maggiore) l'accentuata e tipica tendenza di tutte le grandi potenze capitalistiche a risolvere le proprie contraddizioni?-?vale a dire i principali problemi della concorrenza economica internazionale?-?con il ricorso a una diretta prova di forza. Fu appunto questa la funzione, insieme dirigente e aggressiva, del capitale finanziario del tempo. Se ne resero conto coloro che vi parteciparono?-?e vi parteciparono da interventisti?-?e che ne redassero poi memoria con i libri che il tempo non ha deperito e che rimangono per noi un prezioso documento del modo con il quale lo scrittore si pone di fronte a un evento storico di particolare dimensione drammatica? Faremo qui un cenno, breve cenno, a Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu e al Giornale di guerra e di prigionia (oltre che alla prima parte del Castello di Udine) di Carlo Emilio Gadda.

70Redatto fra il 1936-37, vent'anni esatti dagli avvenimenti vissuti e sofferti, Un anno sull'Altipiano venne pubblicato a Parigi nel '38. Come Fontamara di Silone, fu un libro scritto in esilio e come Fontamara in un sanatorio, a Clavedel sopra Davos, dove l'autore, Emilio Lussu, si era ritirato per curarsi l'aggravarsi di una malattia polmonare che aveva contratto nel carcere fascista e non aveva potuto curare al confino di Lipari, da dove riusc a evadere nel 1929 insieme a Fausto Nitti e Carlo Rosselli.  un libro, secondo la testimonianza dello stesso suo autore, che si era venuto formando all'indomani della fine del conflitto, ma che Lussu non avrebbe mai scritto senza le continue insistenze del compagno di lotta e di idee Gaetano Salvemini, in quel periodo fuoruscito in Inghilterra. E queste insistenze erano ragionevoli dal momento che, rituffandosi nel tragico clima del conflitto vent'anni dopo, era inevitabile che, nonostante tutte le dichiarazioni in contrario, quei drammatici eventi dovessero assumere un significato molto diverso e, di conseguenza, incidere profondamente sull'interiorit e la coscienza: l'esperienza storica non solo vissuta ma compresa non lascia mai le cose come stavano. Mette in moto il processo verso l'intelligere e la distruzione delle astratte idealit dell'interventista?-?quali che fossero le loro argomentazioni o pseudo-argomentazioni?-?apre la strada all'autentica comprensione della realt. La spiritualit si brucia, si fonde e svanisce al continuo contatto con la brutalit dell'essere.

71Io mi sono spogliato anche della mia esperienza successiva?-?scrive Lussu in una breve pagina introduttiva al suo libro?-?e ho rievocato la guerra cos come noi l'abbiamo realmente vissuta, con le idee e i sentimenti d'allora; ma se pur questo fosse vero, nelle pagine del suo scritto la memoria, lavorando e traducendosi in parola, ha via via assottigliato, sino quasi a esaurirle, tutte le precedenti esaltazioni dell'anima bella e si  assunta il compito, davvero liberatorio, di porla di fronte, con crudele secchezza, a una realt disumana.

72Come si pu legittimamente inferire un'asserzione cos apodittica dalla lettura di Un anno sull'Altipiano, l'anno cio che Lussu si limita a raccontare, tra la primavera del 1916 e la tarda estate del 1917, alla vigilia di Caporetto?

73 presto detto. Dal fatto che la narrazione, prima come in una sorta di lento e funebre adagio ma subito dopo con un ritmo sempre pi frenetico e incessante, non fa che reiterare un Leitmotiv davvero infernale: la consapevole quanto tremenda riduzione dell'uomo ad animale attraverso l'alcool allorquando fosse venuto il momento di agire?-?ossia uccidere e farsi uccidere. E arriv il cognac, molto cognac: eravamo dunque alla vigilia dell'azione. Oppure: L'assalto doveva svilupparsi su tutto il fronte. Dove saremmo andati a finire? Chi avremmo trovato di fronte? Pattuglie o trincee? I soldati bevevano e attendevano. Il capitano Canevacci s'era gi bevuta la sua razione di cognac e aveva incominciato la mia. Oppure ancora (passi scelti puramente a caso): Il vento soffiava contro di noi. Dalla parte austriaca ci veniva un odore di cognac carico, condensato, come se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per anni. Durante il canto e il grido dell'hurra! sembrava che le cantine spalancassero le porte e c'inondassero di cognac. Quel cognac mi arrivava a ondate nelle narici, mi si infiltrava nei polmoni e vi restava con un odore misto di catrame, benzina, resina e vino acido. Senza il cognac, osserva Lussu una volta, non ci sarebbero neppure le guerre. Una semplice umanit sobria non si farebbe mai coinvolgere in preordinati stermini di massa. Le grandi holding del capitale europeo dovrebbero escogitare altri e diversi strumenti per dirimere le loro spietate concorrenze economiche (come in realt stanno facendo, sempre pi attrezzandosi di armamenti tecnologici mediante i quali la distruzione viene inevitabilmente portata sulla societ civile).

74Lussu entr in guerra a venticinque anni credendo in ci che faceva. La guerra fin nel 1918 e Lussu ne trasse pure alcuni insegnamenti politici. Nel 1919 fondava il partito sardo d'Azione. La letteratura, concretamente, si traduceva anche in valori etici e politici.

75Diverso  il caso di Carlo Emilio Gadda che, di tre anni pi giovane di Lussu (era nato nel 1893), nelle dimostrazioni del 1915 url anch'egli Viva D'Annunzio, morte a Giolitti, e che negli anni Trenta, come confessa in uno dei capitoli del Castello di Udine (uscito nel 1934), conservava ancora il cartello con su Morte a Giolitti che ci eravamo infilati nel nastro dei cappelli (con i compagni del Politecnico milanese). Nonostante la pur riconosciuta ferocia e insensatezza del conflitto cui ebbe a partecipare per intero (come registr nel suo Giornale di guerra e di prigionia alla data del 17 settembre 1919), egli volle rimanere, e non sapresti dire se per autentica convinzione o per un amaro ghigno beffardo, nella sua retorica patriottarda e militaresca, da essa non purgato n dalla guerra stessa n dal dopoguerra e neppure dall'ora che volge, stante anche il fatto?-?per continuare ad esprimerci con il Gadda del Castello di Udine?-?che il Regno d'Italia, per la famiglia dello scrittore, era una cosa viva e verace e tale da valer la pena di servirlo e tenerlo su nonostante gli scherni dei legittimisti francesi, la musoneria della nobilt romana e la tracotante alterigia dell'imperatore cordaiolo, che Dio lo faccia rosolare ben bene 6 .

76Ordunque: chi sappia leggere nell'ambiguo spartito gaddiano?-?ambiguo nel preciso senso di essere suscettivo di una doppia interpretazione?-?non tarder certo a rendersi conto di come lo scrittore, da un lato, riconosca il completo fallimento di un'esperienza entusiasticamente abbracciata per fervore giovanile ed educazione familiare e, dall'altro, non si voglia tuttavia piegare a un'ammissione troppo esplicita di tale fallimento.

77Il fatto  che tra quel primitivo giovanile entusiasmo che arrec allo scrittore delle amarezze quanto mai profonde (su tutte la morte dell'adorato fratello Enrico) e un pi misurato e tardo giudizio su tante inutili stragi, stava nel mezzo un obbiettivo pi serio e concreto, ossia la critica a quella ricca borghesia milanese che, come  di nuovo detto nel Castello di Udine, era pur stata una delle realt pi attive e pi salde della vita economica e morale della patria, anche se con questa importante precisazione: parlo della vecchia classe, non di quella cos variopinta venuta su all'ultimo a ministrar case luride e riscuoter fitti arpagonici (Opere III, p. 159).

78 dunque alla tradizione risorgimentale, intesa nei suoi nobili ancorch astratti valori morali, che Gadda si ricollega e in tal modo giustifica (come del resto tante altre personalit della vita culturale e letteraria italiana) il suo giovanile ardore d'interventista; il che tuttavia non gl'impedisce di riconoscere quanto quelle nobili e appunto astratte idealit fossero miserabilmente naufragate nell'affarismo dei nuovi pescicani e profittatori di guerra. E saranno appunto questa collera e questo sdegno, l'una e l'altro quanto mai veraci e profondi, a costituire i fondamenti della sua critica alla nuova e falsa borghesia. Da un punto di vista borghese. Anzi: dal singolarissimo punto di vista borghese del borghese Carlo Emilio Gadda.

79Prendiamo il suo Giornale di guerra e di prigionia.

80Alla data 25 ottobre del 1916, ad esempio, egli si sfoga in questa amara annotazione:

Sotto il fuoco, presente, immediato, provo il tormento che prova ogni animale nel pericolo: ma prima vi  solo il desiderio di fare, di fare qualche cosa per questa porca patria, di elevarmi nell'azione, di nobilitare in qualche maniera quel sacco di cenci che il destino vorrebbe fare di me (Opere IV, p. 645).

81Retorica patriottarda? Forse; se per il dannunzianesimo d'origine?-?ma d'un'origine ormai molto lontana?-?non venisse di colpo reciso dal registro stilistico quanto mai plebeo e bestemmiante.

82Fare qualcosa per questa porca patria. Ma cosa, se gi all'altezza del 20 settembre 1915 i giambi gaddiani si scatenano contro l'inefficienza, la poltroneria, il cinismo, la vera e propria truffa della classe di governo che manda all'inutile macello chi la dovrebbe rappresentare, eroicamente per giunta, sui campi di battaglia?

I nostri uomini?-?scrive appunto il nostro Gadda?-?sono calzati in modo da far piet: scarpe di cuoio scadente e troppo fresco per l'uso, cucite con filo leggero da abiti anzi che con spago, a macchina anzi che a mano [...] Un mese di servizio li mette fuori uso.?-?Questo fatto ridonda a totale danno, oltre che dell'economia dell'erario, del morale delle truppe costrette alla vergogna di questa lacerazione, e, in guerra, alle orribili sofferenze del gelo!

83 E di rimbalzo:

Quanta abnegazione  in questi uomini cos sacrificati a 38 anni, e cos trattati! Come scuso, io, i loro brontolamenti, la loro poca disciplina! Essi portano il vero peso della guerra, peso morale, finanziario, corporale, e sono i peggio trattati. Quanto delinquono coloro che per frode o per incuria li calzano a questo modo!

84 E finalmente:

Chiss quelle mucche gravide, quegli acquosi pancioni di ministri e di senatori e di direttori e di generaloni: chiss come crederanno di aver provveduto alle sorti del paese con i loro discorsi, visite al fronte, interviste, ecc.?-?Ma guardino, ma vedano, ma pensino come  calzato il 5 Alpini! Ma Salandra, ma quello scemo balbuziente d'un re, ma quei duchi e quei deputati che vanno a veder le trincee, domandino conto a noi, a me, del come sono calzati i miei uomini: e mi vedrebbe il re, mi vedrebbe Salandra uscir dai gangheri e farmi mettere agli arresti in fortezza: ma parlerei franco e avrei la coscienza tranquilla. Ora tutti declinano la responsabilit: i fornitori ai materiali, i collaudatori ai fornitori, gli ufficiali superiori agli inferiori attribuiscono la colpa; tutti si levano dal proprio posto quando le responsabilit stringono.  ora di finirla:  ora di impiccare chi rovina il paese.?-?Non mi dar pace se non avr fatto qualcosa: e alla prima occasione far.?-?(Opere, IV, pp. 466-7).

85Questo non  soltanto parlar chiaro.  un proposito di fare qualcosa per questa porca patria: contro l'affarismo delle sue classi dirigenti, il cinismo dei ceti superiori, il vuoto morale delle sue rappresentanze, la vilt dei profittatori d'ogni risma. Un proposito eversivo contro il disordine.

86Leggiamo quest'ultimo passo annotato il 24 luglio del 1916:

Che porca rabbia, che porchi italiani! Quand' che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? a non ammonticchiarvi le carte d'ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino della merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, insieme al giornale, insieme all'ultimo romanzo, all'orario delle Ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafogli privato, al calendario fantasia? Quando, quando? Quand' che questa razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di imbruttire il mondo col disordine e con la prolissit dei loro atti sconclusionati, proverr [perverr] alle attitudini dell'ideatore e del costruttore, sar capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico? (Opere, IV, p. 574).

87Anche qui, come sempre, il giambo gaddiano perviene a una conclusione seria, concreta, di denuncia insieme morale e civile. L'ordine che Gadda vagheggia e che egli ha presupposto ingenuamente come elemento di fondo della sua classe d'appartenenza?-?la ricca e solida (e inesistente) borghesia lombarda di stampo cattaneano?-?rappresentava per lui una sorta di traduzione sociale dell'imperativo morale kantiano; ed egli l'avrebbe voluto vedere alla prova?-?quest'ordine?-?nella drammatica esperienza bellica che la storia aveva in certo modo concesso alla patria perch il Regno d'Italia, come aveva imparato in famiglia, non solo potesse tenersi su ma completare i suoi confini naturali con Trento e Trieste. Per questo aveva urlato in piazza, nel Quindici, Viva D'Annunzio e morte a Giolitti. Ma via via che la sua milizia procedeva, egli scopriva con amarezza che gli ingranaggi della macchina creduta perfetta erano mossi da ben altro che da furori kantiani, per quanto astratti essi potessero essere. Le leve che li muovevano erano le leve dell'impreparazione, dello spregiudicato profitto, della stupidit congiunta con la piccola furberia, del vuoto morale sempre compagno d'ogni forma di corruzione; delle forme di vita le pi basse, le pi ruffianesche e le pi cinicamente egoistiche. L'ideale di quella alta borghesia lombarda di cui abbiamo detto, Gadda dovette presto convincersi che esisteva soltanto in lui o, al pi, in quei pochi compagni di prigionia, Bonaventura Tecchi e Ugo Betti (sopra tutti) con i quali condivise e concluse la sua amara esperienza di guerra. Se la realt avesse avuto minor forza sopra di me,?-?suona con amarezza una delle ultime annotazioni del Giornale (10 settembre 1919)?-?oppure se la realt fosse di quelle che consentono la grandezza (Roma, Germania), io sarei un uomo che vale qualcosa. Ma la realt di questi anni, salvo alcune fiamme generose e fugaci,  merdosa: e in essa mi sento immedesimare e annegare. E poco dopo: Sarei nato alla vita collettiva: a una vita collettiva di miei pari, intendo dire di persone che avessero il mio animo: e ne ho incontrate sopra tutto fra gli umili. Ma la gran maggioranza ha tinte spirituali, tonalit di carattere troppo diverse dalla mia, e troppo uniformi ad altro tipo: sicch ci troviamo pochi contro molti compatti (Opere, IV, p. 863). Gi s'avverte, in queste poche righe del giovanissimo Gadda, lo sdegno che il suo futuro romanzo dovr rivolgere, con un personalissimo sarcasmo intriso di pietas, nei confronti di quell'imbelle e presuntuosa borghesia dalla quale lui stesso proveniva.

Note

1 Cfr. in proposito G. Lukcs, Per il centenario di Zola, in Id., Saggi sul realismo, trad. it., Torino, Einaudi, 1957, pp. 116 ss.

2 Ora in Saggi sul realismo, cit., p. 70.

3 Per le citazioni mi sono avvalso delle vecchie Pagine disperse di Gabriele D'Annunzio (Cronache mondane?-?Letteratura?-?Arte) raccolte di Alighiero Castelli (Roma, B. Lux, 1913). Quanto all'intervista cui si accenner pi sotto, vedila in U. Ojetti, Alla scoperta dei letterati, ripresentata da P. Pancrazi, Le Monnier, Firenze, 1946, pp. 331-67. Ora in G. D'Annunzio, Scritti giornalistici, a cura di A. Andreoli, I Meridiani, Milano, Mondadori, 1996-2003, vol. 2.

4 Ma dove attingo parole per descrivere tutta l'incomprensione, lo stupore, il ribrezzo e disprezzo che provo al cospetto del poeta-politico di razza latina, del guerrafondaio tipo Gabriele D'Annunzio? Possibile che un retore e un demagogo di questo stampo non rimanga mai solo e sia sempre affacciato al balcone? Non conosce solitudine, non gli vengono mai dubbi nei propri confronti, ignora la preoccupazione e il tormento per l'anima e per l'opera sua, ignora l'ironia a proposito della gloria, la vergogna davanti alla venerazione. E dire che a casa sua, almeno per un po' di tempo,  stato preso sul serio, questo buffone d'artista, questo pallone gonfiato avido di ebbrezze! Nessuno si  alzato per dire: Costui conosce il tempo, ma io conosco i suoi ghiribizzi. Via dai piedi questo pagliaccio col berretto a sonagli! [...] Hanno preso sul serio D'Annunzio, la scimmia di Wagner, quell'ambizioso maestro di orge verbali, il cui talento suona tutte le campane e costituisce per la latinit e il nazionalismo un'energia plasmatrice che non ha l'uguale, capace come nessun'altra di suscitare entusiasmi; un avvenimento irresistibile che cercava la sua ora inebriante, la sua grande ora, il suo momento storico, e anelava a celebrare le nozze con la moltitudine, nulla di pi. In un'ora come questa, fatale e decisiva per il proprio paese, hanno preso sul serio l'artista politico, panegirista della guerra. (T. Mann, Considerazioni di un impolitico, trad. di M. Marianelli, Bari, De Donato, 1967, pp. 506-7). Il passo in questione  del 1917.

5 Vedilo in L. Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, Mondatori, Milano, 1965, pp. 365-87. Le pagine per noi interessanti sono quelle del secondo capitolo (in particolare, 372-5). Il saggio fu primamente pubblicato nella Nuova Antologia (16 marzo 1905) col titolo Alberto Cantoni.

6 Le citazioni di Gadda da C. E. Gadda, Opere, sotto la direzione di D. Isella, vol. 5, Garzanti, Milano, 1988-93. Volumi I-II: Romanzi e racconti; III-IV: Saggi Giornali Favole; V: Scritti vari e postumi. Qui vol. III, p. 141..
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Capo 3. Borghesia e realismo nell'opera di Alberto Moravia e di Carlo Emilio Gadda.
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Alberto Moravia e la scoperta del borghese.
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1 Nel panorama letterario italiano degli anni Venti accadde che il romanzo, tanto cercato, si facesse avanti da s. Nel 1929, mentre erano pi che mai accese le dispute su di esso e mentre si discuteva della sua morte, un giovanissimo scrittore di ventidue anni che aveva trascorso gran parte della sua adolescenza nei sanatori, Alberto Moravia, pubblicava un'opera destinata a lasciare una traccia profonda nella nostra letteratura: Gli indifferenti. Prontamente segnalato da un articolo di Giuseppe Antonio Borgese, che col suo Rub gli aveva forse fornito un precedente, l'opera del giovanissimo esordiente ebbe una notevolissima fortuna.

2 L'autore, romano, era un autodidatta. Si era fatto una cultura propria leggendo Dostoevskij e Proust, Rimbaud e Shakespeare; era intellettualmente un laico e un razionalista; inclinava verso l'illuminismo; avrebbe poi avuto simpatie per Freud e per Marx. Era al contempo un forte temperamento di moralista, tipico di quel moralismo che, pur senza mostrarlo direttamente, appunta il proprio sguardo scettico e disincantato sulla societ e sull'uomo. Ma era soprattutto un narratore capace di ridare al genere romanzesco ci che di esso, almeno sul piano tecnico,  in certa guisa tipico: la forza dei personaggi psicologicamente disegnati, l'intreccio insieme semplice e sostenuto, il dialogo rivelatore ascoltato dietro le quinte, l'efficacia del colpo di scena. Nell'Italia del tempo c'era ancora D'Annunzio con i suoi ambienti altoborghesi o falsonobiliari; c'era l'autobiografismo lirico; c'erano le scorribande nelle atmosfere allusive o surreali di un Palazzeschi.

3 Con Gli indifferenti usciva invece un romanzo che poggiava la sua scrittura non sul sentimento dello stile quale era stato tipico dei rondisti, ma su pochi personaggi, cinque in tutto, che in soli tre giorni proponevano e portavano a termine una vicenda?-?una sorta di azione scenica in forma romanzesca come erano le intenzioni dello stesso autore?-?e, soprattutto, sapevano disegnare un clima, uno squarcio di societ contemporanea?-?la Roma fascista di un febbraio della fine degli anni Venti?-?e, implicitamente, una condizione umana. Ed erano un clima e una societ non allucinati o ambiziosamente sfumati nel simbolo. Si trattava di un clima e di una societ tanto semplici quanto reali, tanto concreti quanto veri: solo che nessuno, sino ad allora. aveva osato affrontarli e descriverli. Una societ ancora pi ottusa che corrotta, ancora pi meschina che malata, ancora pi sudicia che ripugnante; e un'atmosfera conseguente a una societ siffatta: plumbea, pesante, sporca.

4 Certo anche in passato, per esempio negli scrittori del naturalismo e del verismo, tutto questo non era mancato e si era anzi giunti a rappresentazioni molto crude e violente; e da tali rappresentazioni lo scrittore era potuto passare a denunciare le ingiustizie della societ e la condizione miserabile delle plebi vittime dell'insopportabile arroganza dei potenti. Nulla di tutto questo nel romanzo moraviano: nessuna denuncia e nessuna condanna; solo la rappresentazione della sudiceria borghese come riflesso di una sua interiorit morale che era poi, ancor pi che assenza dei valori morali tradizionali, indifferenza per i medesimi. N si pu dire che il quadro di tale societ, rappresentato negli Indifferenti, costituisse un bersaglio polemico.

5 Senza volerlo n proporselo?-?ammise lo scrittore nel 1945?-?egli diede una pittura completa e veritiera della vita quotidiana di una famiglia borghese romana di quegli anni; l'unica, rifer pure, che a quel tempo conoscesse davvero bene. E a maggior completezza e precisione: L'arte  interiorit non esteriorit. Ho scritto Gli indifferenti perch stavo dentro la borghesia e non fuori. Se ne fossi stato fuori, come alcuni sembrano pensare attribuendomi intenti di critica sociale, avrei scritto un altro libro dal di dentro di quella qualsiasi altra societ o classe a cui avessi appartenuto. Che poi Gli indifferenti sia risultato un libro antiborghese questa  tutta un'altra faccenda 1 .

6 Orbene: questa risoluta e quasi perentoria dichiarazione dello scrittore d'essere tutt'uno con lo stato sociale da lui artisticamente raffigurato, d'immedesimarsi in esso e di non potersi dare soluzioni diverse, indubbiamente colpisce; ma ancor pi colpisce, e in certa guisa risolve, ci che viene addotto a sua giustificazione. Scrive sempre Moravia: Essendo nato e facendo parte di una societ borghese ed essendo allora borghese io stesso (almeno per quanto riguardava il modo di vivere) Gli indifferenti furono tutt'al pi un mezzo per rendermi consapevole di questa mia condizione (ivi). Quale? Qui invero l'autore si limita a un unico suggerimento: liberarsi da quel sentimento di noia e d'insipido che a suo giudizio inevitabilmente comporta una vita normale (ossia borghese) e quasi prepararsi, attraverso questo bagno totale nella miseria della normalit borghese, alla possibilit di attingere quell'eroico e quel tragico dai quali si sentiva profondamente attratto. In proposito egli si esprime cos:

Oggi mi riesce difficile rievocare il mio stato d'animo d'allora. Basti dire che io, prima ancora che scriverne, desideravo vivere la tragedia. Tutto ci che era delitto, contrasto sanguinoso e insanabile, passione spinta al grado estremo, violenza, mi attraeva profondamente. Ci che si chiama vita normale non mi piaceva, mi annoiava e mi pareva privo di sapore (cit., p. 1061).

7 E poco pi avanti, a proposito dell'opera d'arte nata da questo suo stato d'animo:

Hanno detto che questa pittura  acre e crudele. In realt essa rispecchia molto fedelmente quel sentimento di noia e di insofferenza che [...] destava allora nel mio animo la vita normale (cit., p. 1062).

8 Indubitabilmente?-?e credo che sia questa la prima considerazione che si debba trarre dalle confessioni d'autore soprascritte?-?c'era nel giovanissimo Moravia una profonda nostalgia del romanzo come surrogato (hegelianamente) dell'antico e per sempre perduto epos tragico. Ma c'era al contempo la ricerca del borghese e la sua scoperta; e questa direzione prevalse.

9 Non  il caso, e del resto qualcosa gi l'abbiamo detto, di richiamare eventi e atmosfere del romanzo d'esordio moraviano. I cinque personaggi che muovono tutta la macchina scenica possono ridursi a tre o addirittura a due: a Leo Merumeci che di professione  indicato come un impiegato del ministero di Grazia e Giustizia ma che in realt agisce come uno speculatore immobiliare dedito alle donne, e al suo potenziale avversario, quel Michele (Ardengo) dalla cui tenue e labilissima crisi di coscienza o, per meglio dire, dal cui precario e quanto mai velleitario sentimento di rivolta di ragazzo, e sino dalle prime battute, la fabula muove.

Nel corridoio incontr Michele. C' Leo di l? egli le domand; Carla guard il fratello: C'.

Vengo proprio ora dall'amministratore di Leo continu tranquillamente il ragazzo. Ho saputo un monte di belle cose... e prima di tutto che siamo rovinati.

Vorrebbe dire? chiese la fanciulla interdetta.

Vorrebbe dire spieg Michele che dovremo cedere la villa a Leo in pagamento di quell'ipoteca, e andarcene, senza un soldo, andarcene altrove (p. 26).

10 Nel linguaggio pi semplice e normale, pi banale e borghese; in un dialogo quasi fortuito tra fratello e sorella, lo scrittore profila, e sicuramente con sagacia, tutta l'azione dei due giorni successivi, sino allo scioglimento. Ma la vicenda si prolungher per circa trecento pagine, e non gi per sopravvenute complicazioni, ch nulla  pi chiaro e pi semplice di quanto emerga dallo scambio di battute sopra citato, ma perch la scoperta del borghese e l'affresco (per cos dire) della sua mentalit e del suo modo d'essere esigeva, per essere davvero afferrato nella sua inconsistenza, vacuit e, alla fine, indifferenza, un profluvio di parole, suoni o silenzi prevalentemente scambiati nei luoghi deputati: pranzi, cene, ritrovi. E con queste parole suoni e silenzi, o con il tratteggio delle figure di complemento (della madre Mariagrazia il cui unico sentimento, se pur si pu usare questo termine, consiste in una grottesca gelosia conseguenza dell'appassimento fisico; della figlia Carla che si concede a Leo, amante in carica della madre, per un fatuo e incomprensibile desiderio di vita nuova; di Lisa infine che dopo essere stata l'amante di Leo, sogna l'amore del giovane Michele); con queste voci e queste figure, quasi fantasmi interscambiabili, il romanzo procede, a suo modo persino maestosamente, verso il traguardo cui lo scrittore si sentiva intimamente trascinato: la rappresentazione del continuamente cangiante mantello dell'ipocrisia. Se, come abbiamo detto, la vicenda si prolungher per circa trecento pagine, queste trecento pagine erano necessarie perch si facesse luce, in tanta plumbea copertura resa pi indifferente da una prolungata abitudine e come dall'obbligo di una condizione sociale, almeno un barlume di sincerit e di fede (p. 279). Il che, vedremo, avrebbe forse potuto dar luogo, se non a un vero e proprio riscatto, a una prima forma di riscuotimento; e forse a questo Moravia poteva alludere quando ebbe a dire che al suo romanzo non era estranea la lettura di Delitto e castigo; sennonch anche in questo momento, con il suo peso implacabile, si far avanti la logica del sentire borghese e dell'accomodamento borghese. Il finale degli Indifferenti, come  noto,  stato sempre considerato come un brillante e grottesco colpo di scena; e certo lo  dal punto di vista tecnico e letterario. Ma da uno ideologico?-?io credo?-?esso  in perfetta coerenza con la spietata descrizione di una societ ormai priva di alcun valore morale.

Indifferenza e fascismo

11 Intendiamoci bene: la gens degli Indifferenti potr s apparire, oltre che essere, vuota vacua e inconsistente, da mane a sera raggomitolata nella sua sporca coperta; ci nonostante di essa non si potr mai dire che non poggi su solidi ancorch banali fondamenti: il sesso e il danaro. Sono queste davvero, e unicamente, le sue due stelle polari. Lo abbiamo gi veduto, a tacer d'altro, nel breve passo sopra citato. Michele incontra la sorella Carla e le significa, sia pure tranquillamente (primo segno d'indifferenza o di masochismo a lungo covato?), che la loro famiglia  rovinata. Con il passepartout del sesso, facendo sua la madre Mariagrazia, Leo Merumeci s' di fatto impossessato della notevole villa degli Ardengo (con parco lottizzabile): ora ci sar solo d'attendere il compimento dell'impresa: che il danaro dia un calcio al vecchio sesso per riprodurne uno pi nuovo e pi fresco. Ci scusiamo di avere qui introdotto termini tanto brutali, ma questa loro brutalit riaffiora sempre nei momenti di snodo degli Indifferenti, appena appena attutita dalla sapienza dello scrittore nel premere i tasti delle atmosfere o delle amare psicologie.

12 Ci che sar piuttosto da osservare  che questo binomio del sesso e del danaro come fonte di corruzione e di disgregazione di una societ non  soltanto secolare ma che venne considerato dagli antichi come ragione prima della morte degli stessi Stati. Non possiamo qui intrattenerci minimamente sull'argomento e baster pertanto richiamare i capitoli iniziali del Bellum iugurthinum di Crispo Sallustio (a proposito di Roma) o, in termini magniloquenti, l'ultimo capitolo del quattordicesimo libro dell'agostiniana Citt di Dio (o i primi del libro seguente) a proposito, pi in generale, di ogni terrena societ. Ci che invece potrebbe apparire stupefacente  che lo stesso binomio assuma un aspetto non negativo ma positivo, un valore non d'oppressione dell'uomo ma di sua liberazione, nel Decameron boccacciano. Qui sesso e danaro?-?diciamo cose note?-?si rivestono d'abiti sfolgoranti, esprimono la rinascita della vita e della stessa civilt e inneggiano alla natura tripudiante della personalit umana. Con l'uno si scopre il piacere di vivere, con l'altro si fornisce comodit all'esistenza; con entrambi si ricostruisce la societ: quella borghese nella sua primitiva fase basata sul capitale commerciale e usurario. Ma  naturalmente evidente, per concludere, che ci che ai primordi della sensibilit borghese si poneva in termini quasi metaforici?-?di rottura e di liberazione?-?non poteva permanere immutato e, soprattutto, che quando l'uno e l'altro dei termini di questo binomio s'andarono via via isterilendo in bassa materialit diventando, come si  appunto detto, ossessivi ed unici punti di riferimento di una reale esistenza umana, al di l dei quali null'altro esisteva o, esistendo, era percepito come indifferente;  naturale e evidente, dicevo, che il binomio in questione finisse per apparire ed essere anzi svelato nella sua essenza pi turpe e ripugnante. E questo suo carattere, a dir vero, come tale appare alla stessa piccola coscienza in rivolta di Michele, giacch  soltanto ed esclusivamente dalla consapevolezza della rovina finanziaria familiare che parte in lui il primo impulso a erigersi?-?fatte tutte le dovute proporzioni?-?come antagonista del borghese vincente: Leo Merumeci. Vorrebbe dire? chiede Carla. Vorrebbe dire, spiega Michele, che dovremo cedere la villa a Leo in pagamento di quell'ipoteca, e andarcene, senza un soldo, andarcene altrove.

13 Questo semplice tratto narrativo, ripeto,  davvero mirabile, soprattutto per chi, dopo avere ultimato una prima lettura del libro, lo riprenda in mano la seconda volta gi edotto di come i fatti si verranno evolvendo. Nel finale sar infatti la minacciata vendita della casa da parte di Michele a indurre Leo a un accomodamento matrimoniale con la nuova e giovane amante ond'egli cos, con concreto senso pratico, rinuncia a stravincere; ma  pur vero che in questo intreccio quasi inestricabile di sesso e danaro?-?in questo confluire continuo dell'uno nell'altro?-?mentre i due elementi in parola si propongono come dati determinanti, la rivolta di Michele, come rivolta della sua sola coscienza, riduce di gran lunga la sua portata catartica. Di pi: quand'era all'oscuro di certi fatti (l'essere Carla divenuta l'amante dell'amante della madre), lo stesso Michele, nelle sue torbide divagazioni fantastiche, aveva prospettato a se stesso una soluzione diversa da quella che lo scorrere delle vicende s'incaricher di realizzare; e non l'aveva affatto sdegnosamente respinta. Soltanto il suo verificarsi lo render consapevole della mostruosit di quanto aveva egli stesso progettato; ma ancora una volta, la sua, sar una reazione notevolmente debole, uno scarico di coscienza quanto mai precario, quasi un sussulto condizionato prima del definitivo soggiacere alla rassegnazione della sua condizione borghese di vinto. Ha preso ad odiare il vincitore (per quanto c' dato di capire) quando la sua mente  stata devastata dalla perdita del patrimonio?-?del denaro; con lui si riconcilia quando la perdita, non si sa sino a quando ma sicuramente per un certo tempo, complice e garante il sesso, viene tamponata. L'essenza della borghesia moraviana, qui negli Indifferenti,  veramente caratterizzata dal binomio di cui abbiamo anche sin troppo discorso.

14 Desiderio di danaro e di sesso; assoluta indifferenza per la vergogna morale in cui i personaggi vivono o per la penosa stupidit dei comportamenti in cui sono immersi; ripetizione e monotonia da parte di Michele e di Carla dei loro sgangherati sogni di redenzione; assoluta futilit del personaggio della madre, Mariagrazia; sensualit divorante e cinismo ributtante in Leo e, in parte, anche in Lisa?-?le due figure nelle quali l'indifferenza e il cinismo di piccolo cabotaggio giungono al culmine. E tutti, nella loro diversit pur nell'origine comune, sono scolpiti in modo cos vivo e spontaneo (soprattutto attraverso le battute dialogiche) da rimanere indimenticabili: possiamo dunque parlare di realismo? Sospendiamo la risposta e diamo un rapido sguardo alla storia.

15 Il debutto dello squadrismo fascista in grande stile era avvenuto alla fine del 1920, dopo il drammatico e infruttuoso biennio rosso. Da quando, il 21 novembre di quell'anno, in occasione dell'insediamento della nuova amministrazione socialista, i fascisti bolognesi riuscirono a provocare gravissimi incidenti e a suscitare nella citt un clima di vera e propria guerra civile, nelle campagne dell'Emilia e della Toscana cominci una spietata guerriglia delle squadre fasciste contro le organizzazioni socialiste e dei lavoratori, che si venne quindi estendendo alle altre regioni italiane. Era s una guerra provinciale, con tutta la faziosit e l'accanimento delle lotte di provincia, ma era soprattutto una guerra di classe condotta senza risparmio di colpi. L'odio che gli agrari emiliani, finanziatori delle squadre d'azione, nutrivano contro i loro contadini non era sicuramente minore di quello, poniamo, che i nazionalisti triestini nutrivano verso la popolazione slava: un odio cos istintivo da apparire quasi razziale.  in questo contesto?-?avversione irriducibile per il pericolo rosso e sostanziale accoglimento dell'ordine nero (soprattutto quand'esso seppe darsi una veste di formale rispettabilit)?-?che venne formandosi lo spirito borghese della nuova Italia e che in gran parte ancor oggi permane: la scoperta moraviana del borghese, come l'abbiamo definita, poteva essere un eccellente punto di partenza per proseguire nella ricerca della sua amoralit in stretto rapporto con quella realt storica, il fascismo, come unica diga contro la rivoluzione, anche culturale, delle idealit socialiste che l'aveva prodotto.

16 Non  stato cos. Per quanto la produzione moraviana fino almeno ad Agostino (1942-43) si iscriva nell'ambito del regime fascista (da lui avversato cos come il regime ebbe ad avversare lo scrittore), non si hanno, nella direzione sopra indicata, risultati apprezzabili. La stessa Romana , che nel 1947 riscosse il grandioso successo degli Indifferenti e la cui azione pur si svolge nella Roma fascista, non pu essere addotta a testimonianza di un reale approfondimento critico della coscienza borghese nei confronti di un regime cos nefasto. Il giovane antifascista Mino, che tanto campeggia nella seconda parte del romanzo, non ci dice nulla sulle autentiche ragioni delle sue rischiose scelte politiche e il suo suicidio, soprattutto, risponde ad esigenze di carattere meramente soggettivistico e psicologico, in sintonia con l'abulia della volont che era stata tipica non solo del Michele degli Indifferenti ma di mille altri personaggi adolescenziali moraviani 2 . No. Quella ricerca del borghese che fu tipica della grandiosa opera manniana non si d nella pur vastissima produzione del nostro scrittore.

17 Eppure, per tornare agli Indifferenti, resta indubitabile che si tratti di un libro di rilevante importanza. Perch? Perch?-?risponderei?-?ha davvero saputo tradurre, con il suo plumbeo ristagno morale, quell'atmosfera di cinica e ripugnante immoralit che ha caratterizzato il volto della societ fascistica di ieri e quella?-?vorrei aggiungere?-?che da essa oggi  derivata dopo la brevissima, e subito soppressa, parentesi resistenziale. Cos' dunque?-?chiediamoci?-?quella indifferenza di cui parla Moravia e che connota come indifferenti tutti i suoi personaggi?

18  stato detto da alcuni critici, oltre che dallo stesso Moravia, che gli Indifferenti hanno anticipato di decenni Lo straniero di Camus e La nausea di Sartre. Ma la sua importanza, pur ammesso che questa tesi non sia pi suggestiva che esatta, non sta certo nell'avere precorso i tempi del romanzo esistenzialista. E del resto quali autentici rapporti si possono seriamente istituire tra un Michele (o un Agostino del romanzo omonimo, o un Luca della Disubbidienza) con l'algerino Mersault? No: l'indifferenza di cui parla Moravia e che Moravia continuamente agita nelle pagine del suo romanzo come una malattia dalla quale non ci si pu liberare se si vuol vivere,  qualcosa di ben pi radicale e distruttivo di una semplice e presunta condizione esistenziale:  precisamente la consapevole distruzione della volont di reagire;  la maledizione, per cos dire, dell'impotenza. (E di qui anche?-?ma ci sia detto solo di passata?-?la virtualit tragica, o tragicomica secondo i contesti, del romanzo moraviano). Ebbene: quali rapporti si possono seriamente istituire tra un clima morale (o immorale o amorale) di questo tipo e un regime fascistico?

19 Precipuo compito di ogni regime dittatoriale di destra, quando cio la parte pi retriva della borghesia assume con violenza il potere per contrastare e annientare con ogni mezzo i progressi politici e i fermenti innovativi propri della sua classe antagonista (il proletariato),  sicuramente quello di operare in ogni modo onde ottenere la distruzione dello spirito critico, la standardizzazione della cultura, la massificazione e la banalizzazione del sapere, la spettacolarizzazione della stessa presunta vita intellettuale che in tal modo?-?ed oggi come non mai?-?viene sradicata dal necessario silenzio della coscienza individuale per essere gettata come un qualsiasi prodotto commerciale, nell'agone della concorrenza e del cosiddetto successo. Senza ulteriormente insistere su ci che tutti sanno?-?e che oggi vedono?-?baster aggiungere che in queste epoche che sempre pi di frequente caratterizzano la fase dell'egemonia borghese nel suo periodo di decadenza, alla ribalta del potere si vengono affacciando, quasi sempre, degli homines novi che sono per lo pi dei parvenus dai gusti grossolani e dalla cultura molto approssimativa; in ogni caso del tutto privi di quell'abitudine e di quel distacco nei confronti del potere che sono propri delle classi dirigenti tradizionalmente collaudate. Ebbene: anche dal rapidissimo profilo qui brevemente tracciato risulta chiaro il volto di un paese sostanzialmente dominato dalla volgarit, dalla profonda insensibilit nei confronti dei gravissimi problemi rimasti aperti e insoluti e, per quanto pi specificamente riguarda il nostro discorso, da una corruzione che veniva via via aumentando a mano a mano che il fascismo si consolidava e che, infine, parve divenire quasi un'istituzione. Niente di strano che un giovane non ancora ventenne ma particolarmente dotato, vissuto sino a quel momento in una solitudine laboriosa ancorch insidiata dalla malattia, traducesse quest'atmosfera di esasperante e soffocante grigiore in un romanzo che, tra il tragico e il grottesco, fin per divenire l'emblema, e insieme il monumento funebre, di un'epoca e di una societ. Un suo collega di dieci anni pi anziano aveva gi opposto al male di vivere il prodigio che schiude la divina Indifferenza; pi esattamente di lui il giovane Moravia connotava per sempre quel prodigio con i suoi necessari e implacabili termini negativi, costringendo i lettori del suo libro d'esordio a spalancare gli occhi non soltanto sulla societ in cui erano immersi, ma sulla loro esistenza e su loro medesimi, sulla loro vita normale. Dunque: realismo?

Moravia scrittore realista?

20 Cominciamo con l'osservare che in ogni autentica opera d'arte, e principalmente nel romanzo,  indispensabile che l'autore rappresenti i propri personaggi nell'insieme dei rapporti che da ogni parte li collegano, sia tra di loro, sia con la realt sociale nella quale vivono, sia con i grandi problemi che tale realt inevitabilmente pone e produce. Solo cos il personaggio pu divenire un tipo cessando d'essere una semplice figura. Quanto pi profondamente siano anzi avvertiti questi rapporti, quanto pi molteplici siano i legami messi in evidenza, tanto pi importante diventer l'opera d'arte dal momento che, inevitabilmente, si avviciner sempre di pi alla vera ricchezza della vita che, come la storia ha dimostrato e continuamente dimostra, conserva sempre in s le virtualit per il superamento di qualsiasi situazione data, per stagnante ed immobile che essa possa apparire. I grandi romanzieri dell'Ottocento europeo?-?e in Italia il nostro Manzoni?-?ebbero piena consapevolezza di questo stretto rapporto tra fenomeno artistico e processo del reale.

21 Prendiamo appunto Manzoni al quale tra l'altro Moravia, pur da un suo punto di vista molto discutibile, ha prestato parecchie volte attenzione. La scelta ad esempio di ambientare il suo romanzo nel Seicento non deriva affatto, come Moravia crede di poter sostenere, dal bisogno di trovare un secolo durante il quale il cattolicesimo aveva raggiunto per l'ultima volta, con la Controriforma, una sembianza di universalit 3 . Essa deriva dall'esigenza di porre non solo a sfondo ma ad oggetto della sua narrazione, e oggetto polemico, un'epoca nella quale la nascente borghesia italiana potesse far sentire, quanto meno sul piano culturale, la sua voce di protesta non soltanto contro le costumanze, ma le istituzioni e la vita morale del feudalesimo da secoli sopravvissuto a se stesso, ossia contro il cuore stesso di un'epoca della grande storia europea. Se un don Rodrigo, poniamo, di questa societ feudale  un rappresentante per cos dire inespressivo ancorch caratteristico?-?una sorta di Leo Merumeci per quanto riguarda la societ borghese nel suo momento di declino -, c' nel romanzo manzoniano la figura di quel principe-padre sul quale, in quanto rappresentante ben pi drammatico di quella stessa societ, lo sguardo dello scrittore e la sua intelligenza critica si appuntano con ben altra forza e ben altro interesse: ambedue, in ogni caso, si legano tra di loro e s'inseriscono con pienezza nella societ oggetto del dramma romanzesco. E i legami con la societ? Se in un don Rodrigo, ancora, essi si pongono, quantitativamente, in misura quanto mai dispiegata e variegata (arroganza di classe, volgarit, l'esistenza intesa unicamente come soddisfacimento di inesauribili capricci: il perfetto ritratto, in una parola, di un gentiluomo subalterno per quanto privilegiato), nel principe-padre, al contrario, essi assumono un carattere qualitativo molto diverso e ben pi profondamente drammatico. Hai infatti in lui il ritratto del personaggio che, incarnando in se stesso delle istituzioni s fallaci e moralmente insostenibili ma non per questo delegittimate dalla storia ed anzi da essa sostenute,  insieme e tragicamente, persecutore e perseguitato, carnefice e vittima. Per quanto Manzoni non lo dica espressamente, risulta del tutto chiaro ad ogni lettore dei Promessi sposi che egli, come padre, avrebbe desiderato per la figlia un destino affatto diverso da quello monacale, ma che questo destino veniva imposto, e si direbbe ancor prima a lui che a lei, dalla sua condizione di principe e di politico.

22 La struttura economica del maggiorascato?-?uno degli elementi di fondo della permanente societ feudale?-?esigeva inevitabilmente dei sacrifici e se gli illuministi, anche italiani, combatterono contro di esso la loro battaglia sul versante dell'opportunit economica, Manzoni, da grande artista, scrittore e romanziere, ne fece uno dei perni della sua lotta letteraria e morale. Che poi la voce di protesta della borghesia nel suo momento pi combattivo assumesse anche le grandi tonalit della moralit e della coscienza cristiana, non dovr affatto stupire se si pensa al retroterra culturale, oltre che legittimamente storico, del grande scrittore milanese; se si pensa, voglio dire, alle voci dei grandi moralisti cristiani di Francia. E che fossero, queste ultime, voci di potente liberazione e di guida per lo stesso mondo borghese in ascesa non ?-?credo?-?alcuno che dubiti. In altri termini e in conclusione: ci che sostiene il grande romanzo manzoniano e che gli d l'inconfondibile sigillo del realismo  il potente senso storico del suo autore, il suo spirito critico e il suo profondo senso morale veracemente desunto dalla storia stessa e dalla sua interpretazione.

23 La borghesia italiana di un secolo dopo?-?quella cio non del 1827 ma del 1929?-?era naturalmente diversa. Nella prima met dell'Ottocento, in concomitanza con le idee pi avanzate dell'Europa post-rivoluzionaria e napoleonica, essa si poneva il traguardo della conquista del potere e dell'unificazione del paese in un gioco molto spregiudicato, e fortunato, di compromessi sia con le forze politiche pi retrive sia con quelle pi avanzate, ed il risultato, poco dopo la met del secolo, venne raggiunto. A questo punto, proprio per il modo con il quale esso fu ottenuto, si ebbe inevitabilmente un ripiegamento, nell'ambito del quale le molte contraddizioni del processo svoltosi?-?in prima linea quella questione meridionale della quale gi si  parlato nel primo capitolo?-?emersero in piena luce. Che la narrativa del tempo, in ogni caso, se ne occupasse in maniera pi o meno diretta, cos dando con contenuti sociali nuovo vigore al romanzo, non deve pertanto sorprendere; potrebbe piuttosto sorprendere che siffatta stagione, pur dando dei risultati sicuramente apprezzabili, si esaurisse in un tempo relativamente breve. Gi in Pirandello un libro come I vecchi e i giovani costituisce, quale che sia il giudizio che di esso si voglia dare, un'eccezione: i romanzi pirandelliani (per non parlare qui del suo teatro) che ancor oggi pi si pubblicano e si leggono sono quelli che affrontano una tematica tutta diversa e, come si suol dire e ripetere con accenti di convinto consenso, moderna: la tematica, per cos dire, secondo la quale gli uomini non vivono come nel mondo reale, ossia l'uno per l'altro o l'uno contro l'altro, ma l'uno accanto all'altro in una incomunicabilit che facendosi di giorno in giorno sempre pi vistosa e profonda sembra inghiottirli nei suoi abissi vorticosi, angoscianti ed infine quanto mai protesi sull'infinito mondo dell'assurdo. Nei Miserabili di Victor Hugo abbiamo una scena di straordinaria intensit lirica quando vediamo un uomo caduto in mare da una nave. La nave continua il suo viaggio e svanisce lentamente all'orizzonte mentre l'uomo lotta in una solitudine di morte con le onde implacabili finch queste si chiudono sulla sua muta disperazione. Ebbene: questa immagine ha una sua intensissima tragicit in quanto, grazie ad essa, Victor Hugo ha voluto rendere chiara ai suoi lettori la situazione sociale e psicologica del suo Jean Valjean, il suo eroe.  infatti in virt di essa che noi ci rendiamo conto del destino che la societ pu riservare, che ha storicamente riservato e che in parecchi casi riserva ancora, all'uomo che abbia compiuto un passo falso. L'implacabilit delle onde del mare, nel nostro specifico caso,  il simbolo dell'implacabilit e inumanit della societ in certe sue fasi. Ma quando si prescinda da dette fasi; si prescinda anzi dalla storia come oggettiva realt sociale e si intessa al contrario un racconto, un romanzo, nel quale a campeggiare sia l'uomo nella sua presunta astrazione, e nella sua metafisica humaine condition, il fallo da lui commesso non pu che venire attribuito ad un'altra astrazione la quale s'identifica, solitamente e religiosamente, nel peccato originale. Lasciando il terreno del reale e del possibile, ci si inoltra, sicuramente in maniera molto suggestiva ma arbitraria, nel regno dell'inesistente e dell'impossibile. Qualcosa di simile avviene anche per il romanzo borghese moderno?-?quello cio che pone a proprio fondamento non gi il mondo storico e oggettivo sibbene quello, tutto soggettivo, della personale memoria dello scrittore. Ne abbiamo degli interessanti riscontri in Moravia stesso, nel Moravia teorico ancor prima che nel Moravia narratore.

24 In un notevole saggio del 1941, a proposito del romanzo ottocentesco e di quello moderno, egli scrive, (Opere I, p. 1016):

Perch sentiamo che il romanzo di Dostoevskij  pi moderno di quello, poniamo, di Tolstoi? Perch i personaggi di Tolstoi non sono quasi mai Tolstoi, mentre i personaggi di Dostoevskij sono quasi sempre Dostoevskij. In altre parole ci interessiamo pi allo scrittore che alle sue creature. Inutilmente si cercherebbe in Dostoevskij la descrizione di una intera societ come in Guerra e pace. La grande questione, per lui [ossia per Dostoevskij]  di dare consistenza umana ai suoi pi misteriosi e contraddittori istinti.

25 Risulta chiaro a questo punto che la direzione verso la quale si svolge il romanzo borghese moderno  la disgregazione della realt oggettiva del personaggio e la sua sostituzione con la minore o maggiore complessit, tanto psicologica quanto culturale, dello scrittore stesso, dei suoi pi misteriosi e contraddittori istinti. Non pi la storia e la sua interpretazione critica stanno a fondamento del romanzo; a suo fondamento sta la particolare e tutta soggettiva memoria di chi scrive. Dopo avere scritto Gli indifferenti, Moravia confessa di essersi sentito profondamente a disagio in quanto, con la stesura del suo libro, aveva bruciato tutta la memoria del suo breve passato.

26 Ci che poi  anche notevole  il ritenere, come sembra ritenere Moravia, che Joyce o Proust, affossando il romanzo ottocentesco e aprendo la strada a quello nuovo e d'avanguardia, sarebbero coloro che avrebbero ridato alla narrativa il senso perduto della poesia. Sempre nello scritto che stiamo esaminando, egli osserva altres, che con queste premesse il romanzo moderno sembrerebbe essenzialmente risolversi in un impegno formale: avremo dunque?-?si chiede?-?dopo la lirica pura anche il romanzo puro? (p. 1018). Una teoria siffatta pone indubitabilmente l'essenza della poesia non gi nella capacit di rappresentare criticamente il reale, ma nella singola emotivit dello scrittore che pretende di tradurre il reale e lo storico nella lente deformante del proprio impressionismo. Davanti agli impegni sempre pi seri e onerosi che il cammino della storia pone alle classi dirigenti della borghesia vittoriosa ma che ora, avendo esaurito il proprio compito di annientamento della mentalit feudale, si attesta in un atteggiamento di sempre maggiore difensiva di fronte al nemico di classe (il proletariato), l'intellettuale che la rappresenta?-?lo scrittore?-?preferisce anch'egli ripiegare nel privato della propria personale sensibilit. Moravia coglie sicuramente questo nesso quando scrive che la crisi del personaggio nel romanzo moderno corrisponde a una crisi non dissimile del concetto di uomo, ormai divenuto nient'altro che una mera entit numerica. Solo che, rifugiandosi nell'io, si abdica consapevolmente a quel mondo degli uomini che lottano nella societ l'uno insieme all'altro, l'uno per l'altro o l'uno contro l'altro, e che non vivono passivamente l'uno accanto all'altro, ognuno con le proprie impressioni. Ed  invece proprio questo mondo che anche Moravia, che pur crede nel romanzo e lo vuole pertanto salvare e rigenerare, pone con sempre maggiore consapevolezza e convinzione a fondamento del suo narrare. Egli cio ritiene che la grande questione del romanziere moderno sia quella di dare consistenza umana ai pi misteriosi e contraddittori istinti che si agitano in lui, che gli provengono da una situazione storica data e che il filtro della sua personale soggettivit e sensibilit misteriosamente riplasma in creature artistiche. Ma se questo  l'autentico atto d'origine del romanzo moderno?-?e per Moravia lo ?-?ne discende che ogni creatura artistica prodotta, ogni personaggio romanzesco, non pu che essere una delle molteplici varianti della costola dell'autore e un'infinita ripetizione di questa matrice solipsistica. E difatti Luigi Russo, gi nel 1946, ebbe a parlare di Moravia come di uno scrittore senza storia 4 . Ma senza storia, vorrei aggiungere, non solo nel senso di non essere uno scrittore che si svolga su un piano di umanit progrediente su se stessa, ma di essere uno scrittore che attende dalla storia le occasioni per potere ricreare se stesso in un nuovo personaggio che torni ad esprimere i medesimi sentimenti del passato sotto un angolo prospettico solo diverso in apparenza. Scoperto con Gli indifferenti il borghese?-?e avendolo scoperto d'istinto, come memoria ed espressione della sua stessa pur breve esperienza di vita?-?Moravia non lo abbandona pi e lo segue?-?e questo  davvero il punto?-?non gi nei suoi problematici scontri reali e oggettivi con la storia, s invece, ed unicamente, nella sua presunta condizione esistenziale d'uomo inconcludente e ossessivamente angosciato, oltre che ossessivamente attratto da pseudo-problemi che lo trascinano in un vortice d'insensatezze e di assurdit. In questo senso, si potrebbe ben dire, Moravia  un maestro nell'ingigantire e nel dare un'apparente realt all'inconsistente ed al vuoto: basti per questo osservare che il Dino della Noia altro non  che il Michele del romanzo d'esordio divenuto pi adulto. Ma questo significa anche che lo scrittore borghese, che aveva pur dato l'impressione di divenire il critico della propria societ d'appartenenza, se ne rende in realt, non so quanto consapevolmente, suo complice.

27 Avevamo accennato al nesso che in certo modo collega la disintegrazione del personaggio alla condizione di crisi dell'uomo moderno. Non c' dubbio che la societ borghese divenuta societ capitalistica abbia comportato, almeno sul pi vasto piano del comune sentire, un progressivo allentamento di quei rapporti direttamente percepibili e sensibili che avevano legato gli uomini tra loro in stadi sociali pi antichi; ed  questo quel fenomeno che comunemente va sotto il nome di alienazione. L'uomo cio si sente sempre pi isolato e avverte che quella che gli si contrappone  una societ sempre pi inumana. Gi i grandi classici dello stoicismo o dell'epicureismo?-?ad esempio Seneca od Orazio?-?avevano intuito questo pericolo ed avevano pertanto messo in guardia i loro contemporanei dal soggiacere a quella passione per il danaro (l'aviditas) che avrebbe inevitabilmente comportato uno stravolgimento dei corretti rapporti dell'uomo con i suoi simili e, alla fine, la distruzione della sua stessa umanit. Ma il fatto nuovo, ai tempi del capitalismo trionfante,  questo: che all'uomo che si viene sempre pi isolando nella sua vita immediata in forza soltanto dello sviluppo economico, l'inumanit della societ appare in forma di una seconda natura, tanto crudele quanto, purtroppo, ineluttabile. Lo sforzo della borghesia capitalistica, sul piano culturale,  stato quello di trasformare l'infernale meccanismo da essa prodotto in una sorta di seconda natura che tutti ci trascende, alla quale non vale opporsi e alla quale conviene piuttosto rassegnarsi con il conforto tanto della religione quanto con quello della filosofia e dell'arte. Questo punto di vista che Marx, nel Capitale, suole chiamare apologetica del capitalismo, e che educa sostanzialmente a un'amara passivit sociale, era gi presente, come  ben noto, in Schopenhauer, e da allora esso si  venuto via via acuendo, approfondendo e dilatando. Sul piano della letteratura artistica, in ogni caso, esso muove da qui. L'ideologia borghese dell'epoca classica?-?quella che va, grosso modo, dall'et umanistica alla Rivoluzione francese?-?ha cos finito per cedere il posto a questo tipo di apologetica, mentre il centro di gravit delle lotte di classe si  decisamente spostato dalla distruzione del feudalesimo alla lotta tra borghesia e proletariato. Ma non risulta che questo fatto storico cos determinante e decisivo, e tuttora in corso nonostante la disfatta dell'Unione Sovietica?-?ossia di quel paese che, nel bene e nel male, aveva cercato di reagire, anche culturalmente, allo strapotere delle societ capitalistiche?-?abbia davvero interessato il borghese Moravia, pur sempre cos aperto, soprattutto nella seconda met del Novecento, a ci che  avvenuto nella storia mondiale. I suoi viaggi, i suoi reportages, le sue inchieste, le sue interviste, i suoi saggi storici e politici, le sue numerose escursioni sui piccoli e grandi problemi letterari del momento non si sono mai tradotti?-?dopo Gli indifferenti nati quasi per s soli?-?in un romanzo, come si suol dire, di grande respiro storico e problematico. Per far questo egli avrebbe dovuto convincersi che la profonda conoscenza della vita non si limita all'osservazione della realt quotidiana, di quei microcosmi che in realt connotano tutti i romanzi e i racconti moraviani, ma che consiste invece nella capacit di cogliere gli elementi essenziali e di inventare, in base ad essi, caratteri e situazioni in grado di rivelare, nella luce della suprema dialettica delle contraddizioni, quelle tendenze e quelle forze operanti la cui azione, pur malamente visibile nella penombra della vita di tutti i giorni, costituisce appunto l'essenza della vera storia e della vera vita.

La critica della borghesia (lombarda) in Carlo Emilio Gadda

28 La concretezza e l'operosit, proverbialmente, sono due qualit intrinseche, e sommamente positive, della societ lombarda. Gli scritti cattaneani sulla Lombardia antica e moderna (Lo straniero vede chi noi siamo) le hanno immortalate al cospetto dell'intera Europa e hanno fatto della pianura padana la terra per eccellenza della seriet e del lavoro. Dopo l'unit essa  divenuta, con la sua capitale Milano, il centro propulsore dell'intera economia della penisola, la culla della nostrana borghesia progressista, il punto di riferimento, anche in senso morale, dell'intero paese. L'apologetica della letteratura del capitalismo non ha mai cessato di battere su questo tasto e di far risuonare, su tutti i registri, le sue note esaltatrici e trionfanti. Ebbene:  proprio su questa operosa borghesia, su questa societ tutta lavoro e famiglia e dai radicati e ben costrutti princpi etici, che proprio un lombardo, Carlo Emilio Gadda (1893-1973), ha rovesciato con il suo raffinatissimo pastiche linguistico, in esso dissimulandolo, il vortice del suo impietoso e totalmente distruttivo sarcasmo. Nulla pi alla fine rimane in piedi: ogni umano sentimento di questa societ di nobiluomini e nobildonne viene ridotto a un ripetuto e ossessivo rigoglio di assurdi pregiudizi; ogni figura di questo mondo perbenistico si trasforma in un cicalante e quasi pappagallesco manichino; l'intero cosmo di questo progressivismo borghese (o altoborghese) viene presentato come un cialtronesco paesaggio di cretini.

29 Concludendo un suo spiritoso e acutissimo saggio su Manzoni, nel 1924, Apologia manzoniana, cos Gadda scriveva 5 :

Don Alessandro, non fotografate cos spietatamente le magagne di casa; non interpretate cos acutamente, ai fini d'un ammonimento sublime, i fatti che sogliono ricevere espressione nella retorica del giorno [...] Che cosa avete mai combinato, don Alessandro, che qui, nella vostra terra, dove pur speravate nell'indulgenza di venticinque sottoscrittori, tutti vi hanno per un povero di spirito?

30 Anche Gadda, sicuramente allievo ideale di Manzoni oltre che di Parini e dell'illuminismo lombardo (trascuriamo qui le sue parentele linguistiche) 6 ; anche Gadda non seppe sottrarsi alla lusinga del fotografare spietatamente le magagne di casa sua, ossia della sua patria milanese e brianzola. E non soltanto nei suoi aspetti esteriori, d'immediata visibilit, ma anche in quelli pi profondi, sotterranei e strutturali; quei fenomeni cio che, in misura pi o meno vasta e catastrofica, gi a met dell'Ottocento due tedeschi avevano definito le crisi periodiche del capitalismo. Naturalmente, data l'ironica modestia e prospettiva conoscitiva dello scrittore, in dimensioni casalinghe, brianzole e milanesi.

31 Prendiamo quella sequenza di pagine romanzesche che costituiscono i disegni milanesi dell' Adalgisa e che furono riunite in volume nel 1944, ossia un tredici anni prima che il Pasticciaccio (1957) aumentasse a ben pi di venticinque i sottoscrittori e gli estimatori del gran lombardo 7 . Non so se gi qualcuno lo abbia notato; quello che  certo  che questo gran palcoscenico sul quale via via salgono, discendono e di nuovo risalgono i nobiluomini e le gentildonne, i pi bassi borghesi ma anche i facchini e i personaggi della lengera di Milano e dintorni (e tutt'un'altra sequela di figure e figurine che  quasi impossibile enumerare); ci che  certo, dicevo,  che questo gran palcoscenico fissato grosso modo tra gli anni venti e trenta del gran Novecento, ci propone, quasi ad apertura del suo stesso sipario, un esemplare fallimento bancario, una frode finanziaria in cui tutti o quasi cadono; non per, guarda caso, un omarino del Sol Levante che avendo fiutato nel suo tessitore il futuro commendatore con le manette ai polsi, aveva agito con criterio e con pronta energia: On bel pe in del c, vale a dire un bel calcio nelle posterga. Quello proprio che ci voleva.

32 Alle due vittime che in questo momento recitano sul palcoscenico gaddiano, i due fratelli Borlotti titolari dell'azienda La Confidenza specializzata nella lucidatura dei parquets dei signorili palazzi milanesi e che, a seguito appunto di questa turlupinatura l'era andata in del baln, cos l'avvocato Cazzuola, el Casoula, racconta tutta la cronologia degli avvenimenti, giacch i due infelici, rassegnati, preferivano sapere tutto, tutto di tutto: Mi save tss css.

Raccont la storia, lontana, dell'Ambasciatore del Giappone: che dopo sei parole aveva messo alla porta il truffardo, quando costui s'era presentato ad offrirgli il brevetto della corazza di seta, parapalle, per vincere la guerra di Porto Arturo [...]

Poi un primo fallimento doloso, ovverosia bancarotta fraudolenta. Sicch la prigione. Ma, poi, la nuova via della redenzione. E allora, poi, ad anima redenta, e a piede libero, la Banca: la febbre del lavoro: e la storia di Zoagli, dei velluti di Zoagli, dei drappi. Velluti e drappi d'una squisita fattura, d'antica tradizione italiana e artigiana, che risaliva alle gloriose repubbliche marinare, e al vecchio e glorioso S. Giorgio. La gloria, come ogni parola del resto, non costa nulla imbrodarsene. E, dunque, ecco qua, l'artigianato. E le industrie artigianizie. E l'artigianeria del Tigullio. E il finanziamento della piccola impresa, il respiro concesso al nostro valoroso artigianato; sicch infine la Banca delle Seterie e i diciassette telai di Zoagli sostenuti dai diciassette milioni (di conti vincolati) della Banca; e l'evolversi di questo usbergo della industria serica (del Tigullio) verso l'apogeo della Banca di Milano. E poi ancora Milano, Como, Brescia, i Tubi Togni, Busto Arsizio, la lega lombarda, l'S.P.Q.R., San Giorgio e San Marco, il vecchio Piemonte, le virt militari del vecchio Piemonte, ed Emanuele Filiberto, e Carlo Emanuele primo: ma per il Papa, per Garibaldi: il Gianicolo, il faro del Gianicolo bianco rosso e verde: per Michelangelo, la Citt Eterna, detta anche l'Urbe: e le case popolari, e la moderna edilizia, e i moderni finanziamenti della grande edilizia. E finalmente il crack.

33 Si poteva meglio, in questo vorticoso crescendo di storia patria (a partire dal lontano 1905), in questa cavalcata tra la retorica patriottarda e il cosiddetto spirito d'iniziativa e d'impresa di quei giocatori d'azzardo che a Milano, anche se non solo a Milano, si chiamano cavalieri, raffigurare il turbinoso dilatarsi di quello spirito capitalistico che al suo inevitabile crack, vale a dire nella sua inevitabile catastrofe, ebbe a lasciar nella costernazione le pi distinte famiglie e le pi ragionative signore della vecchia Milano (ossia quelle che si annidano nelle illibate case, e fuorescono poi nere verso la Messa dei noeuv'or dai pi degni portali di Santa Maria Podone, Fulcorina, Borgospesso eccetera eccetera); ma a lasciare anche nella desolazione?-?e desolazione reale e concreta in questo caso?-?quei poveri pensionati meridionali, poco cogniti, ahi!, di cose milanesi modello dopoguerra che avevano affidato a quella banca, la mitica Banca di Milano, i loro risparmi? Laboravi fidenter, chiosa il nuovo scrittore delle magagne di casa sua. S, stai fino! Seguita pure a lavorare! Mo' hai trovato la frusta per il culo tuo.

34 L'ispirazione della narrativa di Gadda, delle sue scene di romanzo,  un'ispirazione morale, un'ispirazione etica nel solco della migliore tradizione illuministica lombarda, da Pietro Verri sino al suo discendente, anche per via di sangue, Alessandro Manzoni. Riprendiamo in mano quel suo scritto, relativamente giovanile, dedicato alla di lui apologia. Ci colpisce l'energia con la quale lo scolaro sottolinea la volont del maestro di delineare una societ senza norma e senza volere, che il caso allora travolge. In due righe, in un linguaggio spietatamente metaforico e icastico, ne viene pronunciata la condanna senza appello (Opere III, p. 680):

Vassoi d'argento vengono recati da servi inguantati nello splendore delle sale patrizie; sopra uno di essi  il pane, quello che ai molti costa la stanchezza o lacrime atroci.

35 Ed ecco il tratteggio della violenza portata sugli innocenti e gli indifesi; la loro orrenda coercizione; la feroce educazione fondata sul ricatto (ivi, p. 681):

Vengono serviti sontuosi confetti, portate di sciroppi, dolci e gelati: ma la bimba a cui ogni luce  preclusa accoglie l'omaggio tenero e devoto d'un servitorello. La dignit e l'onore dicono che questa  una terribile colpa. La povera bimba cerca invano negli occhi della madre, del padre, del fratello la fiamma d'un momento di tenerezza disinteressata: no: il perdono  legato a un patto.

36 E il sapere, la cultura, il pensiero che permea questa societ nella quale nulla esiste di sociale ma tutto  impulso individualistico, edonistico e puro e semplice, e quasi sempre violento capriccio? (ivi, pp. 683-4):

Vi erano uomini di buon senso, ed altri dottissimi. Nella serenit lontana dei tempi era vissuto il Maestro. Ma al Maestro dei maestri eran succeduti degli scolari e scolari degli scolari, e poi editori, esegeti, commentatori, rifacitori in usum Augustini, in usum Thomae, in usum Averrois. Un cosiffatto ginnasio dur duemila anni. Cos il superbo costruttore dell'Organon, il sistematore delle Per ta za istorai, l'eccelso indagatore della Nicomacheia serv a far ragionare Don Ferrante. Cos, disparati apporti teoretici e pratici confluirono in una grottesca realt.

37 Quale? Quella della negazione della peste e della sua tragica esplosione; della disperazione collettiva delle unzioni e della collettiva disumanit dei processi e degli assassinii.

Don Ferrante?-?continua implacabile l'allievo di don Alessandro?-?seguita a raccogliere ordinatamente la sua biblioteca.  una persona colta. Guida l'opinione. C' nel suo scaffale un posto per il Principe?-?non uno per il Saggiatore.

38 Per il maestro della violenza, non per quello dei cieli sereni della ragione e delle disinteressate ricerche scientifiche. Ed infine la conclusione (ivi p. 685):

Quando i mucchi fnebri e lerci erano recati oltre le mura, perch la grassa gleba ne facesse sua polpa, e fiaschi di vino con bieche canzoni toglievano dapprima lo spavento dell'odore funebre e poi anche quello pareva vita e lavoro ristoratore, allora alti pensieri conchiudono il meraviglioso poema: Addio Cecilia! riposa in pace!

Luci salubri succedono finalmente ai lividori d'un mondo, il di cui pittore potrebbe essere lo Spagnoletto. La sana vita di un popolo sano si rinnova nella credente donna. La sua fede e i suoi figli diffonderanno nella terra luminosa una gioconda attivit.

39 Ma questa gioconda attivit?-?teste Carlo Emilio Gadda?-?non sar l'opera n della borghesia lombarda n della borghesia di questo delirante universo.
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Gadda e la possibile rinascita del realismo critico.
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40 Nel romanzo classico?-?il romanzo della prima met dell'Ottocento?-?risuonava sempre qualcosa che richiamava l'antica epicit perduta. Vi erano sempre, cio, dei personaggi che l'autore sapeva sollevare a un livello di passione cos alta da manifestare con chiarezza il conflitto interno di un momento essenziale di quella societ che i personaggi, appunto, essi stessi configuravano. Tale passione, tuttavia, non veniva dipinta mediante passivi interventi dell'autore; essa si esplicava da s in tutte le sue dialettiche contraddizioni attraverso l'azione, giacch l'azione secondo gli insegnamenti dello stesso Hegel, costituisce sempre la pi chiara espressione dell'individuo, il pi chiaro indice tanto della sua disposizione d'animo quanto dei suoi fini.  soltanto e proprio nell'azione, infatti, che appare nella sua completezza ci che l'uomo  nel pi profondo del suo intimo, tant' vero che, per limitarci qui a un piccolo esempio moraviano, tutta l'umiliante e vile impotenza dell'indifferente Michele, come del resto tutte le sue insulse ambizioni frustrate, non si rivelano meglio di quando, nella parte finale del romanzo, il giovane si propone di uccidere il seduttore della sorella con una pistola scarica. Il lettore ha qui la completa percezione, nello smascheramento di velleit intrinsecamente false, dell'abissale divario che intercorre tra astrazione e realt.

41 Ne Il rosso e il nero di Stendhal, per venire a un esempio pi compiuto, tutta l'amorosa vicenda di Julien Sorel e di Matilde de la Mole assume una sorta di tragicit epica proprio in virt dell'alta passionalit che anima le due figure e che si esplica nel loro agire quasi frenetico. Matilde inoltre, in ogni suo comportamento, viene sempre raffigurata come una vera e sincera rappresentante del sentimento monarchico; come un'entusiasta dei trascorsi ideali romantico-feudali e, pertanto, come una persona che disprezza la propria classe sociale in quanto ad essa, ci che manca,  proprio quella fede appassionata e tutta devozione che ferve invece nella sua anima. Ella quindi, anzich verso i suoi pari, volge paradossalmente la sua stima e il suo amore verso un plebeo, il fervente giacobino in ritardo e ammiratore di Napoleone Julien Sorel. Una volta anzi, con uno sguardo scintillante di passione quasi estatica (II, 10), motiva a Julien il suo entusiasmo per gli ideali monarchici con queste precise parole: Le guerre della Lega rappresentano i tempi eroici della Francia. Allora ognuno si batteva per ci che lui stesso aveva scelto. Combatteva per fare trionfare il suo partito e non per il basso desiderio di guadagnarsi una croce come ai tempi del vostro imperatore. Convenite che c'erano meno egoismo e meno piccinerie.

42 Orbene: anche da questo brevissimo passaggio si evince che la figura di Matilde  una figura quanto mai complessa e appassionata la quale, pur attestata su posizioni ideologiche superate, sa cogliere, nell'et della Restaurazione al tramonto, la tabe che ormai mina la classe cui ella stessa appartiene e che inevitabilmente la distrugger; ossia quel male che essa ha tra l'altro assorbito proprio dalla classe nemica, la borghesia, e che si connota essenzialmente per un cinico egoismo e una perdita d'ogni alta idealit. Se Matilde non comprende, e non pu certo comprendere, che attraverso Napoleone, anche se momentaneamente sconfitta,  passata la grandiosa ondata rivoluzionaria della prosa borghese, quella che liquider definitivamente il filisteismo e il dispotismo dell'assolutismo monarchico,comprende per, con lucida antiveggenza, che la futura classe vittoriosa sar per sempre macchiata dalle note inestirpabili dell'affarismo egoistico e della liberazione da ogni debito morale attraverso il brutale pagamento in contanti. Queste macchie ella le vede gi deturpare il volto dell'aristocrazia sopravvissuta; in coerenza con il proprio modo di sentire e di pensare ella volge pertanto il proprio affetto e se stessa a colui che, pur battendosi sul fronte a lei avverso, si batte con un entusiasmo e con una fede pari ai suoi, degni in ogni caso degli eroici tempi perduti. Non si fa infine troppa fatica a scorgere in questi due nobili personaggi il drammatico conflitto tra aristocrazia morente e borghesia in ascesa tant' che, almeno per certi aspetti, il nostro ricordo pu andare ai tragici e contrastati amori tra l'Enea e la Didone virgiliani.

43 Va da s che questa complessa trama di sentimenti commisti a precise significazioni epico-storiche esigeva, perch le sue componenti venissero pienamente alla luce, un genere letterario fondato non soltanto sul grande personaggio che, agendo, determina il proprio destino, ma sulla sovrana fantasia creatrice dell'artista-scrittore; proprio quella fantasia che, come gi abbiamo avuto modo di osservare, venne messa in pesante discussione dagli assertori del naturalismo e del verismo e, pi tardi, anche se in maniera meno diretta, dai fautori del soggettivismo impressionistico e dai cultori delle avanguardie novecentesche. Sennonch, ritirandosi dal pubblico al privato e dallo storico alla personale memoria del singolo scrittore (o delle sue soggettivistiche interpretazioni della realt), il romanzo era destinato a perdere ogni sua concreta consistenza e a ridursi o a una serie di pagine nelle quali, a campeggiare, fosse il mondo interiore dello scrittore (pi o meno dotato)?-?mondo comunque sempre sradicato dalla realt oggettiva e dalla storia, l'una e l'altra mai rappresentate ma soggettivisticamente interpretate -, o a una forma di nuova letteratura amena per la borghesia trionfante, che  poi oggi il caso pi frequente. Ma ci che soprattutto si perdette fu quella forza di penetrazione critica nei confronti del reale e dello storico che costituiva, io credo, una delle sue pi alte prerogative.

44 Torniamo a Gadda.

45 Cessata dunque la tensione dell'antico modo di narrare, vale a dire l'attivit reciprocamente favorevole od ostile dei vari personaggi che erano s degli individui ma pure, al contempo, dei rappresentanti di importanti tendenze di classe, ecco i romanzi popolarsi di tutta una serie di caratteri medi e comuni non pi in grado di comunicare i significati sostanziali degli avvenimenti della storia. Credo che sia molto difficile potere asserire che in un Emilio Brentani o persino in uno Zeno Cosini (nonostante le sue apocalittiche previsioni finali), ci sia anche la sola intuizione delle tragedie sociali che la storia veniva costruendo ai tempi loro. Come dunque realizzare, in questa nuova situazione, una verace critica alla societ? In che modo dar vita e compimento a un ufficio che lo scrittore, anche se in maniera confusa, sente pur sempre come primario tra i suoi doveri d'artista?

46 La soluzione scelta da Gadda?-?uno scrittore che indubitabilmente, come del resto gi abbiamo accennato, ebbe una vocazione fortissima per questi rilevanti problemi?-? stata quella, mi sembra, di avere sostituito al romanzo ormai dissolto una serie di sequenze narrative e sceniche (quasi alla maniera dello sterniano Tristram Shandy) dalle quali finalmente fare emergere, grazie a un abilissimo succedersi di circostanziate radiografie come di per s monologanti, il volto di una realt storica e sociale del tutto opposta a quella contrabbandata per vera, del tutto diversa da quella ufficiale (quella cio alla quale gli uomini generalmente non credono ma che generalmente accolgono per quieto vivere o per convenienza); di una realt insomma che, finalmente scevra di ogni orpello farisaico e depurata di tutte le incrostazioni dei pregiudizi, delle ipocrisie e delle convenzioni, si presentasse al lettore nella sua sconcertante aridit e stoltezza; nella sua insensatezza non di rado grottesca. Strumento essenziale e rigorosamente determinante, naturalmente, il linguaggio.

47 Cerco di chiarire con un esempio.

48 Nel quarto capitolo del Pasticciaccio nella redazione di Letteratura 8 assistiamo, in una uggiosa stanza della Mobile romana, a un interrogatorio forse decisivo per venire a capo di un orrendo delitto che per motivi pubblici e privati doveva venire immediatamente risolto e archiviato: lo sgozzamento di Liliana Balducci. Tre i personaggi sulla nostra scena: l'ispettore Ingravallo, il suo diretto superiore dottor Fumi e il marito della vittima in veste, se non proprio di sospetto, di testimone. Ma ce n' pure un quarto, visibile e invisibile, e che infine domina il quadro.

Di rimpetto al Balducci, da parer gravitare su le povere spalle del dottor Fumi, in alto, appeso a n chiodo, il Merda. La cornice nun valeva gnente, e lui meno ancora: diplomato da maestro a Forl, marcito gi de Milano co' tutta la marcia del 28 ottobre... Certi scarcagnati!... Certe grinte!... de sognassele de notte!... Mo', l per aria, in der quadro, ciaveva na faccia de maccherone e de carogna giuntati insieme, incazzatissimo: abbench cor pernacchio in testa ch'era sempre stato er zogno suo [...] L in alto, al di sopra di tutti i primi questurini d'Italia, funzionava de Spirito Santo col fez, e con l'aspri, de illumin funzionari e parte lesa: o parte presa; de fajje d la verit tutt'e tre: perch le bbugie le doveva d solo lui, pe' la grannezza de la Patria e de la Giornata der Risparmio.

49 Fermiamoci un momento per osservare, per prima cosa, che questa sorta di preambolo all'interrogatorio non  affatto estrinseco al racconto, ma che ad esso  profondamente connesso, addirittura consustanziale. In che senso? A indicare non soltanto il clima fascistico nel quale l'azione si svolge?-?e che il ricordo della marcia su Roma nei termini proposti dallo scrittore scolpisce indelebilmente come il trionfo della peggiore canaglia (e in termini morali e politici fu in realt cos) -, ma a indicare, soprattutto, quella fascistizzazione delle coscienze che il nuovo potere esigeva. A differenza infatti dei vecchi regimi assolutistici, il nuovo totalitarismo non si content dell'ubbidienza passiva dei funzionari e dei cittadini al suo volere. Proponendosi di plasmare gli uni e gli altri secondo le idee e i credo del partito vittorioso, esso pretese da loro non soltanto l'obbedienza giuridica ma il vincolo delle loro coscienze, la loro assoluta professione di fede: quella mistica fascista che, difatti, verr presto ufficialmente professata.

50 Questo passo dunque, come i tanti non dissimili che costantemente punteggiano il Pasticciaccio, ci svela per prima cosa il clima di profonda intimidazione nel quale erano costretti ad operare i funzionari pubblici, nel nostro caso gli inquirenti, membri certo di una delle istituzioni pi delicate nell'amministrazione di un paese civile. Noi qui vediamo il capo di questo paese (civile?) osservare ossessivamente e quasi ubiquamente, Spirito Santo col fez, l'andamento della vita pubblica e sociale, e sorvegliarla, e vigilarla; lo vediamo quasi intervenire lui stesso nel nostro interrogatorio perch dopo le sue disposizioni fatte impartire da Federzoni, non era pi ammissibile che un delitto tanto atroce tardasse ancora, a cinque giorni dal suo compimento, ad essere castigato come si conveniva. La rinnovata terra d'Ausonia non poteva sopportare oltre queste macchie infamanti. Per questo Gadda ce lo rappresenta, oltre che con la faccia de maccherone e de carogna giuntati insieme, con un volto incazzatissimo. Indagine, processo, fucilazione. In ventiquattr'ore e anche meno. Pe' la grannezza e il buon nome de la Patria.

51 Se poi mi si chiedesse chi mai pronuncia questa sorta di esordio, avrei qualche difficolt a rispondere semplicemente: l'autore. Pi che un suo anticipato commento considerativo all'interrogatorio che seguir, il passo citato mi sembra che scaturisca dalla provocazione posta in atto da quel ritratto inopportunamente rizzato sulla testa dei tre. Una stanza di polizzia (poca pulizzia, per, su le scalucce); una seduta che tutti prevedono pesante e parecchio imbarazzante; un imbroglio che non mostra ancora chiare vie d'uscita e da ultimo, suggello dei suggelli, l in alto, lo sguardo scrutatore del Merda ad esigere la fascistizzazione delle coscienze. Non sembra, il passo citato, l'esplosione corale di un'istintiva e naturalissima reazione alle volgari brutalit del regime? E sarcastico sberleffo che quel coso appeso a n chiodo si  pi che meritato in pagamento delle sue grottesche presunzioni? Come nel Belli o nel Porta la voce di Gadda si fa voce di popolo, voce che schernisce una realt inesistente, ne mostra una ben pi dolorosa e drammatica, svela di colpo tutta la grottesca miseria di un paese che di l a poco sar infatti trascinato nella catastrofe bellica. Se i disegni della societ milanese dell'Adalgisa potevano ancora mantenere un tono di bonaria comprensione (anche se fino a un certo segno), giunti qui nel cuore medesimo delle turpitudini storico-sociali, ossia nel cuore delle menzogne e delle ipocrisie dello Stato, la voce risuona pi cruda, fors'anco pi sguaiata, ma in proporzione sempre alla drammaticit della situazione. All'azione tipica del grande romanzo classico Gadda, per denunciare una borghesia avviata ormai al suo disfacimento, ha sostituito la potenza di una originalissima parola.

52 Proseguiamo nella lettura (Opere II, p. 412):

Carte, carte: cartoffie e scartoffie. Tutt'Italia nun  che na gran pila de cartoffie: p'uno che legge, diosanto, ce ne so' diecimila che scrive. Carte, carte e poi carte. Polizzia, polizzia, verbale, invito, mandato, rapporto, archivio giudizziario, archivio politico, stanza numero due numero tre numero quattro, tavolo e sedia, calamaro e pennabona de ciucci', manette e registro protocollo de li mortacci sui! E l'appiccapanni cor cavicchio in terra, ogni vorta! E la latrina, gni momento, co' a canna intasata! che pi tiri, e pi vi acqua, e pi lei gonfia, sta fijja d'una mignotta, e cresce, cresce: e te rigurgita ndietro tutt'un arcipelago de gnocchi de cioccolatto rotti de fa' spavento a vedelli:... a galleggi sull'acque arte. Tutte e vorte che cce vai, tutt'e vorte, tutt'e vorte... Un Marstrm!... E quelli gireno gireno, che pareno impazziti, e lei cresce, cresce, ... seguita a cresce' gl gl gl gl gl...'N diluvio che nun se ferma pi de cresce che te pija na paura!... Mo, dove va a ffin sta carogna?..., penzi. Co e brache in mano. B. Fascicolo rosso, per i comuni. Fascicolo giallo, per i politici: che so quelli che je volevano tira la bomba,... e nun ciaa fecero, er guaio  questo!: o perch'era bagnata la miccia, o perch j'era schioppata troppo presto, o troppo tardi, o troppo gi de coda: nelli ginocchi a Pinco, magari, provero freggno!

53 Cosa dunque ci dicono queste righe? Cosa rappresentano? Una grottesca e volutamente scurrile radiografia dell'Italia fascista disposta su almeno tre piani: la superfetazione gerarchico-burocratica tanto ingombrante quanto inefficiente; l'ottuso regime poliziesco in cui  immersa; la cloaca etico-politica che la contraddistingue: vengono in mente, in proposito, certe invettive dantesche ( Par. 27, 22 sgg.). Perch infine, non a caso, con l'evocazione dell'attentato a Mussolini dell'11 settembre del 1926 9 ,?-?la voce gaddiana (... e nun ciaa fecero, er guaio  questo!) sembra prefigurare, se non rischio di dir troppo, quella rivolta delle coscienze che prender forma concreta?-?forma storica?-?nella purtroppo breve stagione della Resistenza.

54 La sostanziale, anche se non formale, liquidazione del romanzo quale l'abbiamo tratteggiato nel suo periodo classico, non pose al nostro scrittore milanese (a differenza invece di Moravia) problemi formali. La sua ispirazione profondamente etico-civile si tradusse infatti, sul piano narrativo (gi lo abbiamo osservato), piuttosto nel disegno o in una serie di disegni; quasi in un'articolata successione di istantanee o di radiografie dialetticamente legate l'una con l'altra capaci di perfettamente sopperire, grazie al loro vigore icastico, al venir meno della tradizionale narrazione continuata. Anche nello scritto gaddiano che pi ambisce al romanzo (addirittura al romanzo giallo),  quanto mai significativo che gli eventi non si risolvano; e tanto pi lo  per il fatto che la soluzione non mancava allo scrittore, che la propose infatti, non potendone in questo caso fare a meno, nel trattamento del soggetto?-?Quer pasticciaccio cui ovviamente qui si allude?-?per un'eventuale versione cinematografica e che ebbe il titolo de Il palazzo degli ori.

55 Si potrebbe certo ipotizzare che il delineare una trama delittuosa ambientata in un clima politico che ne esigeva l'immediata soluzione e il secco archiviamento, e il trascinarne invece l'inchiesta, nonostante le disposizioni superiori in un irritante nulla di fatto, poteva ben essere, emblematicamente, un nuovo modo per contrapporre una normale realt alle assurde pretese di un dispotismo straccione, che lesinava oltretutto a quei suoi funzionari ai quali richiedeva tanta solerte efficienza, i mezzi necessari per giungere a risultati positivi.

56 Ma al di l di queste pur non irragionevoli considerazioni, lo studioso di Gadda sa, o dovrebbe sapere, che l'interesse primario dello scrittore resta sempre quello, fissando lo sguardo su una data realt sociale, di spogliarla di qualsiasi forma d'ipocrisia o convenienza, di denudarla d'ogni veste farisaica e di proporla quindi, cos scarnificata e scandagliata, all'occhio dei suoi venticinque lettori. In questo senso egli rappresenta il vero e probabilmente unico discepolo di Manzoni, anche se in forme tutte rinnovate e tutte novecentesche e, clamorosamente, nell'ambito dell'invenzione linguistica; ossia in un'invenzione che in certa misura tiene il posto di quella suprema fantasia creatrice di personaggi ed eventi che, come abbiamo veduto, caratterizzava lo scrittore del romanzo classico. Da questo punto di vista, inoltre, si potrebbe anche sostenere che i dispositivi tipici del romanzo giallo?-?soprattutto gli interrogatori dei presunti colpevoli?-?costituivano un eccellente pretesto per sottoporre fatti e coscienze a una straordinaria lente di ingrandimento e, di conseguenza, ad ottenere un'autentica cognizione della verit o presunta verit: finalmente, attraverso tale lente, si pu scorgere ci che non appariva a occhio nudo. Il quale proposito, in quanto proposito critico sia di una data societ (la borghesia italiana nell'epoca fascista) sia dei suoi componenti,  indubbiamente un proposito di stampo illuministico.

57 Ma se nel romanzo gaddiano?-?nel nostro caso nel Pasticciaccio?-?non c', dopo il delitto, la scoperta del colpevole; non c' cio, molto gaddianamente come lo stesso autore ebbe ad esprimersi e tutti i critici a ripetere la soluzione del giallo, c' per la disposizione dello scrittore a volgere uno sguardo pi favorevole, comprensivo e pi ricco di dolente piet, verso i colpevoli o presunti colpevoli della campagna che non della citt; verso gli sventurati e le vittime di una secolare oppressione sociale che non i facoltosi rappresentanti di una borghesia arida e tormentata pi dalle sue proprie capricciose nevrosi che non dalle difficolt della vita. Leggiamo questo passo dell'interrogatorio cui viene sottoposta Ines Ciampini, una povera ragazza delle campagne laziali fermata in Roma da un pattuglione del commissariato San Giovanni, la sera primma d' 'o delitto, per vagabondaggio e in contravvenzione flagrante del dispositivo Federzoni circa il risanamento dei marciapiedi urbani in regime stivalista. La si sospetta di connivenza con uno dei maggiori indiziati nel crimine, il don Giovanni campagnolo, il pano, il bel Diomede e grande amore di lei, la cui fotografia che ella serbava come una reliquia le viene sequestrata (ivi, pp. 168-9):

Al veder la foto dell'amor suo riparar sul cuore dello Sgranfia, la Ines, povera pupa, allib. Le si addensarono al di sopra del nasetto i contristati sopraccigli, un corruccio che sembr ira e non era: lacrime brillarono, splendide repentinamente, sotto i lunghissimi cigli dorati [...] Discesero lungo le gote, lasciandovi, o parve, due gore bianche, discesero fino alla bocca: il cammino della umiliazione, dello sgomento. Non aveva di che soffiarsi il naso, n rasciugarsi quel pianto: lev la mano come per contenere col solo gesto ci che dalla solitudine immiserita del suo volto avrebbe potuto sgorgare, a render perfetta la crudelt degli attimi, il gelo e l'irrisione dell'ora che ne  la somma. Le pareva d'esser nuda, sprovveduta, avanti a chi ha facolt d'inquisire la nudit della vergogna e, se pur non la irride, la giudica: nuda, sprovveduta: come sono i figli e le figlie senza ricovero e senza sovvento, nell'arena bestiale della terra. La stufa era diaccia. Lo stanzone era freddo, vi si vedeva il fiato: le lampadine della Mobile erano lampadine del governo. Ella sentiva su di s, rabbrividendone, le guardate degli uomini, e le sdruciture, gli strappi, la misera stamigna, la sordida povert del vestito: una maglia di vagabonda. A Dio, cos vestita, non poteva certo rivolgersi.

Quando l'aveva chiamata per nome, il nome del battesimo, tre volte, Ines! Ines! Ines! al principiare della macchia, tre volte!, quante so' le Perzone de la Trinit... le querci si storcevano in presagi sotto le raffiche del vento maestro: le aprirono il cammino della macchia, dietro il deliberato andare del giovane. Quando il Signore l'aveva richiamata, col suo sguardo di raggi d'oro nella sera, dal finestrone rotondo di Crocedommi, lei, ar Zignore, che aveva avuto er core d'arisponneje? Io vado cor mi' amore j'aveva arisposto a quelo sguardo, a quela voce. Sicch 'r Zignore, adesso, bisognava lassallo sta.

58 Orbene, questo passo, che non  certo il solo,  esemplare del modo di procedere gaddiano nel disegnare?-?e come in questo caso scolpire?-?eventi e personaggi per rapidissimi scorci e repentine evocazioni, dove il passato si fa presente e precipita nel vortice di una colpa che colpa  solo davanti agli occhi degli inquirenti, non nel giudizio, nella psicologia e negli stessi sentimenti naturali, naturalmente umani, della presunta colpevole. Il privato sentimento d'amore di una giovane per un giovane, appartenenti entrambi alla classe che la storia ha secolarmente collocato ai margini della societ e sulla quale ha secolarmente riversato le responsabilit d'ogni delitto; questo sentimento che ha sovente (come nel nostro caso) tutti i tratti della pi delicata spontaneit e della pi ingenua naturalezza, si trasforma di colpo, agli occhi degli inquirenti, come una prova del crimine; quanto meno come un indizio di colpevolezza e una pista da seguire con spietata disumanit. Il mondo degli affetti ingenui e delle estreme decisioni romantiche (Quando l'aveva chiamata per nome [...] tre volte, Ines! Ines! Ines! al principiare della macchia, tre volte!) lo vediamo qui oppresso, scardinato, brutalmente violato dall'opposto mondo della legge e della giustizia che la societ opulenta e facoltosa ha costruito a difesa dei suoi esorbitanti privilegi. Donde il pianto della vittima, che lo scrittore, con una originalit creativa veramente straordinaria, segue, per cos dire, in tutto il suo tragico prorompere, e che  pure l'unico modo con il quale la sventurata pu difendere la propria offesa dignit, nuda e sprovveduta quale si trova nell'arena bestiale della terra (di quella storica costruzione sociale che, nel nostro caso, prende il nome di borghesia durante l'epoca fascista). N vale, cupo rintocco antimanzoniano in tutto un contesto cos manzoniano, il ricorso al conforto divino, giacch l'infelice sa bene?-?altissima prova della sua nobilissima sentimentalit?-?che avendo scelto di accompagnarsi al suo amore, 'r Zignore, adesso, bisognava lassallo st. Fatti tutti i conti, e se realismo  sostanzialmente e fondamentalmente capacit di creare situazioni e personaggi che sappiano indicarci le grandi linee direttive per una verace critica della storia e della societ, Carlo Emilio Gadda, io credo, ce ne ha suggerito la possibile rinascita.

Note

1 A. Moravia, Ricordo de Gli indifferenti [1945], in Opere. 1927-47, a cura di G. Pampaloni, Milano, Bompiani, 1986, p. 1064, edizione della quale sempre citiamo. Con Opere II si indica il secondo volume, ossia: A. Moravia, Opere. 1948-68, a cura di E. Siciliano, Milano, Bompiani, 1989.

2 Allusioni al fascismo si leggono naturalmente in altre opere di Moravia, particolarmente ne La Mascherata (del 1941). D'ambientazione fascista  pure Il conformista, scritto nel 1951.

3 A. Moravia, Prefazione ai Promessi sposi, in Opere II, p. 1278.

4 4 Il saggio di Russo  stato ripubblicato in Belfagor, 57 (2002), n. 1, pp. 55-63.

5 Tutte le citazioni di Gadda sono tratte dall'eizione diretta da D. Isella, in cinque volumi, Milano, Garzanti, 1988-1993. Per questa vd. Opere III, p. 687.

6 Per le quali si rinvia ai noti contributi di G. Contini oggi raccolti in Esercizi di lettura, Torino, Einaudi, 1974, pp. 151-7 e in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 303-7 e 601-19.

7 I passi gaddiani qui di seguito citati fanno parte del capitolo Quando il Girolamo ha smesso..., quasi preludio alla suite dell'Adalgisa: cfr. Opere I, pp. 301-42.

8 Vedilo in Gadda, Opere II, p. 411. Come  noto questo capitolo non entr a far parte della redazione definitiva del Pasticciaccio e venne poi pubblicato a parte col titolo L'interrogatorio.

9 La mattina dell'11 settembre 1926 (e nel romanzo siamo nel marzo del 1927), mentre il Duce passava in automobile per il piazzale di Porta Pia, gli fu lanciata contro una bomba a mano che rimbalz contro uno spigolo della vettura e scoppi quando questa era gi lontana. Otto passanti furono leggermente feriti dalle schegge; l'attentatore, l'anarchico Gino Lucetti, venne arrestato.
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FINE Parte 1.